IL SUPERIORE INTERESSE DEL MINORE SOTTRATTO SUPERA L’APPLICAZIONE DELLA CONVENZIONE DELL’AJA 1980

(Nota a sentenza della Corte di Cassazione francese del 13 febbraio 2013 n. 107)

 

Nadia Di Lorenzo

Dottore di ricerca in politiche europee di diritto processuale, penale e di cooperazione giudiziaria nell’Università di Catania

 

PAROLE CHIAVE: minore; Convenzione dell’Aja del 1980; sottrazione internazionale del minore; diritto di affidamento.

 

1.              La pronuncia della Corte di Cassazione

Nella sentenza in epigrafe la Corte di Cassazione francese affronta il caso della sottrazione internazionale di un minore di tre anni, nato dalla relazione tra un cittadino statunitense e una cittadina francese. La vicenda in esame prende le mosse dalla relazione coniugale instaurata tra la signora Y. e il signor X., i quali contraggono matrimonio e fissano la comune residenza nel Montana, nella città di Bozeman. Dall’unione nasce, il 4 aprile 2008, il piccolo H..  Successivamente, il nucleo famigliare si sgretola a causa della crisi coniugale della coppia che decide di separarsi: la circostanza spinge la signora Y. a tornare in Francia, nel maggio del 2011, con il piccolo H., senza ottenere il previo consenso del padre. Il signor X., tempestivamente, adisce il giudice del luogo ove il minore è condotto sollevando, ai sensi della Convenzione dell’Aja 1980, una richiesta di rientro del minore, asserendo essersi perfezionata una sottrazione internazionale del figlio ad opera della madre. Le juge aux affaires familiales du tribunal de grande instance de Grenoble si pone il problema dell’esatta configurazione della fattispecie pendente, al fine di verificare i presupposti applicativi della normativa internazionale in materia di déplacement illicite. Più in particolare, il diritto di famiglia dello Stato del Montana riconosce uguali diritti e doveri in capo ai genitori e, inoltre, nel caso di specie, quest’ultimi erano giunti ad un accordo circa un affidamento condiviso del minore, con collocazione dello stesso per tre giorni a settimana presso il padre, per i restanti quattro presso la madre. Non vi sono dubbi, quindi, che il piccolo H. avesse la propria residenza abituale a Bozeman e che il padre vantasse un diritto di affidamento (droit de garde), effettivamente esercitato. I giudici di prime cure, quindi, concludono per l’integrazione della fattispecie della sottrazione internazionale del piccolo H. e dispongono il ritorno immediato a Bozeman, ex art. 12 della Convenzione dell’Aja 1980.

In sede di riesame, la Corte di Cassazione, cassando con rinvio la sentenza di primo grado, ritiene che il ritorno di H. è contrario al suo prevalente interesse, non già perché sussista una causa ostativa al rimpatrio (ex art. 13 lett. b della Convenzione dell’Aja 1980) ma perché, stante l’impossibilità della signora Y. di viaggiare in considerazione del suo stato gestazionale, la separazione del piccolo dalla madre sarebbe contraria al suo superiore interesse, come sancito dall’art. 3 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo.

 

2. La sottrazione internazionale di minore nel quadro della Convenzione dell’Aja del 1980

 

Nella seconda metà del secolo scorso, i casi di sottrazione internazionale di minore aumentano in misura preoccupante. La crescente mobilità internazionale e il moltiplicarsi di coppie con carattere transfrontaliero determinano l’instabilità dei rapporti famigliari: la crisi coniugale e la fragilità delle relazioni parentali all’interno di queste famiglie sono elementi che favoriscono il legal kidnapping, tanto che i minori divengono strumento di contesa tra i genitori.

Il diritto interno e il diritto internazionale tradizionale non conoscevano adeguati strumenti di tutela dei diritti dei fanciulli, vittime spesso inconsapevoli di queste situazioni, tanto che la Conferenza dell’Aja predispone una normativa universale a protezione del minore sottratto. E’ agli inizi degli anni Ottanta che viene aperta alle firme la Convenzione dell’Aja sugli aspetti civili della sottrazione internazionale di minore[1]. Si tratta di un testo interamente dedicato al fenomeno del déplacement illicite dei minori che, argomentando a partire dalla tutela del superiore interesse del minore, si fonda su un sistema c.d. recuperatorio o restitutorio: il minore illecitamente sottratto dal genitore affidatario e dal luogo di residenza abituale deve fare pronto ritorno nel proprio ambiente di vita, poiché ciò assicura la tutela del suo prevalente interesse e dei suoi diritti fondamentali[2]. Ne deriva che la reazione dell’ordinamento internazionale ai casi di legal kidnapping deve essere univoca, ovvero neutralizzare gli effetti della condotta illecita e garantire il rientro del minore sottratto.

Posto l’impianto di fondo dello strumento pattizio multilaterale in esame, ai sensi dell’art. 3 della Convenzione la sottrazione del minore consiste nell’illegittimo trasferimento o nel  mancato rientro della prole: a) quando avviene in violazione dei diritti di custodia assegnati ad una persona, istituzione o ogni altro ente, congiuntamente o disgiuntamente, in base alla legislazione dello Stato nel quale il minore aveva la sua residenza abituale immediatamente prima del suo trasferimento o del suo mancato rientro e b) se tali diritti sono effettivamente esercitati, individualmente o congiuntamente, al momento del trasferimento del minore o del suo mancato rientro, o avrebbero potuto esserlo se non si fossero verificate tali circostanze. Il sistema convenzionale, ispirato alla tutela del superiore interesse del minore, prescrive la restituzione del minore presso il genitore affidatario che ha subito la sottrazione ad opera dell’altro coniuge. Peraltro, tale ritorno deve essere pronunciato in tempi assai brevi per evitare al bambino il trauma di un nuovo distacco; in tal senso, il fattore tempo acquista un posto centrale nella normativa in esame, poiché l’inerzia del genitore che subisce la sottrazione e/o il decorso di un termine di un anno determina la conclusione che il ritorno del minore potrebbe non essere nel suo superiore interesse.

Sempre al fine di meglio tutelare i diritti del bambino sottratto, la Convenzione dell’Aja conosce alcuni casi in cui il ritorno non deve essere pronunciato: si tratta delle c.d. cause ostative al rientro. L’art. 13 sancisce che il ritorno del minore non deve essere disposto nel caso a) che l’istante non esercitava effettivamente il suo diritto di affidamento al momento del trasferimento o del mancato rientro o aveva acconsentito, anche successivamente, al trasferimento o al mancato rientro; b) che sussiste un fondato rischio, per il minore, di essere esposto, per il fatto del suo ritorno, a pericoli fisici o psichici, o comunque a trovarsi in una situazione intollerabile[3]; c) che il minore si oppone al suo ritorno, sempre che abbia raggiunto un’età e un grado di maturità tali che sia opportuno tener conto del suo parere. Le cause  ostative rappresentano la sintesi di un delicato equilibrio all’interno del sistema convenzionale: se da una parte si avverte come tutelare l’interesse del minore significhi neutralizzare gli effetti dell’illecito trasferimento, con evidenti effetti deterrenti, si ritiene anche che, in alcune circostanze, il ritorno del minore possa avere effetti drastici nello sviluppo psicofisico del minore. La prescrizione di cause ostative al rimpatrio rappresenta esplicitazione di tale principio. Tuttavia, nel tentare di arginare la discrezionalità dell’organo giudicante nel negare il ritorno del minore, la Convenzione dell’Aja riconosce un numero tassativo di cause ostative, le quali, per costante giurisprudenza, devono essere interpretate restrittivamente[4].

Analizzando la giurisprudenza, italiana e non solo, in materia di cause ostative, si evince come l’art. 13 lett. b) viene sovente utilizzato per giustificare pronunce di non ritorno del minore: la possibilità di sottoporre il minore ad un grave pregiudizio psicofisico nel caso in cui si disponga il suo rientro rappresenta una delle motivazioni che più comunemente vengono utilizzate dai giudici di merito per negare il rientro del bambino sottratto nel luogo di residenza abituale. Sovente, si assiste a pronunce che, utilizzando impropriamente la discrezionalità concessa all’autorità giurisdizionale, piegano la causa ostativa in esame ad interpretazioni forzate, riconducendo il grave rischio di cui alla normativa a presunti rischi per il minore, spesso astratti e non verificati nel caso concreto. Per una corretta applicazione della fattispecie ostativa, occorrerebbe predisporre un certa attività istruttoria in corso di causa, volta a verificare la portata e gli effetti dell’eventuale trauma che il minore può sopportare a causa del ritorno[5]. Se una certa giurisprudenza interpreta restrittivamente l’istituto in esame, facendo riferimento ai soli casi in cui il minore possa subire violenze fisiche o morali nel luogo di residenza abituale (si pensi al caso in cui il genitore opera la sottrazione internazionale per allontanare la prole dalle violenze domestiche)[6], si assiste, nella generalità dei casi, ad un’applicazione estensiva di tale causa ostativa. Non mancano pronunce in cui i contorni di tale fattispecie vengono estesi sino al punto di rifiutare il ritorno del minore perché la separazione dalla madre sottraente arrecherebbe un nuovo vulnus alla psiche del bambino già provato dalla precedente separazione dal genitore affidatario[7]. In questi casi, che rappresentano una parte consistente delle pronunce di merito, si piega l’istituto della causa ostativa di cui all’art. 13 lett b) a facili strumentalizzazioni, negando di efficacia l’impianto convenzionale che si fonda sulla presunzione che il ritorno del minore rappresenti la giusta risposta per la compiuta tutela del suo superiore interesse. Emblematico il caso deciso in sede di legittimità in cui la Suprema Corte italiana[8] ha avallato il dictum dei giudici di prime cure in cui veniva applicata la causa ostativa al rimpatrio di cui alla lettera b) art. 13, integrata, secondo il prudente apprezzamento dei giudici, dagli effetti dirompenti nella psiche del bimbo della separazione dalla madre, autrice della sottrazione. In questo caso, la Corte di Cassazione afferma che l’accertamento processuale che deve presiedere alla pronuncia sul rientro del minore, abbandonato ogni automatismo, va condotto sulla base di un’attenta analisi dell’atteggiamento con cui il minore si pone nei confronti del proprio ritorno in patria, poiché in tale paramento si specifica la tutela del suo superiore interesse[9]. Interpretando restrittivamente questi principi, la Corte di Cassazione indica quale tipo di attività istruttoria debba compiere il giudice del merito nella ricerca del danno psichico che potrebbe ostare al rientro del minore. La valutazione circa la sussistenza di tale rischio implica un’indagine di fatto ispirata al principio della prevalenza della soluzione che più si allinea alla tutela del superiore interesse del minore. In particolare, si rileva come, pur attribuendo effetti alla condotta illecita della madre, la separazione dalla stessa provocherebbe un danno grave per il minore, con la conseguenza che non può essere disposto il suo rientro presso il padre[10].

3. Il superiore interesse del minore come eccezione autonoma al ritorno presso la residenza abituale

 

L’analisi giurisprudenziale sin qui condotta mostra come la questione delle cause ostative al rimpatrio implichi la valorizzazione del superiore interesse del minore, principio sovente utilizzato per giustificare una lettura estensiva delle eccezioni al ritorno del minore tassativamente previste dall’art. 13 lett. b) della Convenzione dell’Aja 1980. Più di recente, una certa giurisprudenza richiama il principio del best interests of child come causa autonoma per impedire il ritorno del minore in patria. In questi casi si tenta di superare il dettato normativo della Convenzione dell’Aja, sul presupposto che una stringente applicazione della normativa internazionale comporti una soluzione del caso concreto che appare iniqua. Più in particolare, sussistono circostanze in cui,  nonostante si presentino tutti i presupposti oggettivi e soggettivi per dirsi integrata una sottrazione internazionale di minore e non si rinvengono cause ostative al rimpatrio, tuttavia il ritorno del minore presso la residenza abituale sembrerebbe, per le specifiche del caso concreto, comunque contrario al suo superiore interesse. In questi casi i giudici di merito più attenti al rispetto del dettato normativo non potevano far altro che disporre il ritorno del minore presso la residenza abituale. Tali pronunce sono state spesso giudicate contrarie alla tutela dei diritti fondamentali delle parti coinvolte e, in particolare, poste in violazione dell’art. 8 della CEDU.

Esemplificativo di tale percorso giurisprudenziale è il leading case della causa Neulinger, già citato in precedenza: il piccolo Noam nasceva dall’unione coniugale tra una cittadina svizzera  e un cittadino israeliano. Alla rottura del vincolo coniugale la madre conduceva il minore in Svizzera, in violazione del diritto di affidamento del padre e lontano  dal luogo di residenza abituale del minore. Nel caso di specie non poteva che dirsi perfezionata la sottrazione internazionale del minore e, nei primi gradi di giudizio, veniva disposto il rientro del piccolo Noam in Israele, poiché non si ritenevano sussistere cause ostative al suo ritorno. La signora Neulinger, esauriti in Svizzera tutti i ricorsi interni, presentava ricorso dinnanzi la Corte europea dei diritti dell’uomo asserendo che lo Stato svizzero avesse violato il suo diritto alla vita privata e famigliare, ex art. 8 Cedu, imponendo il ritorno del minore, ossia una misura eccessivamente invasiva della propria sfera privata. Orbene, solo la Corte sovrannazionale supera l’applicazione letterale della Convenzione dell’Aja per riconoscere, nel caso che in esame, che il ritorno del minore sarebbe stato contrario alla tutela dei diritti fondamentali suoi e della di lui madre. La pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo, seppure giunga in concreto a un’interpretazione autonoma dell’interesse del minore sottratto che possa anche porsi in frattura con la Convenzione dell’Aja, non si espone in maniera netta in tal senso, ritenendo sussistere la violazione del diritto alla vita privata e famigliare della signora Neulinger che, nel caso in cui fosse stato eseguito il provvedimento di rientro, si sarebbe vista costretta a rientrare per accompagnare il minore in territorio israeliano[11]. Il caso Neulinger appare di fondamentale importanza poiché si assiste alla erosione dal sistema pattizio consacrato con la Convenzione dell’Aja 1980, senza operare alcuna forzatura del dato normativo ivi contenuto. Più in particolare, la Corte dei diritti fondamentali si trova a bilanciare il rispetto della normativa pattizia, ovvero la sua corretta e stringente applicazione, e la tutela dei diritti fondamentali dei soggetti coinvolti nella vicenda. La Corte di Strasburgo sembra affermare che il rispetto della vita privata e famigliare della signora Neulinger supera l’applicazione della Convenzione dell’Aja 1980, in quanto il ritorno del minore, conforme al dettato normativo, appare un’ingerenza eccessiva e sproporzionata ai sensi dell’art. 8 CEDU. Ne consegue che per scongiurare il rientro del minore in questi casi occorre attendere di poter richiedere la tutela della Corte sovrannazionale, e che solo l’evidente violazione di uno dei diritti fondamentali sanciti nella Carta, potrebbe determinare una pronuncia che si ponga in contrapposizione al sistema recuperatorio e/o restitutorio tracciato per i casi di sottrazione internazionale.

Il caso in commento apre un’evidente breccia in tale ragionamento. La Corte di Cassazione francese afferma che il superiore interesse del minore consiste in una eccezione autonoma al ritorno del bambino presso il luogo di residenza abituale. Più in particolare, una volta applicata correttamente la normativa internazionale in materia di sottrazione internazionale, il giudice deve comunque verificare che la soluzione del caso concreto sia conforme alla tutela del superiore interesse del minore. Il principio di diritto sancito innova il settore della sottrazione internazionale del minore, superando una delle acquisizioni più importanti della normativa internazionale, rectius la presunzione per cui l’interesse del minore sottratto sia sempre quello di far ritorno nel luogo di residenza abituale, salvo i casi tassativamente previsti. L’iter logico che presiede tale costruzione normativa appare di tutta evidenza: la considerazione del superiore interesse del minore è operata a monte. Ossia le soluzioni del caso concreto non possono essere rimesse alla discrezionalità dell’interprete, ma devono essere circoscritte ai casi previsti dalla norma che spiegano una valutazione del best interests of child. In quest’ottica, il superiore interesse del minore non potrebbe giustificare una nuova causa ostativa al rimpatrio, poiché lo stesso rappresenta la fonte ispiratrice del sistema convenzionale stesso: per meglio dire le cause ostative al rimpatrio sono esse stesse esplicitazione del superiore interesse del minore. Ne consegue che la sentenza in commento si pone in evidente innovazione scardinando l’intero assetto convenzionale e determinando la necessità di rivedere l’impianto di risoluzione dei casi di legal kidnapping[12].

4. Considerazioni conclusive

La centralità del superiore interesse del minore risponde alla necessità di riportare al centro del dibattito il bambino quale vera vittima delle crisi coniugali e soggetto debole bisognoso di tutela; tuttavia, l’argomentazione giuridica a sostegno della decisione della Corte di Cassazione francese giustifica una sempre crescente discrezionalità del giudice del caso concreto.

Se la prevalente giurisprudenza in materia di sottrazione internazionale di minore fatica spesso a prendere in considerazione il superiore interesse del minore nei casi che lo riguardano, si assiste nel caso in commento a un superamento dell’applicazione della normativa internazionale proprio in ragione del superiore interesse. Tuttavia, anche in ragione del fenomeno del c.d. patriottismo delle decisioni, sarebbe probabilmente più opportuno che i confini della normativa in materia di legal kidnapping non vengano superati. Si intende dire che, prima di giungere al superamento dell’impianto della Convenzione dell’Aja, bisognerebbe tentare di interpretare ed applicare la stessa normativa alla luce del superiore interesse del minore, che lungi dall’essere considerato in via autonoma come strumento per “sfuggire” alle regole di diritto sancite in materia di sottrazione internazionale del minore, dovrebbe essere principio guida per interpretare e dare contenuto alle norme internazionali poste a presidio della tutela del minore sottratto. Questo iter ermeneutico guida la stessa Corte di Cassazione francese nel caso deciso con sentenza del 13 luglio 2005[13] in cui si afferma che l’interesse superiore del minore rappresenta chiave di lettura delle eccezioni al rimpatrio, non già eccezione autonoma al ritorno.

Tale conclusione appare avvalorata dal caso concreto in esame: il minore sottratto dal proprio ambiente di vita non ritorna alla propria residenza abituale poiché si ritiene che il distacco dalla madre sottraente, che aveva costituito un nuovo nucleo famigliare, avrebbe comportato un nuovo trauma per il minore e sarebbe stato contrario al suo superiore interesse. Così sancendo, si è avallato il comportamento illegittimo della madre che pure avrebbe potuto fare ritorno con il minore nel luogo di residenza abituale per eliminare le conseguenze pregiudizievoli dovute allo sradicamento del bambino dai propri affetti e dal proprio ambiente di vita. Probabilmente, ancora una volta, più che tutelare il superiore interesse del minore si è tutelato il diritto del genitore ad autodeterminarsi, subordinando la protezione dei diritti del bambino, alle difficoltà, ancorchè oggettive, della madre (nel caso di specie la difficoltà di viaggiare in gravidanza).

La preoccupazione è che le pronunce in materia di sottrazione internazionale di minore si caratterizzino per un’evidente eterogeneità nelle soluzioni, data anche dalla portata estensiva e dirompente che potrebbe avere il principio del superiore interesse del minore. Se da un canto, il controllo del rispetto dei diritti fondamentali potrebbe giustificare il superamento del sistema pattizio, come avviene sovente nelle decisioni delle corti sovrannazionali, la discrezionalità del giudice nazionale nel “maneggiare” il principio del best interest of child in deroga alla Convenzione dell’Aja del 1980 potrebbe comportare un incremento del fenomeno del patriottismo delle decisioni e del forum shopping, con erosione di ogni effetto deterrente sulle condotte illecite dei genitori sottraenti. In tale contesto di instabilità giuridica non ci si può che attendere un aumento dei casi di sottrazione internazionale di minore.

 



[1] La Convenzione dell’Aja sugli aspetti civili della sottrazione di minori, aperta alla firme il 25 ottobre 1980, è stata ratificata in Italia con l. 15 gennaio 1994 n. 64, la Convenzione è entrata in vigore per il nostro Paese il primo maggio 1995. Per un’analisi approfondita dello strumento internazionale vedi Carella, La convenzione dell’Aja del 1980 sugli aspetti civili della sottrazione internazionale di minori, in Riv. Dir. Int. Priv., 1994, p. 777; Corbetta, La convenzione dell’Aja del 1980 sugli aspetti civili della sottrazione internazionale di minori,  in Famiglia, persone e successioni, 2008, p. 715; Mosconi, Rinoldi, Tempi biblici per la ratifica dei trattati. I diritti dei minori contesi e la storia infinita della partecipazione dell’Italia a quattro convenzioni internazionali, Cedam, 1993.

[2] Si parla anche di tutela possessoria del diritto di affidamento, De Marzo, De Santi, Minori oltre confine. Sottrazione e protezione dei minori nel diritto internazionale, Milano, 2009.

[3] Nel corso dei lavori preparatori si era proposto di inserire come possibile rischio per il minore la circostanza che il suo rientro determinasse un danno ai suoi interessi economici o di istruzione. Tuttavia, in un’ottica di compromesso, si è preferito formulare l’eccezione di cui all’art. 13 lett. b in maniera ampia e lasciare che fossero i giudici a riempire di significato e contenuto tale causa ostativa, in ragione di una analisi dettagliata del caso concreto.

[4] Cour d’Appel de Bruxelles, 11 février 2010, in Revue trimestrielle de droit familial, 2010, p. 1178 ss.; Cassazione civile italiana n. 10577 del 4 luglio 2003, in Famiglia e diritto, 2004, p.357 ss.

[5] In tal senso assume particolare importanza l’ascolto del minore che di certo potrebbe fornire al giudice elementi utili per valutare la sussistenza di tale fattispecie di rischio.

[6] Come nel famoso caso Neulinger in cui la madre sosteneva di aver sottratto il figlio a causa del comportamento violento del padre che aveva usato costrizioni fisiche nei confronti della donna alla presenza del piccolo N. Per un’analisi del caso: Sarolea, Le retour immédiat de l’enfant déplacé illicitement face à l’écoulement du temps: principe au option?, in Revue trimestrielle de droit familial, 2010, p. 1191 e ss.

[7] Casi di questo tipo minacciano la tenuta dell’intero impatto convenzionale, dato che minano l’effetto deterrente che il pronto rientro del minore dovrebbe avere sulle scelte del genitore sottraente. Si cita a titolo esemplificativo: Corte di Cassazione, n. 9499 del 23 settembre 1998, in Giurisprudenza italiana, 1999, p. 591 ss. In cui i giudici di legittimità sembrano ritenere che anche i problemi economici della madre possono causare un rischio grave ed un pregiudizio per il minore.

[8] Corte di Cassazione 4 luglio 2003 n. 10577, citata.

[9] In tal senso, Tribunale minorile di Roma, 23 dicembre 1996, in Rivista di diritto internazionale privato e processuale, 1997, p. 735 e ss.

[10] In questa sentenza emerge la vexata quaestio del rilievo che deve essere riconosciuto alla separazione dalla madre sottraente in termini di danno psichico. Non vi è dubbio, infatti, che ogni bambino, soprattutto in tenera età, può subire conseguenze pregiudizievoli al suo sviluppo psicofisico se allontanano dalla madre, tuttavia tale considerazione se assumesse valore dirompente nella valutazione del giudice implicherebbe il superamento dell’impianto convenzionale che si fonda sulla presunzione che il ritorno del minore rappresenta esplicitazione del suo superiore interesse.

[11] In specie, la signora Neulinger lamentava che il ritorno di Noam in Israele rappresentasse una misura eccessiva e sproporzionata in quanto il minore, prima del trasferimento in Svizzera, era affidato alle cure della madre essendo il padre un uomo violento che aveva subito diverse condanne per maltrattamenti famigliari (anche nel contesto del nuovo nucleo famigliare costituito dopo la separazione dalla moglie svizzera). Pertanto, il ritorno di Noam imponeva alla madre di dimorare ella stessa in Israele con il figlio, circostanza assai grave anche perché la signora avrebbe potuto subire un procedimento penale per il rapimento del figlio, illecito per cui il diritto israeliano prevede anche misure limitative della libertà personale. La violazione dell’art. 8 CEDU, quindi, si giustifica in quanto il ritorno di Noam comportava, necessariamente, anche il rientro della sig. Neulinger.. Lamenta la ricorrente che il ritorno si risolveva nell’affidare Noam ai servizi sociali non potendo lo stesso convivere né con il padre (che non vantava un diritto di affidamento) né con la madre (che con ogni probabilità sarebbe stata condannata in sede penale e incarcerata).

[12] Non si deve omettere di rilevare come la sentenza della Corte di Cassazione francese giunge ai medesimi risultati concreti della più copiosa giurisprudenza di merito, utilizzando un ragionamento giuridico innovativo. Nelle precedenti pronunce, infatti, le circostanze concrete valorizzate nel caso di specie conducevano all’integrazione di una delle cause ostative al rimpatrio.

[13] Cassation civile 13 juillet 2005, n. 05-10.519, in Droit de la famille, 2006, p. 38, con commento di Farge, Retour perplexe sur l’application directe de la Convention de New York: la référence à l’intérêt supérieur de l’enfant est-elle opportune?.

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