BANCHE ISLAMICHE: CARATTERISTICHE E POSSIBILE EVOLUZIONE

Renato Clarizia

Ordinario di Diritto Privato presso l’Università “Roma Tre” di Roma.

 

Abstract: L’informatizzazione ha interessato anche il comparto finanziario, consentendo non soltanto di ricondurre in un unico mercato le transazioni finanziarie, ma anche di diffondere la conoscenza di tecniche finanziarie di investimento appartenenti ad ordinamenti giuridici e contesti diversi tra loro. Il progresso tecnologico, però, non sempre ha portato sviluppo e crescita. La tecnologia, in particolar modo nel settore finanziario, non deve prestarsi a creare strumenti che rendano meno trasparente l’attività bancaria e finanziaria; così come la crescita di contratti finanziari non deve rappresentare un elemento di confusione nel mercato piuttosto che di sofisticazione operativa. Sotto questo profilo (e non solo), l’Europa non rappresenta più una guida per gli altri continenti. Altri sono stati capaci di copiare prima, e di assorbire e di rimodulare successivamente, contesti sociali, economici e finanziari. Si pensi, ad esempio, alla Comunità dei Paesi arabi del Golfo dove le “abitudini” sociali, religiose e giuridiche vengono a caratterizzare peculiarmente il comparto bancario finanziario. Per comprendere appieno le caratteristiche delle banche islamiche, è necessario tenere ben presente che il musulmano, in ogni attività e in ogni comportamento, deve conformarsi alla legge di Dio come espressa nel Corano e nella Sunnah di Maometto. Anche  le modalità operative, gli strumenti finanziari e  i contratti di finanziamento devono tener conto dei precetti religiosi e conformarsi ad essi: contratti bancari e finanziari islamici perseguono e realizzano anche obiettivi di carattere sociale in ossequio ai precetti religiosi coranici. Sarebbe certamente apprezzabile se  essi fossero seguiti anche dall’occidente, in una visione laica ed “eticamente caratterizzata”.

 

Parole chiave: contratti finanziari, contratti bancari, Paesi arabi, Corano.

 

Il periodo storico in cui viviamo manifesta importanti problemi di carattere sociale, sia a livello nazionale, che europeo che internazionale. La informatizzazione delle relazioni sociali se da un lato ha abbattuto ogni barriera fisica e temporale, consentendo incontri contestuali tra persone anche molto lontane tra loro, dall’altro pone l’uno di fronte all’altro, senza difese e senza consentire talvolta un approccio graduale e guidato, persone appartenenti a culture, ideologie, religioni, abitudini di vita fortemente – talvolta eccessivamente – diverse tra loro. I flussi migratori verso l’Europa di cittadini provenienti soprattutto dall’Africa e dai Paesi arabi, cittadini che scappano da guerre, persecuzioni, dittature hanno acuito maggiormente tali situazioni di precario equilibrio sociale.

Il fenomeno è estremamente complesso, coinvolgendo, insomma, sia le popolazioni accresciute quantitativamente in ragione dei flussi migratori – mi riferisco soprattutto all’Europa – aggravando la loro multietnicità (con le correlate diversità di abitudini religiose, sociali, familiari, ecc.) sia, più in generale, le relazioni interpersonali instaurate tramite internet.

Quando poi apprendiamo in tempo reale di sanguinosi atti di terrorismo, di persecuzioni razziali, di scontri in nome di un fanatismo che ha ben poco di religioso, di interventi militari non sempre giustificati da effettive ragioni di carattere umanitario, ci accorgiamo che la riduzione delle distanze fisiche, l’abbattimento di frontiere non si coniuga sempre con una piena comprensione dei costumi, delle idee, delle modalità di vita di quei popoli a noi stranieri. E’ già complicata e non proprio pienamente realizzata l’armonizzazione sociale negli Stati Uniti tra i cittadini delle diverse etnie; come si può pretendere che ci sia comprensione a livello internazionale tra popoli appartenenti a culture, costumi e abitudini di vita sociale e religiosa diversi tra loro?

Ebbene la rivoluzione informatica ha interessato fortemente anche il comparto finanziario, consentendo non soltanto di ricondurre in un unico mercato, senza tempo e senza confini, la totalità delle transazioni finanziarie, ma anche di diffondere la conoscenza di tecniche finanziarie di investimento appartenenti ad ordinamenti giuridici e contesti sociali diversi tra loro. Il ravvicinamento di mondi lontani tra loro non è avvenuto, però,  in maniera né graduale né priva di traumatiche crisi di adattamento. E di ciò ha talvolta approfittato la criminalità organizzata che è riuscita a mascherarsi e a nascondersi dietro un’apparenza di piena liceità oppure profittando di Paesi compiacenti che si sono prestati a fungere da loro base operativa.

Quindi, il progresso tecnologico non ha sempre significato sviluppo e crescita del mercato, con un ampliamento dell’offerta di servizi finanziari, con una maggiore concorrenza e perciò con maggiori opportunità favorevoli per la clientela. La tecnologia, in particolar modo nel settore finanziario, non deve prestarsi a creare strumenti che rendano meno trasparente e chiara l’attività delle banche e delle società finanziarie; così come la proliferazione di contratti finanziari, spesso solo apparentemente diversi tra loro, può costituire un elemento di confusione nel mercato piuttosto che di sofisticazione operativa.

Inoltre, ai giorni nostri, assistiamo ad un altro fenomeno di grande rilievo, costituito dalla graduale perdita del primato da parte dell’Europa, potremmo dire dell’Unione europea (ma non so fino a quanto se ne possa accreditare una presenza a livello internazionale come soggetto unitario), quale uno dei principali attori sulla scena mondiale. A livello di ricerca scientifica, di autorevolezza politica, di modello di società civile, di piazza finanziaria, l’Europa non rappresenta più una guida per gli altri continenti.

Altri sono stati capaci di copiare prima, di assorbire poi e di rimodulare successivamente contesti sociali, economici e finanziari, in modo da essere maggiormente rispondenti alle esigenze dei tempi moderni, alle richieste dei cittadini.  

Né può tacersi e sottovalutarsi il progressivo aumento di ricchezza che si è venuta concentrando in aree diverse dall’Europa. In particolare mi riferisco alla Comunità dei Paesi arabi del Golfo. Una saggia e proficua gestione nella produzione del petrolio ha contribuito in maniera significativa alla crescita di quei Paesi, in termini economici, finanziari, urbanistici, tecnologici. Ed ha consentito loro di espandere la loro presenza finanziaria in altri Continenti, compresa l’Europa, con acquisti di imprese nei più svariati settori merceologici, partecipando al capitale di imprese di rilevante interesse.

Quando l’attenzione dell’indagine si sposta sul settore bancario finanziario, lo scenario si presenta ben diverso da quello con cui,  da occidentali, siamo abituati a confrontarci. Qui le diverse abitudini sociali, religiose, giuridiche vengono a caratterizzare peculiarmente il comparto bancario finanziario.

Infatti, per comprendere appieno le caratteristiche delle banche islamiche, è necessario tenere ben presente che il musulmano, in ogni attività e in ogni comportamento, deve conformarsi alla legge di Dio come espressa nel Corano e nella Sunnah di Maometto. Ecco che allora le modalità operative, gli strumenti finanziari adottati, i contratti di finanziamento devono tener conto dei precetti religiosi e conformarsi pienamente ad essi.

Il Corano è un testo rivelato a Maometto in lingua araba tra il 610 e 632, contiene 114 capitoli  che si esprimono attraverso versetti. Una stessa materia è talvolta trattata in diversi versetti e secondo i giuristi musulmani le eventuali antinomie e contraddizioni vanno risolte secondo la regola dell’abrogazione, nel senso che la norma posteriore abroga quella precedente.

La Sunnah raccoglie le dichiarazioni, i fatti e le approvazioni implicite o esplicite attribuite a Maometto: serve a confermare le norme contenute nel Corano, ad interpretarle chiarendone il senso, a stabilire nuove norme non contenute nel Corano.

Esistono poi delle fonti secondarie, tra cui l’ijitihad definita “l’azione di tendere tutte le forze del proprio spirito fino al loro limite estremo per penetrare il senso intimo della Shari’ah (il Corano e la Sunnah) per dedurne una norma congetturale applicabile al caso concreto da risolvere”: è evidente, quindi, l’importanza di questa fonte.

Infatti, poiché per il diritto musulmano gli uomini non possono legiferare attraverso la ijitihad, si cerca di dedurre dal Corano e dalla Sunnah quei precetti in grado di risolvere un caso concreto, quando non si rinviene un testo chiaro nel Corano e nella Sunnah. Non tutti possono svolgere un tale ruolo che è esercitato dal muftì, un personaggio che conosce alla perfezione i testi religiosi, la lingua araba, ed è perciò in grado di rispondere alle domande poste da privati o dalle autorità. La sua decisione si definisce fatwa e può riguardare anche l’attività delle banche islamiche. In particolare la più famosa delle regole religiose con immediato impatto sull’attività creditizia è rappresentata dalla proibizione degli interessi.

Per capirne bene la portata è necessario fare un breve excursus storico, che riguarda gli ebrei ed i cristiani.

Leggendo l’Antico Testamento ci rendiamo conto del grande potere che il creditore aveva nei confronti del debitore: il Secondo libro dei Re racconta che alla morte di un debitore, il creditore riduce in schiavitù i suoi figli per compensare il debito del loro padre. Ed allora la legislazione biblica interviene per vietare l’imposizione di interessi nei prestiti tra israeliti: “Allo straniero potrai prestare a interesse, ma non al tuo fratello, perché il Signore tuo Dio ti benedica in tutto ciò a cui metterai mano – si legge nel Deuteronomio – nel paese di cui stai andando a prendere possesso”.

Non è questione di entità del tasso o di se il debitore sia un ricco o un povero: il Talmud precisa che viola questa prescrizione il creditore che presta ad interesse, il debitore, che accetta, il testimone ed il notaio che redige l’atto.

Per aggirare tale proibizione basta inserire nel contratto che il prestito è fatto a titolo di partenariato, cioè il creditore finanzia un affare nel quale partecipa al profitto e alla perdita, perché  il debitore non può assumere solo la perdita. E’ però permesso che il prestito sia fatto a un non ebreo che poi, a sua volta, farà prestito ad un ebreo; così come è permesso che un ebreo chieda un prestito ad un non ebreo contro interesse, quando non c’è altro modo per ottenere danaro e ve ne sia necessità.

Anche presso i cristiani vigeva il divieto del prestito dietro interessi, divieto aggirato nel Medioevo facendo appello agli ebrei che, come abbiamo prima ricordato, potevano prestare danaro con gli interessi ai non ebrei. E’ Calvino il primo teologo dell’era moderna che, alla metà del 1500, legittima moralmente la pratica del prestito con interessi. Egli interpreta la legge biblica nel senso che è condannata l’usura laddove dovrebbe manifestarsi la carità, ma è però consentito il prestito di produzione, cioè teso a incidere e ad allargare il mercato, sempre che non si chiedano interessi agli indigenti, che si caratterizzi socialmente, che ci si comporti correttamente e lecitamente, che il creditore non consegua un vantaggio maggiore di quello che abbia il debitore disponendo del danaro avuto in prestito. Anche nel mondo cristiano, comunque, è consentito percepire una vera remunerazione con contratti diversi dal prestito, ad esempio col contratto di società, col quale si affida il proprio danaro ad altri che con affari leciti ricaveranno e distribuiranno un profitto.   

Nel 1917, con il Canone 1543 del Codice di diritto canonico, viene abolita formalmente l’interdizione degli interessi e si incomincia a ragionare di misura degli interessi pattuiti, cioè di usura.

La proibizione degli interessi è scritta nel Corano ed è confermata nella Sunnah di Maometto. Maometto disse: “Evitate i grandi sette peccati: l’associazione di una divinità a Dio, la stregoneria, l’omicidio senza ragione giusta, l’usura, la privazione dell’orfano dai suoi beni, la diserzione nell’offensiva, e la falsa accusa di adulterio.  Ha anche assimilato il peccato d’usura a trentasei peccati d’adulterio”.

Il Corano, la Sunnah e gli scritti musulmani classici e moderni utilizzano il termine arabo riba che significa aumento. L’aumento proibito non è quello che risulta dal commercio, perché il Corano lo considera lecito e, quindi, è lecito anche quanto si guadagna attraverso il commercio. Ciò che è proibito è lo sfruttamento e l’aumento proibito è quello che è stato predeterminato.

La parola riba è tradotta anche usura, a differenza quindi del diritto moderno che identifica col termine usura una misura eccessiva degli interessi convenuti.

Oggi le leggi moderne arabe permettono gli interessi e proibiscono l’usura, quando cioè il livello degli interessi è superiore a quello fissato dalla legge: ma qui dobbiamo rilevare il conflitto tra il legislatore statale che permette la previsione di interessi in misura limitata e il diritto musulmano classico che proibisce gli interessi in qualsiasi misura siano determinati. E’ però consentito prevederli in caso di estrema necessità, oppure si può aggirare il divieto, vendendo il bene ad un prezzo ben maggiore rispetto al suo valore.

Il riba è proibito, ma né il Corano né la Sunnah prevedono sanzioni in questa vita: il Corano avverte che gli usurari saranno agitati dal demonio, la loro fortuna sarà annientata, saranno destinati all’inferno; mentre la Sunnah riporta le parole di Maometto che avverte sui castighi che saranno inflitti agli usurai nell’altra vita.

In sintesi, non vi è una decisa presa di posizione religiosa riguardo al prestito ad interessi perché i dottori della legge islamica sono divisi tra loro, così come sicuramente non è presente nel Corano una sanzione per chi pratica l’usura, ma proprio le eccezioni che abbiamo prima riferito danno conto, comunque, dei principi di solidarietà e cooperazione che nella visione islamica dovrebbero contrassegnare ogni attività economica. E tali principi assumono particolare risalto nell’attività di quelle banche che si richiamano ai principi della finanza fissati nel Corano e nella tradizione del profeta Maometto.

Pertanto, il rispetto del principio contenuto nella shari’ah che vieta il riba porta la banca ad agire come gestore/distributore di fondi, di attività, di progetti, perché il rendimento di un investimento è giustificato solo se il capitale, anziché produrre altro danaro (cioè interessi) assume la forma di un’attività reale, non monetaria, e se tale ritorno è a fronte dell’assunzione di un rischio imprenditoriale. La banca islamica investe il proprio danaro e quello dei propri clienti in iniziative imprenditoriali e progetti, perciò i depositanti non sono creditori della banca per le somme depositate ma si atteggiano ad investitori assieme alla banca. Infatti, tra le varie forme di deposito quella più utilizzata è il conto di investimento, in cui la remunerazione è data dalla partecipazione ai guadagni della banca, ma nel contempo il cliente è esposto al rischio di veder corroso il proprio deposito in caso di perdite subite dalla banca. Quindi il titolare di un conto di investimento è una figura a metà tra il depositante e l’azionista di una banca.

Sicuramente, dunque, la banca islamica si distingue da una banca convenzionale nell’attività di raccolta e tale diversità si esalta ancor più nell’attività di finanziamento. Infatti, in quel caso la banca non si preoccupa di valutare il merito creditizio del finanziato o la sua capacità di offrire garanzie, ma valuta la redditività del progetto proposto.

Ma ora cerchiamo di dare un quadro generale del sistema finanziario islamico. Esso poggia su sei pilastri, alcuni dei quali abbiamo già prima richiamato:

1.                 E’ consentito solo il qard-el-hassan, cioè il buon prestito, nel quale il creditore non percepisce alcun importo addizionale rispetto alla somma data;

2.                 Il finanziatore deve dividere con il finanziato i profitti o le perdite derivanti dall’impresa commerciale nella quale il danaro è investito;

3.                 Non è consentito guadagnare danaro da danaro, perché esso non ha alcun valore intrinseco, se non quando viene investito in un’attività commerciale. I musulmani sono incoraggiati ad acquistare e non a tenere il danaro inattivo, ad ammassare danaro;

4.                 Qualsiasi transazione dovrebbe essere esente da rischio, incertezza. La Gharar (che significa rischio, speculazione) è vietata e pertanto le parti devono conoscere dall’inizio i contro valori che verranno scambiati come risultato delle loro transazione. Da ciò deriva che non sono considerate pratiche musulmane lecite l’investimento in futures o transazioni finanziarie in valuta estera basati sui tassi di cambio determinati dai differenziali dei tassi di interesse. Ma Gharar significa anche Frode perpetrata nei confronti di una o più parti di un contratto stipulato, facendo affidamento sull'ignoranza. Sono qualificati Gharar, la vendita di beni che il venditore è consapevole fin dall’inizio che non sarà in grado di consegnare, la vendita di beni senza una precisa descrizione, la vendita di beni senza un prezzo evidenziato, o sulla base di una descrizione falsa, o senza che si dia la possibilità all’acquirente di visionare prima i beni, infine un contratto che non abbia una scadenza precisamente indicata.

5.                 E’ condannato dalla Shari’ah il mancato utilizzo delle risorse finanziarie, perché ciò potrebbe provocare una rarefazione dell’offerta di danaro nel corso del tempo. E così si impone la zakat (elemosina obbligatoria), affinché il danaro sia sempre immesso in un processo produttivo;

6.                 Gli investimenti devono essere rivolti verso pratiche o prodotti che non siano vietati o anche solo disapprovati dall’Islam. Ad esempio, allevamento di suini, produzione di bevande alcoliche, produzione e trasformazione di tabacco, o produzioni cinematografiche, musicali, scommesse, pornografia.

Passiamo ora ad analizzare le principali tecniche di finanziamento che sono state elaborate senza contrastare il divieto di riba.

Possiamo distinguere due principali categorie, quelle in cui le parti (banca, investitori e risparmiatori) condividono il rischio dell’investimento (Profit Loss Sharing pls) e quelle in cui no (No Profit Loss Sharing).

Nelle operazioni pls il rischio è sostenuto sia dalla banca che dagli investitori, favorendo una maggiore trasparenza delle informazioni contabili e una maggiore efficienza del sistema nel suo insieme.

I principali contratti di questa categoria sono il Mudaraba e il Musharaka.  

Il Mudaraba è un contratto associativo misto di lavoro e capitale. Somiglia in qualche modo al nostro contratto di società in accomandita. La banca conferisce il capitale per la realizzazione di un progetto proposto da un’impresa che vi lavora o lo realizza. Ovviamente deve trattarsi di un progetto in grado di produrre utili e rispettoso dei precetti del Corano e della  Sunnah dianzi rammentati. La banca partecipa ai profitti e alle perdite, mentre l’impresa partecipa ai soli profitti, ma non sarà remunerata per il proprio lavoro.  E’ l’impresa a organizzare il lavoro per la realizzazione del progetto, mentre la banca si limita ad un monitoraggio degli stati di avanzamento nella realizzazione. Gli eventuali profitti saranno ripartiti secondo le proporzioni fissate nel contratto che non potrà prevedere una quota fissa, altrimenti il contratto si trasformerebbe in una locazione d’opera, né che gli utili vadano ad una sola parte o ad un terzo, altrimenti il contratto si configurerebbe come un mutuo, mandato o donazione. Se non ci sono profitti, l’impresa dovrà restituire i fondi ottenuti, in caso di perdite dovrà restituire la somma prestata dedotte le perdite.

Nel contratto di Musharaka la banca e l’impresa costituiscono una società alla quale potranno partecipare anche altri finanziatori. Il contratto può prevedere o meno che i finanziatori abbiano diritto di voto e partecipino alla gestione della società, ma è caratteristica strutturale di questa società che l’impresa non conferisca solo la propria capacità organizzativa e gestionale, ma anche una quota di capitali e quindi partecipi sia agli utili che alle perdite. Tale contratto è utilizzato nel commercio internazionale, mediante appunto l’associazione tra la banca e l’impresa: si accende un conto corrente presso la banca nel quale si depositano sia i rispettivi apporti di capitale sia i proventi derivanti dalle vendite delle merci. Successivamente si procederà alla divisione degli utili secondo le quote fissate nel contratto di Musharaka e proporzionalmente ai conferimenti di capitale effettuati. L’impresa provvede alla vendita delle merci e fornirà alla banca rendiconti periodici. La Musharaka si scioglie con l’esaurimento delle merci vendute o alla scadenza del termine previsto nel contratto. Ovviamente vanno sempre tenuti presenti i divieti islamici di commercializzazione di taluni prodotti.

A livello internazionale si assiste alla creazione di joint venture a livello societario o contrattuale, a seconda degli obiettivi. Sicché nelle operazioni di venture capital, in cui il finanziamento è realizzato attraverso la partecipazione al capitale di rischio delle imprese, l’attenzione è concentrata sulle imprese artigiane e sulle piccole industrie: la Musharaka mutanaquisa permette alla banca di recuperare, mano a mano che si realizzano e distribuiscono gli utili, il capitale investito, consentendo così all’impresa finanziata di riacquistare la propria autonomia.

Il contratto Al-qard Al-hasan (“Prestito bello”) si ispira ai precetti del Corano dove si legge che “Chi fa ad Allah un prestito bello, Egli glielo raddoppia molte volte. E’ Allah che stringe la mano e la apre. A Lui sarete ricondotti”. Si tratta di un finanziamento a titolo gratuito fatto dalle banche islamiche o a favore di Stati musulmani sottosviluppati o a privati che versano in precarie condizioni economiche per la realizzazione di progetti di carattere sociale e familiare (per sposarsi, per l’istruzione dei figli, ecc.). Al più la banca chiede che le siano coperte le spese, col pagamento di commissioni. Una tale attività di tipo filantropico si avvicina a quella che svolgono in parte le nostre fondazioni bancarie, per sostenere la cultura, lo sport, o nel campo sanitario.

Le tecniche di finanziamento No pls (No Profit Loss Sharing) non si basano, come abbiamo detto, sulla condivisione degli utili e delle perdite, ma si configurano come scambi di beni e/o servizi con la previsione di un rendimento predeterminato e spesse volte di una garanzia nella forma della riserva della proprietà.

Il contratto di Murabahah consiste nell’acquisto da parte della banca di un bene scelto dal cliente, al quale lo rivende con un margine di profitto prestabilito. Il contratto rispetta i divieti fissati dal Corano, in quanto la banca, nelle more dall’acquisto alla successiva rivendita al cliente, sopporta il rischio operativo e di prezzo per il periodo di tempo in cui rimane proprietaria.

Il contratto di Ijara si struttura come un vero e proprio leasing finanziario. La banca acquista un bene scelto dal cliente che ne disporrà per un determinato periodo di tempo, verso il pagamento di un canone periodico e alla scadenza potrà acquistarlo pagando un prezzo predeterminato o restituirlo. Il guadagno della banca, che alla fine del contratto avrà ricevuto un importo maggiore rispetto al costo sopportato per l’acquisto del bene, non si configuri come riba, perché la banca, conservando la proprietà del bene, sopporta il rischio commerciale e di perimento del bene.

Nel contratto Bai’a Salam la banca anticipa al fornitore, per conto del cliente, l’intero prezzo del bene che deve essere costruito e che quindi sarà consegnato successivamente. E’ un contratto di acquisto con pagamento immediato e consegna differita. E’ diffuso in quei comparti – ad esempio in agricoltura – nei quali è possibile predeterminare qualità e quantità dei prodotti da consegnare.

Il Bai Muajal è una sorta di credito al consumo in cui il cliente rimborsa alla banca ratealmente il prezzo da questa anticipato per l’acquisto del bene, di cui diverrà proprietaria col pagamento dell’ultima rata. La particolarità è data dal fatto che il prezzo pagato non può essere aumentato in ragione del differimento nel pagamento.

Il contratto definito Istisna si struttura come un contratto misto di appalto e di vendita. Infatti, vi è un contratto tra la banca e il cliente che ordina la costruzione di un bene e un contratto tra il costruttore e la banca in cui il primo costruisce il bene (in genere immobili) che le è stato ordinato dal cliente. La banca paga il costruttore a stato di avanzamento dei lavori; il cliente paga ratealmente alla banca fino a quando il bene non sarà ultimato e gli sarà consegnato.

Ovviamente l’incidenza dei contratti pls e no-pls sul portafoglio delle banche islamiche dipende dalle scelte gestionali fatte da ciascuna istituzione finanziaria. Comunque le tecniche più utilizzate sono quelle no-pls e tra esse il contratto più diffuso è la Murabaha, che consiste – come già detto - nell’acquisto da parte della banca di un bene scelto dal cliente, al quale lo rivende con un margine di profitto prestabilito. La ragione della minore diffusione delle tecniche pls può essere ricercata nella loro difficile applicazione – necessitando di creare una relazione associativa col cliente – mentre le tecniche no-pls, prevedendo un rendimento predeterminato, riservano alla banca un profitto sicuro senza eccessivi rischi, se non quello di cambiamento di valore e di prezzo del bene.

L’esposizione finora svolta mostra uno scenario che in qualche modo appare diverso da quello nostro, tradizionale, di stampo per così dire occidentale, dall’altro ha però evidenziato talune forti similarità sia nelle forme contrattuali che in quelle associative adottate.

Oggi più che mai si è alla ricerca di modelli di sistemi bancari e finanziari alternativi rispetto a quello attuale, che con la crisi globale ha mostrato tutta la sua vulnerabilità e i suoi difetti. Una di queste vie alternative può essere la finanza islamica?

Se nei Paesi del Golfo Persico e in Asia tale modello è diventato un esempio di successo e in costante espansione, in Europa non ha avuto quello sviluppo che ci si sarebbe attesi, in ragione del rilevante numero di musulmani residenti nel vecchio continente.

Indubbiamente la circostanza che si tratta di un sistema che alle regole della finanza fa precedere quelle di natura etica e religiosa, a cui le operazioni di banche, società e privati devono sottostare, ne rende da un lato complicata la piena comprensione dall’altro difficile la condivisione. La nostra cultura, pur non immune da forti condizionamenti religiosi, tiene comunque distinto il piano degli affari da quello strettamente etico e religioso, con esempi che talvolta ci lasciano perplessi (si pensi alle vicende che hanno interessato lo ior e la finanza vaticana in generale, prima del forte intervento di pulizia e normalizzazione operato dagli ultimi due Papi). La finanza islamica, invece, abbiamo visto, si basa su regole fondate sul rispetto del Corano e della Sharì’ah, parola araba che sta ad indicare la legge di Dio, interpretata dalla giurisprudenza islamica.

Abbiamo prima appreso che diversi sono i pilastri su cui fonda la finanza islamica e che la rendono un modello alternativo ed attraente: il divieto assoluto dei prestiti a interesse, la condivisione dei rischi e dei profitti tra creditore e debitore, in modo che siano presi in considerazione solo investimenti potenzialmente validi, il diritto-dovere alla trasparenza e chiarezza dei contratti, la mancanza di rischi nella vendita, la forte incentivazione degli investimenti di carattere sociale.

Ogni transazione finanziaria deve essere legata a una transazione reale: il danaro non può essere uno strumento moltiplicatore di altro danaro ex se, deve essere investito, deve assumere un valore reale. “Nella finanza islamica non si possono fare soldi dal nulla – ha spiegato al Washington Post Amr al-Faisal, membro del board del Dar al-Mal al-Islami, una holding proprietaria di numerose banche e istituzioni finanziarie islamiche –. I nostri affari devono essere legati alle attività economiche reali, come un bene o un servizio. In pratica, non si possono fare soldi dai soldi”. E’ escluso pertanto la possibilità di investire, ad esempio, in futures o prodotti derivati come quelli che hanno provocato la crisi in Occidente. Le banche islamiche emettono titoli denominati sukuk, che sono l’equivalente delle nostre obbligazioni ma che, invece di configurarsi come promessa di ripagare un debito, corrispondono ad un progetto determinato - di solito un progetto immobiliare o infrastrutturale – e rappresentano la proprietà di una quota-parte di un debito (sukuk murabaha), di un asset (sukuk al ijara), di un progetto (sukuk al istisna), di un affare (sukuk al musharaka) o di un investimento (sukuk al istithmar).

D’altro canto abbiamo visto che nella finanza islamica l’investitore concede alla banca un capitale, e la banca provvede a investirlo in un’attività reale, riscuotendo i profitti generati dall’investimento effettuato.

Allora la prima domanda che ci poniamo è: come fanno le banche islamiche a sopravvivere senza gli interessi? In realtà è soprattutto grazie ai proventi del petrolio, che permette alla finanza islamica di avere sempre a disposizione una grossa liquidità. Questo soprattutto a partire dal 2008, quando il prezzo del petrolio è cominciato a salire in modo vertiginoso. L’oro nero, infatti, ha permesso a Paesi come il Qatar, il Kuwait, gli Emirati e l’Arabia Saudita di resistere bene alla crisi economica. Secondo il report del Monte dei Paschi, nel 2010 in Iran si concentrava circa il 50% dell’industria finanziaria islamica, seguito dall’Arabia Saudita (15%) e dalla Malaysia (9.5%). Oggi il prezzo del petrolio si sta ridimensionando, ma non rappresenta sicuramente un problema per i Paesi produttori.

E’ evidente, comunque, che l’assetto della finanza islamica, la sua struttura, il suo sviluppo ha risentito e ancora dipende dal petrolio e dagli assetti geopolitici.

Negli anni settanta la finanza islamica si è modernizzata, tra la crescita del panislamismo e il boom petrolifero. La creazione nel 1970 dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (oci) che riuniva i Paesi musulmani, ha dato evidenza e legittimato i precetti economici dell’Islam. Nel 1974, al vertice di Lahore, l’oci decide di costituire la Banca Islamica di Sviluppo, con sede a Gedda, che per prima ha iniziato ad agire come istituzione finanziaria di aiuto reciproco, secondo i principi di solidarietà sociale del Corano. Nel 1975 nasce la prima banca privata islamica, la Dubai Islamic Bank e si costituisce un’associazione internazionale tra banche islamiche per stabilire norme e regole a difesa di interessi comuni.

Si pone così all’attenzione dei giuristi e degli economisti musulmani il problema di adattare una tradizione pre-capitalistica ai bisogni della società contemporanea.

La costruzione di una finanza islamica secondo quei valori e principi religiosi ed etici dianzi esposti si configurava maggiormente adatta ai bisogni economici del mondo islamico e alle esigenze morali della religione coranica.

Ma la storia ci ha però rappresentato un sostanziale insuccesso – come si diceva prima – delle tecniche di finanziamento associativo, sicché molti istituti finanziari hanno abbandonato le ambizioni iniziali e sull’onda delle mutazioni tecnologiche e di deregulation da un lato, di cambiamenti politici, economici, demografici e sociali dall’altro  (la rivoluzione iraniana, la guerra del Golfo, la nascita di nuovi stati islamici, ecc.) hanno cominciato a modificare il loro approccio, aggiornando i propri principi e pratiche operative. Ci si è adoperati a livello “interpretativo” per ritrovare il senso o l’”economia morale” dell’Islam, tenendo conto dei principi che avevano permesso di adattarsi nei tempi alle più diverse culture: Urf (accettazione dei costumi locali), Darura (necessità), Maslaha (interesse generale).

Insomma, la finanza islamica non si è arroccata in una monolitica accettazione dei principi coranici, ma si è appropriata di tecniche finanziarie “occidentali” permeandole del carattere sociale, caritatevole e morale coranico: e così in parallelo con la crescita dei fondi di investimento etici o socialmente responsabili nel mondo della finanza, oggi sono i fondi investiti in imprese o settori a sicuro carattere “lecito” – secondo la valutazione coranica – ad attirare maggiormente il risparmio dei musulmani.

Nei Paesi islamici a seconda dell’interpretazione data dai dottori del diritto musulmano a taluni precetti religiosi, si strutturano in maniera diversa le tecniche di finanziamento e quindi l’attività delle banche, ma rimane sempre un riferimento etico e sociale quale caratteristica strutturale e il rispetto di taluni principi coranici (quale ad esempio il divieto di interessi) che non si prestano ad interpretazioni.

In Europa ed anche a Roma operano alcune banche islamiche, così come talune banche convenzionali hanno aperto (ma anche poi chiuso) sportelli dedicati alla clientela islamica. I costi gestionali si sono però rilevati talvolta eccessivi rispetto alla effettiva domanda presente sul nostro territorio e hanno dunque scoraggiato dal proseguire. Si tratta di una filosofia operativa, quella delle banche islamiche, che mal si adatta ancora oggi al nostro contesto socio culturale.

Il modello occidentale presenta il profitto come obiettivo principale dell’operatività bancaria, obiettivo che difficilmente sopporta eccezioni di fronte a situazioni di emergenza sociale o etica. Nel sistema bancario islamico ispirato ai principi coranici c’è sì il fine di lucro ma è attenuato dalla mancata previsione di interessi e dalla condivisione del rischio con il finanziato.

Si tratta di due sistemi difficilmente compatibili tra loro, difficilmente in grado di dialogare tra loro.

E’ anche il contesto storico in cui viviamo a rendere problematica una qualsiasi integrazione tra i due sistemi finanziari e creditizi. Assistiamo da un lato ad una sempre maggiore attenzione della finanza dei Paesi del Golfo, ad esempio, alle opportunità di investimenti che possono cogliersi in Occidente, nel campo artistico, culturale, scientifico, sportivo, dall’altro ad una diffidenza di carattere sociale nella capacità e attenzione ad accogliere tali interventi di carattere finanziario. Diffidenza che assolutamente non condivido perché l’incontro tra diverse civiltà, religioni, costumi può essere di arricchimento reciproco se correttamente vissuto, nel rispetto della diversità pur non rinunciando alla propria identità. E’ con questo spirito che dobbiamo accogliere anche le novità offerte dalla finanza islamica, senza pretendere che debba trasformarsi per accogliere in toto i modelli occidentali.

La mia impressione è che però si sta arrivando ad una sorta di radicalizzazione di due mondi – dal punto di vista della struttura finanziaria – che difficilmente riescono a dialogare, sicché la prima, la finanza islamica, cerca sbocchi nel contesto sociale in grado di offrire supporto alle attività dei cittadini musulmani presenti sul territorio mentre ancora difficilmente si realizza una integrazione tale da determinare una direzione negli investimenti che penetri concretamente nel tessuto sociale non musulmano.

Oppure, le enormi possibilità finanziarie di quei Paesi consente loro di importare e di attrarre nel loro territorio iniziative e attività economiche, scientifiche e commerciali che in Occidente non trovano più finanziamenti adeguati. Ecco è questo il nuovo contesto da analizzare a livello internazionale, in cui a me pare che si configurino due realtà finanziarie distinte una “occidentale” e l’altra “islamica”: quest’ultima sta crescendo in termini numerici e di sviluppo strutturale.  E’ necessario allora – anche in ragione del formarsi di un tale quadro internazionale – cercare di individuare quali possano essere quei caratteri che potrebbero essere presi a modello anche da noi, per aiutarci a crescere ma anche per comprendere meglio quel diverso mondo.

A me pare che un piano di interessante confronto potrebbe essere quello della interrelazione tra finanza ed etica. Non è inusuale rendersi conto che talvolta l’attività bancaria obbedisce a regole contraddittorie. Si legge che nell’era di Basilea 3 e dell’Unione Bancaria è inammissibile fare dei prestiti a chi non abbia una situazione finanziaria e contabile in ordine e tale da manifestare la possibilità di rimborsare il finanziamento, fare un mutuo del 100% del valore dell’immobile nella prospettiva che il loro valore possa crescere nel tempo - denunciando così quanto avvenuto sia negli Stati Uniti che in Europa con la bolla finanziaria immobiliare – non è ritenuto un sano e prudente esercizio dell’attività bancaria. Ma poi, nello stesso tempo, leggiamo di banchieri che si richiamano all’”etica negli affari”, all’”etica che deve prevalere anche sul diritto”: si dice che “anche quando un’operazione economica è giuridicamente lecita, se essa contrasta con l’etica, non deve essere conclusa”.  (Le precedenti dichiarazioni virgolettate sono del Presidente dell’abi Antonio Patuelli) .

“Etica”, questo nome che evoca alti sentimenti e valori spirituali, quando richiamata a proposito dell’attività mercantile e finanziaria, sinceramente talvolta stona o perlomeno non sembra attagliarsi perfettamente a quel contesto.

Permettetemi alcune riflessioni che riguardano l’area europea e quella ad influenza islamica. Ho detto prima di come la religione – ma attenzione non sempre il precetto religioso ha anche una rilevanza etica – influenzi le pratiche e le tecniche bancarie e finanziarie dei Paesi islamici. Da noi non è così, anche se il cristianesimo e l’ebraismo hanno senz’altro influenzato nei secoli scorsi la lex mercatoria e la regolamentazione delle operazioni finanziarie.

In termini di eticità, il legislatore italiano sollecitato da quello comunitario si è preoccupato di tutelare la posizione del cliente  della banca e/o dell’intermediario finanziario soprattutto al momento della conclusione del contratto e con riguardo ai profili informativi. Nella più ampia attenzione dedicata alla tutela del consumatore, nell’ambito bancario e finanziario si chiede agli operatori trasparenza delle condizioni praticate, verifica che il cliente abbia piena consapevolezza delle obbligazioni che sta assumendo, possibilità che il cliente possa recedere dal rapporto senza penalità. In qualche modo tali principi vogliono tutelare il cliente, considerato contraente “debole”, dandogli anche strumenti giuridici (ad esempio, l’istituto della nullità di protezione) che gli consentono di sottrarsi al pieno dominio della banca o dell’intermediario finanziario. Oppure la normativa sui ritardati pagamenti che consente al creditore – questa volta lui contraente debole – di far valere la nullità del patto convenzionale che prevede una dilazione di pagamento ingiustificatamente lunga. Oppure ancora la stessa normativa civilistica sull’usura che prevede la possibilità di denunciare il superamento del tasso soglia degli interessi dei finanziamenti, con la conseguenza che quelli pagati debbano essere restituiti e nessun interesse è dovuto. Mentre prima si doveva provare la sussistenza delle condizioni che supportano l’azione di rescissione: lo stato di bisogno, la lesione ultra dimidium, prove non sempre facilmente azionabili in giudizio. Una normativa, dunque, quella oggi vigente che cerca di riequilibrare un rapporto troppo spostato a vantaggio della parte ”forte”.  Ma possiamo dire che sia un orientamento legislativo improntato all’etica?

Nel contempo, ci imbattiamo in una contrattualistica di settore che assegna alla banca o all’intermediario che predispone la modulistica sottoposta all’accettazione della clientela la possibilità del cd recesso ad nutum, cioè la possibilità di sciogliersi in qualsiasi momento dal vincolo contrattuale chiedendo l’immediato rientro dallo scoperto al proprio cliente. Certo, può dirsi che un tale comportamento è conseguente a peggioramenti nella situazione patrimoniale dell’affidato, alla diminuzione del valore delle garanzie a suo tempo date – pensiamo a ciò che accade oggi con la svalutazione del valore degli immobili – e richiamavo prima le osservazioni di un noto banchiere che affermava che la banca deve prestare soldi solo a chi è in grado di restituirli, citando Einaudi che diceva che prestare soldi a chi non garantisce di restituirli equivale a un furto! Ecco spiegata la ratio del recesso ad nutum, che, però, non nascondiamocelo, talvolta si atteggia a classico caso di “abuso del diritto”.

A me sembra che l’etica sia altra cosa e che in qualche modo sono proprio taluni principi della finanza islamica ad insegnarcelo. Sono consapevole che parliamo di due mondi completamente diversi e che solo pazientemente e col tempo potranno integrarsi, soprattutto se avremo dei governanti lungimiranti e capaci. Ma qui voglio dire che la crisi finanziaria di questi anni che ha innescato una crisi economica in tutti settori della vita sociale, paragonabile solo a quella degli anni venti dello scorso millennio, sta mettendo a dura prova la nostra vita sociale, con una economia che stenta appunto a decollare e che quindi avrebbe bisogno di essere accompagnata finanziariamente per ritirarsi in piedi.

La legge bancaria italiana del 1936/38 esordiva all’art. 1 qualificando l’attività di raccolta del risparmio e di esercizio del credito come “funzioni di interesse pubblico”, connotando pertanto l’operatività bancaria anche da un punto di vista sociale, laddove nella concezione corporativa fascista dell’epoca, l’interesse privato doveva coincidere con l’interesse pubblico, con l’interesse superiore della Nazione. E le Casse rurali ed artigiane, così come le Casse di risparmio e le Banche popolari si caratterizzavano per una peculiare attenzione alle esigenze e necessità di determinate categorie soggettive o di uno specifico territorio. Poi con il Testo Unico Bancario del 1993 l’attività bancaria ha assunto una qualificazione esclusivamente privatistica come attività di impresa, come attività che deve tendere esclusivamente allo scopo di lucro. Si è modificato l’assetto istituzionale delle Casse di risparmio, le Casse rurali sono pressoché sparite e comunque hanno perso la loro originaria missione, si sta modificando la natura delle Banche popolari.

Insomma ci si è allontanati da una caratterizzazione, seppure solo parzialmente, sociale per allinearsi pienamente ad una concezione esclusivamente speculativa e finanziaria dell’attività. La crisi di questi anni ha evidenziato tutti i limiti dell’attuale modello capitalistico, da più parti si suggerisce di recuperare il rapporto con il territorio, con i cittadini, con l’economia reale. Si è consapevoli delle difficoltà a ritrovare il bandolo della matassa, e si stenta a trovare, a livello internazionale, o anche solo europeo un linguaggio comune, un obiettivo condiviso. Sono troppe le voci discordanti, diverse le priorità avanzate, varie le ricette proposte: rispetto dei patti di stabilità, azzeramento dei debiti nazionali, prolungamento dei termini di rimborso di prestiti, interventi per la crescita solo quando l’indebitamento assuma proporzioni sostenibili. E frattanto si ammonisce che la disoccupazione aumenta, che ormai la soglia di povertà va a toccare anche la classe media, che in tal modo, senza lavoro, si mina la dignità della persona! E quanto ci sarebbe da dire sulla “dignità” che varie volte in questi ultimi anni è stata offesa ed oltraggiata!

E qui si innesta il tema della eticità nell’attività bancaria e finanziaria che non significa “obbligare” con interventi legislativi l’intermediario finanziario a tutelare la clientela intesa come “contraente”. Significa, invece, destinare sempre una maggiore parte degli utili conseguiti per la realizzazione di progetti di carattere sociale, per diminuire gli interessi dei finanziamenti, per partecipare con il cliente in iniziative imprenditoriali. Significa coniugare il perseguimento del profitto con una maggiore attenzione ai problemi sociali, significa abbandonare pratiche che, seppure legali, si rivelino “abusive” dal punto di vista etico, significa avere maggiore attenzione per le situazioni specifiche e non massificare in maniera superficiale le operazioni bancarie e finanziarie. Comportamento etico nell’attività bancaria e finanziaria significa anche manifestare fiducia nella possibilità di realizzare gli investimenti che la clientela chiede siano finanziati. Fino a quando la “collaborazione” dell’intermediario finanziario si limita alla valutazione ragionieristica di quali garanzie sono date a copertura del finanziamento e a non “rischiare”, seppure nei limiti di una prudente gestione, non soltanto difficilmente l’economia potrà riprendersi ma soprattutto suona come falso ogni richiamo all’etica!  

In qualche modo, come si è detto, i contratti bancari e finanziari islamici perseguono e realizzano anche obiettivi di carattere sociale in ossequio ai precetti religiosi coranici. Sarebbe sicuramente encomiabile che essi fossero seguiti anche da noi occidentali, in una visione laica, eticamente caratterizzata. L’intermediario finanziario consapevole che il suo intervento non deve limitarsi a valutare la propria convenienza finanziaria, ma l’utilità e la produttività dell’intervento che si va a finanziare. Dovrebbe rientrare nella normalità operativa che l’intermediario finanziario assieme al danaro presti anche la propria assistenza consulenziale per realizzare l’investimento divisato dall’impresa cliente. Ma la strada sembra essere ancora lunga.        

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