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LA CORTE DI GIUSTIZIA DICHIARA L’INVALIDITÁ DELLA DIRETTIVA SULLA CONSERVAZIONE DEI DATI

Anna Lucia Valvo

Professore Ordinario di Diritto dell’Unione europea nell’Università Kore di Enna

 

Prima dell’avvento delle nuove tecnologie era il rito cattolico della confessione a farla da padrone nella “raccolta dei dati personali”. Per secoli, ad onta di ogni (un tempo inesistente) più rigida regola sulla privacy, dinanzi al confessore milioni di persone hanno rivelato fatti e misfatti propri ed altrui consegnando volontariamente innumerevoli dati nelle mani del più potente servizio di intelligence di tutti i tempi: quello in tonaca.

Con l’andar dei tempi, però, il confessionale ha perso il suo antico appeal e ha ceduto il passo a motori di ricerca e social network attualmente leader indiscussi nella categoria degli 007, sia pur in salsa virtuale.

Scagli infatti la prima pietra chi, googolando di qua e di là fra le pagine del web, nell’incontenibile impeto di far conoscere tutto a tutti, non abbia incoscientemente fornito una pluralità di dati personali: dalla propria data di nascita al numero di telefono cellulare, dalle preferenze eno-gastronomiche e cinematografiche al cognome della madre e via discorrendo.

Gli utenti di internet, dunque, di privato ormai non hanno più niente e men che meno quei dati sensibili la cui tutela è oggetto di specifica regolamentazione da parte del Codice sulla protezione dei dati personali (D.lgs. 30 giugno 2003, n. 196), e sotto questo specifico profilo davvero non si riescono a comprendere le grida di giubilo che ha suscitato la sentenza della Corte di giustizia che in data 8 aprile 2014 (cause riunite c-293/12 e c-594/12) si è pronunciata sulla invalidità della Direttiva 2006/24/ce, meglio nota come Direttiva sulla Data retention.

Emanata con l’obiettivo di armonizzare “le disposizioni degli Stati membri concernenti gli obblighi, per i fornitori di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico o di una rete pubblica di comunicazione, relativi alla conservazione di determinati dati da essi generati o trattati, allo scopo di garantirne la disponibilità a fini di indagine, accertamento e perseguimento di reati gravi”, la Direttiva si applicava ai dati relativi al traffico, a quelli relativi all’ubicazione delle persone fisiche e giuridiche e ai dati connessi necessari per identificare l’abbonato o l’utente.

Orbene, benché in passato la Corte di giustizia con sentenza dell’11 febbraio 2009 causa c-301/06 si fosse espressa nel senso della legittimità della Direttiva in questione, da ultimo, come detto, la Corte del Lussemburgo, adita in via pregiudiziale dall’Alta Corte d’Irlanda e dalla Corte costituzionale austriaca, re melius perpensa si è pronunciata nel senso dell’invalidità della stessa.

Va pur detto, tuttavia, per amor di precisione, che differenti argomentazioni giuridiche e violazioni di norme dei Trattati istitutivi e/o di Carte preposte alla tutela di diritti e libertà fondamentali erano venute in linea di conto nei ricorsi di legittimità (il primo) e in via pregiudiziale (il secondo) portati alla cognizione della Corte di giustizia.

Gaudeamus igitur, la Direttiva Data retention è stata dichiarata invalida perché lesiva del diritto al rispetto della vita privata e familiare e autorizza una eccessiva e dunque illegittima ingerenza nel diritto alla protezione dei dati personali.

Volendo tralasciare ogni considerazione di carattere giuridico sulla sentenza che ha dichiarato l’invalidità della Direttiva 2006/24/ce e spostando il discorso sulla questione, da non sottovalutare, della riservatezza dei dati su internet, si rileva come, in realtà, a fronte della spontanea e volontaria resa degli utenti di internet che dinanzi alla lusinga di un risultato autopromozionale e autoconoscitivo non esitano a diffondere dati e notizie ad essi personalmente riferibili, e di ogni genere e specie, l’effetto in concreto apprezzabile della sentenza della Corte di giustizia ue da un canto è molto minore di quanto possa immaginarsi e, d’altro canto, non sembra che potrà significativamente incidere sul problema – pur importante ed esistente – della tutela della riservatezza dei dati personali della generalità degli utenti.

Sotto questo specifico profilo, dunque, si ritiene che la sentenza in questione rappresenti sì una vittoria, ma una vittoria soltanto apparente o, comunque, una vittoria soltanto sul piano giuridico e molto, molto meno sul piano fattuale.

Sul piano pratico, infatti e come si è detto, ben pochi possono essere gli effetti della citata sentenza atteso che la più gran parte dei dati sensibili, resi direttamente pubblici dagli stessi utenti di internet, sono stati sapientemente archiviati dalle multinazionali del web e, con ragionevole probabilità, saranno già stati consegnati alla famigerata nsa, la nota Agenzia di Sicurezza Nazionale usa che, francamente, è da ritenere molto più temibile delle indagini condotte da un qualunque Procuratore della Repubblica italiana il quale ultimo, a tutto ammettere, offre di gran lunga maggiori garanzie di legittimità.

La questione della regolamentazione di internet e quella, strettamente connessa, del trattamento dei dati personali, ovviamente resta una questione di non poco momento la cui delicatezza non sfugge al legislatore, ai giuristi e agli utenti più avveduti. Tuttavia, l’eterna lotta delle multinazionali e delle lobby economico-finanziarie contro gli interessi dei privati rende pressoché impossibile la predisposizione di norme a tutela di questi ultimi che, ignari delle trame e degli occulti disegni che si celano fra le fila della famosa ragnatela, sono e sempre saranno i peggiori nemici di se stessi.

Gaudeamus igitur: la Direttiva non c’è più, gli 007 virtuali – autentici criminali del web – con la complicità del “potere costituito” continueranno indisturbati a raccogliere quanti più dati sensibili potranno e i lietopensanti utenti di internet (quantomeno quelli europei) potranno, nell’illusione di una riacquisita neutralità della rete, continuare a fornire i loro dati restando per sempre felici e connessi.