I CONFLITTI DI LEGGI NEL DIRITTO COMMERCIALE INTERNAZIONALE: UNA MISSION MULTILEVEL TRA REGOLE GENERALI E SPECIALI DI DIRITTO NAZIONALE, EUROPEO E INTERNAZIONALE UNIFORME*

Massimo Panebianco

Professore Ordinario di Diritto internazionale nell’Università di Salerno

 

1.              I tre livelli italiano, unionistico-comunitario europeo e globale di formazione del diritto del commercio internazionale

 

Come in altri Paesi anche in Italia l’ordinamento dei conflitti di leggi, in materia di fatti  e rapporti della vita del commercio internazionale, si compone di tre livelli normativi. Essi rispettivamente concernono:

a)                  norme interne italiane di diritto internazionale privato del commercio internazionale (latu sensu) o del commercio con l’estero (strictu sensu).

b)                  Norme di diritto internazionale privato di origine euro-internazionale, con particolare riferimento al diritto euro-unionistico o diritto comunitario dei conflitti di leggi.

c)                   Norme di diritto universale uniforme di doppia origine sia internazionale pubblica o inter-individuale privata (c.d. lex mercatoria).

Gli aspetti positivi e negativi di tale complessa struttura tripartita appaiono abbastanza evidenti. Da un lato essa risulta essere di carattere necessario ed indispensabile dell’autonomia e dell’autosufficienza della disciplina. In nessuno dei tre livelli normativi la disciplina potrebbe vivere con piena efficienza. Non sarebbe autonomo come diritto interno codicistico o legislativo e non sarebbe autosufficiente come diritto derivato da soli trattati ed usi internazionali. E neppure sembra allo stato configurare un diritto uno-unico-universale come diritto commerciale uniforme  del tutto indipendente dal primo e dal secondo livello, peraltro parti complementari nelle origini e negli sviluppi storici della stessa disciplina (jus civile-gentium naturale).

                  Ciò premesso è evidente per qual ragioni tale diritto commerciale dei conflitti di leggi sia materia abbastanza tecnica e specialistica. Si comprende la ragione per la quale il suo linguaggio sia molto mutevole e talora di difficile comprensione. E si capisce altresì come la sua unità logico sistematica risenta di un notevole particolarismo dei suoi singoli settori e quasi di un certo relativismo dei suoi istituti propri dei soggetti e dei rapporti contrattuali della vita del commercio internazionale.

 

2.              Diritto commerciale internazionale e diritto internazionale commerciale

 

Senza entrare in approfondimenti storici[1] o di attualità[2], è evidente come al primo dei livelli predetti il fondamento nazionale dell’ordinamento giuridico italiano stia sulla base del diritto “codicistico-legislativo” o del diritto “pubblico-costituzionale”. Il primo regola i c.d. conflitti internazionali “orizzontali” fra leggi commerciali di Stati diversi. Il secondo, viceversa, disciplina i c.d. conflitti “verticali” fra potestà legislative superiori (statuali internazionali) o inferiori (c.d. conflitti interni fra competenze legislative concorrenti statual-regionali e regionali fra loro). Il primo settore di diritto codicistico-legislativo viene anche denominato “diritto commerciale internazionale”, come diritto a fonte interna o nazionale. Il secondo pubblico-costituzionale viene anche chiamato diritto internazionale commerciale in ragione della sua fonte statuale-internazionale. Con tutta evidenza le due fonti interna ed internazionale sono due facce della stessa medaglia e sono coesistenti nella vita dell’ordinamento.

Nell’ordinamento giuridico italiano la predetta connessione fra norme di diritto “commerciale-internazionale” e “internazionale-commerciale” si denomina “diritto internazionale privato commerciale”.

Quest’ultimo risulta regolato dalla legge 315/1995 n. 218 sul sistema italiano di diritto internazionale privato e processuale (art. 2). La sua natura “generale” consente a tale legge di presentarsi come legge organica o di sistema, in sostituzione delle precedenti norme del codice civile e di procedura civile da essa abrogate. Altrettanto “generale” si presenta il rinvio alle corrispondenti norme euro-internazionali da essa espressamente richiamate per la disciplina dei due connessi settori del diritto internazionale privato e processuale (clausola generale di rinvio ex art. 24 31/05/1995 n. 218). Come ha sottolineato la dottrina, la predetta inter-connessione o intersezione fra i due “blocchi” di norme non deve fra sottacere l’origine sostanzialmente codicistica del sistema italiano[3], evidentemente distinta da quella particolaristica del sistema europeo di diritto internazionale privato (c.d. eu - Private International law)[4].

Nell’ultimo mezzo secolo quest’ultimo è stato sottoposto ad un processo di formazione graduale e differenziale per l’emanazione di norme convenzionali e regolamentari distinte e separate. In tale generica clausola di rinvio deve ovviamente ritenersi incluso il richiamo alle norme di terzo livello[5], identificate con quelle di diritto uniforme di origine convenzionale pubblica o privata(principi generali dei contratti internazionali civili e commerciali)[6].

Una sommaria distinzione della disciplina europea predetta, limitata ai due soli settori inquadrabili nella clausola di rinvio della legge italiana del 31/05/1995 n. 218, consente di stilare il seguente sommario elenco:

a)              Convenzione sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali – Roma 19/06/1980, primo e secondo protocollo sull’interpretazione da parte della Corte di Giustizia delle comunità europee della convenzione sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali – Bruxelles 15/11/1988;

b)              Regolamento (cee) n. 593/2008 del 17/06/2008 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (Roma i); regolamento (cce) n. 86/2007 del 11/06/2007 sulla legge applicabile alle obbligazioni extra-contrattuali (Roma ii);

c)              Convenzione di Bruxelles del 27/09/1968 concernente la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale; regolamento (cee) n.44/2001 del 22/12/2000 concernente la competenza giurisdizionale ed il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (Bruxelles i).

 

3.              Tradizione del diritto civile-commerciale internazionale nei conflitti di leggi di Stati diversi

 

L’attuale situazione della disciplina giuridica del commercio internazionale nei conflitti di leggi è quello di una duplice corrispondente tradizione della prima metà del secolo scorso. Allo scopo di fondare l’autonomia ordinamentale  delle fonti normative e del sistema giuridico si concepì il commercio internazionale come una parte speciale se non isolata della vita privata internazionale. Essa venne così a trovare la sua doppia sedes materiae prima nei codici e nelle leggi civili e di commercio[7], poi nelle convenzioni internazionali, prodotte da un movimento unificazionista nel periodo che va dalla Società delle Nazioni. Negli anni ‘30 si registrò il diritto ginevrino del diritto uniforme dei titoli di credito (dalla cambiale all’assegno bancario). Dagli anni ’50 del secolo xx si registrò il diritto dell’Aja - New York, nella materia molto variegata della legge applicabile ai contratti internazionali e  dei mezzi di soluzione delle relative controversie[8].

Messo a confronto con i suoi precedenti storici l’attuale sistema normativo a tre livelli gerarchici, non coincide con i modelli pregressi. Invero il primato dello jus civile, come regolatore unico di una società privato-commerciale, subì da sempre la concorrenza del jus gentium,  come luogo di nascita e di circolazione di istituti commerciali precedentemente ignorati o non riconosciuti dai sistemi giuridici interni. Tant’è che alla fine del 1700 il nome stesso romanistico di jus gentium (commercial law of nation) fu tramutato nell’altro nome di diritto internazionale nella doppia valenza sia privato-commerciale che pubblica o statuale (commercio con l’estero fra Stati)[9]. La stessa dottrina della lex mercatoria si chiede se quest’ultima, come livello normativo terzo o di tertium genus, abbia origini storiche superiori o indipendenti rispetto agli altri due statuale-nazionale e statuale-internazionale[10]. Non è il caso di soffermarsi su tesi dottrinali di carattere storiografico, concernenti la sopravvivenza della tradizione romanistica nell’epoca moderna e contemporanea[11]. E neppure è il caso di soffermarsi sull’eterno ritorno del diritto naturale, come insieme di principi generali di diritti a valenza universale, comuni al diritto civile come a quello commerciale internazionale. Si può ritenere però valida la tesi di una base romanistica del diritto commerciale internazionale dei conflitti di leggi[12]. E ciò va inteso nel senso specifico e peculiare di un principio di communitas gentium (jus commune), in virtù del quale accanto allo jus proprium c’è sempre riconoscimento e rispetto per il diritto straniero (comitas gentium)[13].

 

4.              Fonti italiane regolatrici del diritto commerciale internazionale tra codificazione e legge di sistema di diritto internazionale privato e processuale

 

Malgrado la sua ricca tradizione, il sistema attuale del diritto del commercio internazionale sembra in gran parte della dottrina inficiato da una radicale “inadeguatezze” propria delle sue fonti[14]. Invero, codicistico o legislativo che sia, esso non è affatto destinato a far scomparire i conflitti di leggi fra ordinamenti commerciali nazionali. Al contrario è destinato a resistere come tale, grazie ad un bilanciamento  tra il diritto interno italiano (lex fori come legge generale), rispetto al diritto straniero individuato come applicabile per i fatti e rapporti della vita del commercio internazionale (lex causae). Altrettanto insoddisfacente appare il carattere aperto del sistema italiano di diritto internazionale privato, mediante il previsto ruolo di fonti nazionali (interne) e di fonti esterne (euro-nazionali). Invero al pari di quelle nazionali risultano affette da “particolarismo del sistema”, operanti con norme uniforme di conflitto fra leggi presupposte fra loro concorrenti nell’area coperta dalla disciplina euro-internazionale.

Secondo la stessa dottrina “l’adeguatezza” può essere ottenuta solo al terzo livello mediante l’opera di unificazione e di uniformizzazione perseguita dagli operatori pubblici e privati del commercio internazionale[15]. Nella vita pratica della contrattazione internazionale tra imprese e società commerciali normalmente ci si adegua ad usi, consuetudini e prassi riconosciute da tutte le parti come uniformi, cosicché alla norma sostanziale regolatrice compete il dovere di eliminare ogni elemento dualistico o pluralistico o proprio d due o più leggi applicabili. Spetta, dunque, alla prassi contrattuale privata e pubblica garantire un unum jus, ovvero agli operatori dei singoli settori commerciali maggiormente diffusi spetta il ruolo di giudici nelle proprie controversie (sententia facit jus).

 

5.              Fonti euro-internazionali di armonizzazione e unificazione del diritto applicabile ai rapporti civili e commerciali internazionali

 

Nell’ordinamento interno italiano l’insufficienza dello spazio normativo e dottrinale proprio del diritto commerciale internazionale viene ricordata come una vetera quaestio, trascinatasi dal codice di commercio del 1882 (art. 58 ss.) al codice civile del 1942 (art. 2506 ss.), ancora rimasta irrisolta nell’attuale legge di sistema del 31/05/1995 n. 218. In quest’ultima ancora la maggior parte dell’attenzione del legislatore è riservata agli istituti di diritto privato, nell’ambito dei quali sono trattati quelli speciali di diritto commerciale, anche in armonia con la tradizione e soluzioni proprie di altri ordinamenti(tripartizione dello statuto personale–reale-misto o delle obbligazioni di origine contrattuale e non)[16]. A volere garantire la par condicio fra i due settori scientifico disciplinari non è bastato il tenerli distinti in due libri del codice civile, come parti separate di un unico diritto civile internazionale. Molto più esemplare l’altra strada nell’autonomia extra codice civile, garantita dalle leggi speciali commerciali collegate (c.d. contratti commerciali) e, soprattutto, dalle convenzioni internazionali, regolatrici di rapporti commerciali, destinate ad entrare nell’ordinamento italiano solo in forza di una “legge speciale” di adattamento, art. 2 L. 31/05/1995, e ancor più del richiamo operato dell’art. 57 della stessa legge alla ben nota Convenzione di Roma sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali sia civili che commerciali, regolatrici dei contratti internazionali più largamente diffusi. Tutto ciò evidenzia la permanente utilità di compiere studi sulle norme italiane di diritto internazionale privato dedicate alle leggi e agli usi commerciali, ai fini di individuare la c.d. “legge applicabile” nell’ipotesi di conflitti di leggi di Stati diversi. Secondo il metodo proprio di tale indagine essa ha come suo oggetto le regole interno-esterne regolatrici dei rapporti commerciali internazionali. Più precisamente essa concerne:

a)                              I c.d. atti di commercio quali contratti commerciali e fatti extra-contrattuali;

b)                              Statuto degli imprenditori, come “commercianti” e “società commerciali”;

c)                               Obbligazioni generali e particolari concernenti i diritti e doveri delle singole categorie di operatori commerciali.

Ovviamente l’espressione va intesa in senso euro-internazionale cosicché come esiste uno spazio giuridico interno, regolato da fonti giuridiche italiane fissate dalla legge di sistema, esiste un secondo spazio giuridico comunitario europeo connesso al primo, ma regolato da altrettanti fonti giuridiche proprie ed autonome distinte dalle prime e rispetto ad esse prevalenti ed assorbenti (trattati comunitari, convenzioni comunitarie e regolamenti comunitari europei). La stessa diviene così comprensiva del diritto comunitario, dotato di un regime legale vero e proprio, produzioni di diritti e doveri direttamente ed immediatamente applicabili (c.d. effetto diretto). Viceversa le norme convenzionali vanno riunite in ragione del loro diverso grado di efficacia. Esse fanno parte delle c.d. norme esterne all’ordinamento giuridico italiano, non limitate ai soli paesi dell’Unione Europea ma estensibili ad altrettanti Stati non facenti parte della medesima, le cui leggi siano dichiarate applicabili a rapporti commerciali e societari internazionali (c.d. effetto diretto tra privati ed indiretto fra Stati e privati ossia self- executing e non self-executing)[17].

 

6.              Tipologia della legge applicabile fra lex contractus e lex societatis degli operatori economici, pubblici e privati

 

 Nella tipologia italiana, ormai euro-internazionalizzata, della legge applicabile, esiste una estrema semplificazione logica insieme alla riduzione delle categorie dei rapporti al loro minimo essenziale. Tanto risulta determinato dalla necessità di far convivere il nostro sistema codici stico-legislativo di “civil law”, messo a confronto con quello del “code de commerce”, ed ancor più con quello anglo-americano dei “commercial statutes”(c.d. common law). Tale esigenza armonizzatrice ha comportato la necessità di cancellare ogni differenza o diversità tra “obbligazioni civili” ed “obbligazioni commerciali”, messe su un piano di reciproca parità ai fini della loro applicabilità (e adattabilità) alle esigenze di ciascun caso concreto. Invero se commercio internazionale significa niente altro se non “scambio merci di import-export”, ovvero di servizi mediante prestazioni rese dagli imprenditori al mercato dei consumatori, ma anche rapporti finanziari o bancari regolatori della circolazione dei capitali fra più mercati nazionali per finalità di pagamento o di investimento su azioni o obbligazioni di società commerciali. Ciò equivale alla stessa ragion d’essere della circolazione internazionale delle leggi in spazi giuridici multi statuali armonizzati o unificati[18].

Questo significa che la lex mercatoria e la lex societatis sono chiamate a determinare la legge applicabile su aspetti soggettivo - oggettivo dei rapporti commerciali internazionali, quali la capacità e le qualità professionali degli imprenditori, insieme all’ambito ed alle vicende dei relativi rapporti, senza lasciarsi precludere dalla diversità dei requisiti considerati da siffatte leggi. La statualità delle leggi e dei requisiti legislativi con i quali si possono imporre prescrizioni diverse per la pubblicità e la protezione internazionale dei nomi e dei segni distintivi delle imprese come dei marchi distintivi della proprietà industriale, trova una serie di standard riconosciuti non tanto nelle legislazioni statuali, quanto negli accordi ed intese fra imprese regolatrici delle forme della rispettiva cooperazione e concorrenza. Ciò spiega perché in mercati caratterizzati dal rapporto tra produttori e consumatori, ambedue siano forme di produzione ed applicazione di norme giuridiche nazionali tra loro concorrenti e di interfaccia tra lo statuto legale del produttore e lo statuto legale del contraente consumatore. Invero ciò garantisce la prova dell’esistenza giuridica della loro migliore utilizzabilità, divenendo così lo strumento più idoneo ai fini del riconoscimento della “legge migliore” (c.d. economia della lex mercatoria). Solo in tal modo si ritiene di pervenire a regole comuni per la riconoscibile formazione ed esecuzione dei contratti commerciali internazionali[19].

 

7.              Lex mercatoria e risoluzione delle controversie commerciali internazionali tra lex fori e forum shopping

 

La questione relativa alla prova della legge applicabile, e della sua intrinseca o sostanziale validità ai fini della regolazione del caso concreto, apre la strada all’indagine per la soluzione delle controversie sulle obbligazioni civili e commerciali del commercio internazionale. A tale riguardo bisognerà evitare una prospettiva meramente “processualistica”, fondata sull’uso di strumenti non-giurisdizionali come obbiettivo prevalente del diritto processuale commerciale internazionale. Vero è che quest’ultimo preferisce strumenti c.d. alternativi di media conciliazione e di arbitrato per evitare conflitti derivanti dal predominio della lex fori come strumento del giudice nazionale di ciascun paese. La c.d. scelta del giudice nazionale competente, ad opera delle parti contraenti, non gode peraltro di buona fama e viene accompagnata da qualificazioni critiche (c.d. forum shopping). L’accettazione della giurisdizione di un giudice nazionale attribuisce un notevole coefficiente di protezione giuridica ai rapporti commerciali intercorrenti tra le parti, sempre che essa sia accompagnata dalla ragionevole certezza di un processo equo concluso dalla sentenza di un giudice indipendente come soluzione alternativa a mezzi di soluzione lontani dalla giurisdizione statale ed affidati all’autonomia istituzionale e negoziale delle parti regolate da clausole arbitrali o di media conciliazione di giudici privati ma terzi ed indipendenti rispetto ai soggetti coinvolti nella lite[20].

L’ulteriore specifica finalità di tali meccanismi ed organismi di “disputes settlements bodies” attiene propriamente al raggiungimento di creazione-duplicazione di norme di diritto civile sostanziale. I relativi istituti, cioè, non attengono puramente a migliorare il tempo del processo, quanto a fornire garanzie per il tempo personale e reale dell’esecuzione delle obbligazioni assunte dalle parti a metà strada tra la legge del creditore e quella del debitore (c.d. lex debitoria).

Concludendo, lo spirito di uno spazio giuridico universale distinto da quello nazionale ed europeo, deriva dall’esigenza di soddisfare una platea molto più ampia di utenti del diritto, ugualmente ancorati a regole di origine non-statale e di giurisdizioni nazionali private altrettanto destatualizzate sulla base di rinunce espresse rispetto alla competenza dei giudici nazionali.

 

8.              Il futuro dei conflitti di leggi nel diritto del commercio internazionale e prospettive del diritto uniforme a-conflittuale                 

 

Da ultimo come limite allo spazio riconosciuto ai conflitti di leggi privato-commerciale, occorre fin da ora segnalare i confini invalicabili posti dal diritto internazionale dell’economia. Trattasi del c.d. diritto pubblico in materia internazionale, ovvero sia di un sistema regolatore di conflitti di leggi di diritto pubblico statale nelle sue varie articolazioni amministrative, doganali, tributarie, monetarie, societarie ecc. Esse normalmente sono dichiarate non estranee alla disciplina propria del diritto commerciale internazionale ma complementari ed interconnesse rispetto a quest’ultima. Trattasi di una definizione sintetica ampliabile in quella più vasta e generale di diritto costituzionale dell’economia, a sua volta suddivisibile in una serie omogenea di sezioni (vedi per esempio art. 117, comma 2, lettera e) Cost. italiana relativa alle competenze legislative ed esclusive statali in materia del diritto del commercio internazionale ed europeo). Come vedremo ai tre livelli dell’ordinamento del diritto commerciale internazionale, il fenomeno della “pubblicizzazione”[21] innova e molto influisce nel determinare gli elementi costitutivi dei relativi rapporti (imprese pubblico-private con attività internazionale, obbligazioni e loro elementi essenziali ed accidentali ecc.). Accanto al diritto interno - esterno del mercato dei privati esiste un parallelo diritto dei mercati pubblici (marches publics) per la disciplina di aspetti salienti della circolazione internazionale dei mercati multi statali (beni, persone, imprese, capitali, trasporti), fra loro collegati o allacciati mediante norme di coordinamento, finalizzate ad integrare la condotta pubblica degli Stati con le esigenze dei mercati regionali e globali a dimensione più ampia. Il loro regime giuridico è avviato ormai verso una forte specializzazione delle fonti normative, le quali per la loro natura o le loro finalità ammettono conflitti o concorrenza fra leggi nazionali, in quanto sono definite di applicazione imperativa o necessaria, nell’urto o collisione rispetto a norme straniere.



[1] In Europa non esiste un codice civile o commerciale unico, regolatore dei c.d. conflitti internazionali di leggi, appartenenti a Stati diversi,  ma piuttosto una pluralità di codici nazionali e di sistemi legislativi concorrenti fra loro. Ancora oggi in Europa durante tutta la sua storia il diritto commerciale internazionale ha subito la “vis attractiva” di altri diritti concorrenti come il civile internazionale, l’amministrativo internazionale e il diritto internazionale pubblico. Viceversa essa ha sempre espresso un altrettanto forte vis expansiva in chiave di autonomia ordinamentale propria, come dimostra anche Il diritto commerciale internazionale italiano della tradizione codicistica civile-commerciale di oltre un secolo e mezzo (1865 – 1882 – 1942), secondo il modello francese dei codici napoleonici inaugurato nel primo decennio del xix secolo (1805 – 1807). Di tale situazione si accertò l’esistenza in occasione dei lavori preparatori al codice di commercio approvato con r.d. 2 aprile 1882.

Di tale esistenza c’è prova nella ricca ricostruzione raccolta dai commentatori dell’epoca, in occasione dei lavori preparatori al codice di commercio approvato con r.d. 2 aprile 1882, n. 681. Cfr. Scalamandrè e De Carolis, a cura di, Commento del diritto commerciale,  Napoli, 1882, iv (il volume I contenente precedenti legislativi e dottrinali, progetti delle commissioni parlamentari si conclude con la relazione del Ministro di grazia e giustizia di P. S. Mancini p. 685 – 715; il volume ii contiene il testo del codice; il volume iii le norme sull’assegno e sulla cambiale; il volume iv il fallimento.). Viceversa le coeve disposizioni del diritto internazionale privato, altrimenti dette di diritto civile internazionale, presenti nelle disp. prel. al cod. civ. 1865 si trovano commentate in ampia prospettiva dottrinale nello stesso decennio di emanazione del codice di commercio cfr:  Laurent, Diritto civile internazionale, traduzione italiana a cura di Marghieri,, Napoli , 1885, I; Fiore, a cura di, Disposizioni generali sulla pubblicazione, applicazione ed interpretazione delle leggi, in Commentario al diritto civile italiano secondo la dottrina e la giurisprudenza, a cura di Fiore, Napoli, 1890.

[2] Nell’ordinamento italiano dei conflitti internazionali di leggi è durato oltre un secolo il dominio “codicistico e legislativo” fino alla “legge di sistema” 31 maggio 1995 n° 218. Lo stesso successivamente è legato al dominio “costituzionale” introdotto dal nuovo testo dell’art. 117 Cost. commi 2 e 3, (Legge costituzionale 18 ottobre 2001 n. 3). Quest’ultima ha costituzionalizzato la materia del “commercio con l’estero” collocata in cima all’elenco delle materie di competenza legislativa, statual-regionale (art. 117 comma 3 Cost.) nel contesto della c.d. globalizzazione e della internazionalizzazione delle imprese (comma 3). Essa è intesa come materia di competenza legislativa concorrente tra competenza statale e competenze regionali, nel rispetto degli obblighi internazionali ed europei (c.d. conflitti legislativi interni o interregionali). Lo stesso art. 117 Cost. ha costituzionalizzato la materia della c.d. nazionalità delle imprese tripartita tra cittadinanza italiana, cittadinanza europea e cittadinanza dei soggetti non appartenenti all’Unione Europa (art. 117, comma 2, lettera a) e b) Cost.). Sono i c.d. conflitti interpersonali fra statuti di cittadinanze diversi. Sempre lo stesso art. 117, comma 2, lettera e), ha operato lo “scorporo” dal commercio estero delle materie proprie del diritto italiano ed  euro-internazionale dell’economia come settore di competenza legislativa esclusiva statuale (moneta, concorrenza, credito, risparmio e mercati finanziari, armonizzazione dei bilanci pubblici, sistema contabile tributario nazionale, perequazione tributaria). Sulla disciplina di tali conflitti di leggi c.d. interni e sulla natura pubblicistica della relativa regolazione si rinvia alle classiche opere di Ago, Teoria generale del diritto internazionale privato, Padova, 1934 e Quadri, Lezione di diritto internazionale privato, Napoli, 1968.

[3] Il secondo e superiore livello normativo di diritto commerciale unionistico comunitario europeo, inteso come ordinamento dotato di fonti proprie ed istituti peculiari, viene più frequentemente fatto oggetto di trattazione all’interno dei manuali nazionali di diritto internazionale privato, nonché di quelli dedicati al diritto commerciale internazionale in senso lato. Nel primo senso vedi Mosconi e Campiglio, Diritto internazionale privato e processuale, parte generale e obbligazioni5, Milano, 2010, I; cfr. inoltre Ballarino, Diritto internazionale privato italiano7, Padova, 2011; Ballarino, Diritto internazionale privato3, Padova, 1999; Carbone e Ivaldi, Lezioni di diritto internazionale privato, Padova, 2000; Conetti, Tonolo e Vismara, Commento alla riforma del diritto internazionale privato italiano, Legge 31 maggio 1995, n. 218, Torino, 2013; Mengozzi, Il diritto internazionale privato italiano, Napoli, 2004; Mengozzi, Diritto internazionale privato italiano, Torino, 1987; Pagano, Diritto internazionale privato, Parte generale4, Napoli, 2012; Panebianco e Martino, La riforma del diritto internazionale privato fra attualità e storia (Italia- Europa- America), Salerno, 1992; Panebianco e Martino, La riforma italiana di diritto internazionale privato, Salerno, 1992. Nel secondo senso onnicomprensivo nella materia commercialistica delle varie fonti regolatrici vedi : Bortolotti, Manuale di diritto del commercio internazionale,vol. II,  Padova, 2010; Patroni -Griffi, a cura di, Manuale di diritto commerciale internazionale,Milano, 2012. Per un ampia documentazione del testo normativo italiano collegato con le fonti di origine euro-internazionale vedi: Clerici, Mosconi e Pocar, Legge di riforma del diritto internazionale privato e testi collegati, Milano, 2007; Barel e Armellini, Manuale breve di diritto internazionale privato7, Milano, 2012.

[4] Nel senso di una ricostruzione scientifica autonoma e indipendente della eu Private international law, comprensivo di civil e commercial cfr. Bogdan, eu Private International Law: An ACJ Casebook, Groningen, 2012; Stone, EU Private International Law, Cheltenham, 2012; Kuipers, eu Law and Private international Law, Leiden, 2011; Diaz, Latest developments in eu private international law, Cambridge, 2011; Bariatti, Cases and materials  on Eu private international law, Oxford , 2011; Calster, European private international law, Oxford, 2012; Fallon, Building european private international law, Cambridge, 2011; Bogdan, Concise introduction to Eu private international law, Groningen, 2011.

[5] Al terzo livello di diritto “uniforme” nella prospettiva universale dell’economia politica dei mercati globale e regionali viene inserito il settore del commercio internazionale, inteso come commercio tra Stati (Trade law) e tra imprenditori privati (merchants law). Cfr. Capul e Garnier, Dictionnaire d’economie et de sciences sociales, Paris, 2011. L’espressione diritto commerciale internazionale globale si è molto arricchita nel secolo scorso, fino a ricomprendere i più recenti settori dell’elettronic commerce ed internet law, inteso come diritto di contratti elettronici materialmente interconnessi nel c.d. spazio cibernetico. Cfr., in generale,  Bonomi, Yearbook of private international law, Monaco, 2011-2012-2013. Su temi specifici cfr: Svantesson, Private international law and the internet, The Hague , 2011; Joerges, Karl Polayi, Globalization and the potential of law in transnational markets, Oxford, 2011; Teubner, Networks as connected contracts, Oxford, 2011. Sull’unificazione del diritto privato specificamente perseguita in sede Unidroit Roma cfr. Peters, International institute for the unification of private law(Unidroit), The Haugue, 2011.

[6] Nella prospettiva del diritto uniforme di origine euro-internazionale e di matrice propria dell’autonomia contrattuale- individuale, propria delle imprese e delle società commerciali (commercial contracts e private public companies) si configura un corpus giuridico denominato per convenzione lex mercatoria. Quest’ultima è da intendersi come sistema autonomo di diritto della contrattazione internazionale d’impresa ovvero come “principi” o standards di spontanea osservanza e di libera recezione nei contratti internazionali, dove i privati sono allo stesso tempo produttori e consumatori del diritto uniforme e relativi usi o standards commercialmente riconosciuti. Cfr. Patroni-Griffi, Manuale di diritto del commercio internazionale, op. cit., in particolare i passi di Caldenazzi, Lex mercatoria, ivi p. 57 ss., e idem, I principi Unidroit, ivi p. 68 ss. (con ulteriori citazioni bibliografiche e giurisprudenziali).

[7] Al livello di diritto interno italiano, la denominazione “diritto commerciale internazionale”, normalmente seguita, adoperata e usata nel presente lavoro come disciplina di primaria origine codicistica nazionale, risale alla dottrina degli inizi del secolo scorso. Cfr.  Diena, Trattato di diritto commerciale internazionale ossia il diritto internazionale privato commerciale, Firenze, 1900 – 1905, III( vol. I Parte generale - vol. II I contratti -  vol. III Il diritto cambiario e il marittimo – Il fallimento); Fedozzi, Il diritto internazionale privato teorie generali e diritto civile, in Tratt. di dir. int., Fedozzi e Romano, a cura di,  Padova, 1939 (preparatorio del successivo assorbimento della disciplina delle obbligazioni commerciali nel libro iv del vigente c.c. e della connessa disciplina dell’imprenditore e delle società commerciali nel libro v dello stesso Codice).

[8] Al secondo livello di convenzioni e consultazioni fra Stati si riscontra l’altra denominazione “diritto internazionale commerciale” come disciplina di origine, contenuto e finalità prevalentemente euro-internazionali in materia di rapporti privato-commerciali, deriva dall’imponente movimento convenzionale sviluppatosi nel secolo scorso in più continenti e poi consacrato in sede di Società delle Nazioni (diritto uniforme della cambiale e dei titoli di credito) e dopo il 1945  in sede di Nazioni Unite (leggi uniformi in materia di contratti internazionali come la vendita internazionale di merci e relativi contratti di trasporto ed assicurazione). In vero tale denominazione comincia a riscontrarsi nella dottrina italiana ed europea della prima metà del ‘900, in un epoca caratterizzata dalla presenza della Società delle Nazioni e dei suoi “bureaux ginevrini” specializzati in vari sub-settori della disciplina. Cfr. Cavaglieri, Il diritto internazionale commerciale, in Trattato… cit., Padova, 1936, vol.  v. Nella dottrina di lingua francese e tedesca l’espressione è significativa di un diritto interno in materia e in un contesto di trattati e convenzioni internazionali relative al commercio, alla navigazione, ai titoli di credito, al fallimento ecc.: cfr Travers, Droit commercial international, Parigi, 1932-1938, vol. v; Bar, Iternationales Handelsrecht, in Handbuch des Handelsrechts, 1913, i. Nella dottrina di lingua inglese l’espressione diritto commerciale viene incorporata in quella di law of nations ovvero di diritto internazionale pubblico relativo a rapporti interstatuali come interindividuali cfr: Mann, Reflexions on a commercial law of nations, in British Yearbook internet. Law, 1957, p. 20 ss.

[9] Ben prima dell’utilizzazione del doppio nome “commerciale-internazionale” e “internazionale-commerciale”, l’aggettivo “internazionale” compare abbastanza in anticipo fin dal ‘700 come indicativa del contenuto peculiare della legislazione di ciascuno Stato protezionistica o liberale nel settore del commercio estero o esterno. L’ “internazionalità” della disciplina commerciale per una sorta di intesa tra autori francesi ed anglo-sassoni, riferita non tanto al commercio come flusso e riflusso di beni tra le frontiere di più Stati, quanto piuttosto al diritto inteso come strumento per regolare i conflitti tra due o più leggi statali concorrenti di civil law o di common law all’interno di un unico mercato euro-americano o internazionale a regolare un rapporto commerciale in modo esclusivo o cumulativo. In tale visione eclettica  internazionale viene adoperato come un vero e proprio neologismo international law sostitutivo dell’altro precedente nei secoli passati di law of Nation o de droits des gens equivalente alla multisecolare espressione romanistica jus gentium, certamente più difficile ad essere coniugata con quella di commercium.

Nella dottrina di lingua francese l’espressione viene introdotta dal cancelliere commentatore della ordonnance du commerce di Luigi xiv D’Auguesseau, Oeuvres, 1773, Tom. ii, p.337. Essa è ripresa da Bentham, Introduction to the principles of morals and legislation, London, 1823, p. 261(l’ipotesi si riferisce ad una controversia tra due merciants in Londra rispettivamente di nazionalità inglese e spagnola, in relazione alla quale l’autore ritiene « this was internal jurisprudence: if the dispute had been betwixt Philip and James himself, it would have been international. As to the word international, from this work, or the first of the works edited in French on newspapers and reviews»). Per la transizione dal “droit du commerce”, come statuto personale dei commercianti, al “droit commercial”, come statuto contrattuale del commercio cfr. D’Auguesseau, Memoire sur les jurisdictions consulaires, in Oeuvres completes, Paris, 1819 a cura di Pardessus; ancora di Pardessus, Cours de droit commercial, Paris, 1831, vi.

[10] Il terzo livello dell’ordinamento va alla ricerca di una prospettiva universalistica, quale contrassegno delle origini pre-statuali del diritto commerciale internazionale, deve necessariamente ancorarsi alla tradizione romanistica dell’Europa medievale e moderna ben ancorata alla recezione di un ordinamento “uno e trino” di jus civile-gentium-naturale. In vero la storia del diritto commerciale dimostra come la dottrina moderna precedente alle codificazioni si fosse distribuita lungo i tre settori di tradizione romanistica del jus civile-gentium-naturale grosso modo corrispondenti alla attuale del diritto commerciale-statale-comunitario-unionistico-globale-euro-internazionale (cfr a riguardo Galgano, Storia del diritto commerciale2,Bologna, 1993, nella parte finale dedicata alla “letteratura storica e storiografica”). Per la prima sezione relativa alle obbligazioni civili ricomprese nei testi romani classici del Digesto e del Codex cfr. Bartolo, Digestum vetus, novum et infortiatum , Venezia e Basilea, 1590; Baldo, Consiliorum sive responsorum, Venezia, 1635, v; Stracca, De mercatura, Venezia, 1575; Lugduni, 1593; Scaccia, Tractatus de commerciis et de cambio, Francofurti ad Moenum, 1648; De Luca, Theatrum veritatis et justitiae, Roma, 1669-77, XVI. Per la seconda sezione relativa al diritto ed alla giurisprudenza commerciale e marittima della comunità degli Stati del Mediterraneo e degli ordinamenti italiani delle Serenissime Repubbliche di Genova e di Venezia nella letteratura del ‘700 cfr: Casaregis, Discursus legales de commercio, Firenze, 1719; Casaregis, Il consolato del mare colla spiegazione di Giuseppe Maria Casaregi, Venezia, 1802; Azuni, Dizionario universale della giurisprudenza mercantile, Nizza, 1786-88, Tomo i-iv; Jorio, La giurisprudenza del commercio, Napoli, 1799. Vedi la doppia definizione del commercio internazionale contenuta in C. Morelli, Rudimenta juris naturae et gentium, Venezia, 1791(Buenos Aires ed. lingua spagnola 1910 trad. a cura di Levene) cap. xi, p. 153 1ª definizione: «commercia diversarum gentium eo deducta sunt, ut mores populorum corrumpant ex alibi notatis…», 2ª definizione: «Commercium est communicatio rerum operarumque, non ex beneficentia, sed obligatione perfecta, quam partium consensio celebratis contractibus confirmat e sancit.»

[11] Per la specifica e peculiare categoria del diritto internazionale commerciale come jus gentium applicato al commercio sono indicative le due filiazioni della “romanistica” di ‘6-700 denominate “diritto romano ispano-portoghese”, “diritto romano germanico” e “diritto romano olandese” , progressivamente estesi al continente sud e nord americano cfr: Leeuwen, De origine e progressu juris civilis Romani, Leiden, 1678 su cui l’edizione inglese Decker, Commentaries on Roman-Dutch law, London, 1921.

[12] Per le origini della tradizione dottrinale giurisprudenziale della commercialistica-internazionale italiana si segnalano gli autori del primo ‘700, punto di origine di successive derivazioni in altre capitali degli Stati italiani pre-unitari in varie capitali. Significative sono le opere degli autori sostenitori di una naturale capacità di espansione del jus civile all’interno del jus gentium e della natura genetica del commercium come materia privilegiata della comunicazione tra i popoli cfr: Gravina, Originum juris civilis libri tres, Napoli, 1713, riedizione Napoli, 2004, lib. II, De jure naturali et gentium, p. 241, De jure gentium et origine commerciorum, p. 258 ss, par. xi (opera molto rilevante ai fini della diffusione, dell’insegnamento, della disciplina del diritto romano-commerciale tra i paesi dell’Europa centrale ed orientale a seguito della visita  a Roma di Pietro il Grande, Zar di Russia alla fine del ‘600 dove il Gravina era titolare della relativa disciplina accademica); Vico, De universi juris uno principio et fine uno, Napoli, 1720 ora riedizione Napoli, 2007, p. 73 ss. Per una ricostruzione unitaria di tale periodo romano-napoletano dei conflitti di leggi cfr: Panebianco, La scuola romana dei conflitti di leggi di fine ‘600, in Studi sull’integrazione europea, 2013, I, p. 175 ss; idem, Le origini dello spazio europeo dei “conflitti di leggi”(1700-1914), in Riv. Coop. Giur. Intern., 2013, 43, p. 9 ss.

[13] Per la ricostruzione storico-giuridica del periodo delle codificazioni nazional-statuali degli ultimi due secoli nella doppia ottica “civilistica-commercialistica” cfr. Freundt, Das wechselrecht des postglossatoren, Leipzig, 1899-1909; Goldschmidt, Geschichte des handelsrechts, Leipzig, 1913; Schupfer, Il diritto delle obbligazioni in Italia nell’età del risorgimento, Torino, 1921; Bonfante, Storia del commercio, Roma, 1938; Plucknett, Concise history of common law, London, 1956; Savatier, L’art de faire les lois. Bonaparte et le code civil, Paris, 1927; Viora, Consolidazioni e codificazioni. Contributo alla storia della codificazione, Torino, 1967.

[14] Sulla “inadeguatezza” dell’intero sistema delle fonti normative del commercio internazionale, cfr. Bortolotti, Manuale di diritto commerciale internazionale, I, Padova, 2008, p. 1 ss., centrato sul sistema di fonti.

[15] Sulla “adeguabilità” del sistema normativo delle fonti nazionali ed europee solo in virtù delle fonti proprie della lex mercatoria, cfr. ancora Bortolotti, op. cit, p. 38 ss.

[16] Sul passaggio proprio e peculiare del ordinamento giuridico italiano nel secolo scorso da un sistema codicistico dei conflitti di leggi (c.d. applicazione della legge in generale nelle disp. prel. al codice civile 1942) a quello della legge speciale di sistema interconnesso con fonti euro-internazionali (Legge 31 maggio 1995  n°218 art. 2) vedi le analitiche valutazioni del commento, articolo per articolo, al disegno di legge governativo relativo alla 219/1995 nella Relazione ufficiale al Ministero di Grazia e Giustizia (15 gennaio 1991) in Panebianco e Martino, op. cit. La riforma, p. 13 ss.

 

[17] Sulla intersezione fra legge italiana di sistema internazional-privatistico-processualistico e le connesse norme euro-internazionale ivi richiamate o richiamabili  vedi art. 57 in materia di obbligazioni contrattuali. Per la bibliografia più recente sul tema, cfr. Picone, a cura di, Diritto internazionale privato e diritto comunitario, Padova, 2004; aa.vv., La nuova disciplina comunitaria sulla legge applicabile ai contratti (Roma I), a cura di Boschiero, Torino, 2009; Bariatti, L’interpretazione delle convenzioni, Padova, 1986; Bortolotti, Manuale di diritto commerciale internazionale, Padova, 2009. In ottica diversa cfr. Bortolotti, Diritto dei contratti internazionale, 2009; Aa.Vv., in L’unificazione del diritto internazionale privato e processuale. Studi in onore di Mario Giuliano, Padova, 1989; De Pauli, Le operazioni del commercio internazionale: regole giuridiche sostanziali e tutela processuale, Milano, 2000; Frignani e Torsello, Il contratto internazionale (Diritto comparato e prassi commerciale), in Vol. xii del Trattato di diritto commerciale e diritto pubblico dell’economia, Padova, 2010; Salerno, Le conseguenze del regolamento “Roma I” sulla legge italiana di diritto internazionale privato, in Il nuovo diritto europeo dei contratti: dalla convenzione di Roma al regolamento Roma i, Quaderni della Fondazione Italiana per il Notariato, Milano, 2007, p. 106 ss.; Villani, La convenzione di Roma sulla legge applicabile ai contratti2, Bari, 2000.

[18] Sulla individuazione dei metodi e tecniche uni-bilaterali utilizzati dalle norme di diritto internazionale privato e sulla determinazione delle leggi applicabili in un ottica comparatistica di diritto mondiale (Weltrecht-global law) appare più che naturale assegnare al diritto del commercio internazionale il ruolo di protagonista e attore privilegiato ai fini della “mondializzazione” del diritto vigente. Cfr. Rabel, The conflict of laws, A comparative study, Ann Arbor, 1958, iv; Aguilar Navarro, Gonzalez Campos e Aguilar Benitez de Lugo, Derecho internacional privado3, Madrid, 1970; Keller e Siehr, Allgemeine Lehren des internationalen privatrechts, Zurich, 1986; Siehr, Internationales privatrecht, Deutsches und europaisches kollisionsrecht fur studium und praxis, Heidelberg, 2001; Loussouarn e Bourel, Droit international privé9, Parigi, 2007.

[19] Massima autorevolezza nel movimento universalistico dell’ultimo ventennio ha assunto l’iniziativa di un testo unico dei contratti internazionali commerciali, maturato attraverso tre successive edizioni “romane” (1994-2000-2010) cfr. Unidroit (Istituto internazionale per la unificazione del diritto privato), Principi dei contratti commerciali internazionali, Roma, 1994. Quest’ultima è un esempio tipico di produzioni di norme di natura non obbligatoria e viene proposta come modello “tecnico” per la libertà contrattuale delle parti di qualsivoglia Stato o continente ciascuno con legislazioni di contenuto anche dissimile o differente o contrari. Siffatta proposta parte dalla considerazione di una possibile autostrada normativa a due corsie per la produzione di norme convenzionali internazionalmente imposte dagli Stati, ma altresì di parallele norme di origine contrattuale o professionale, ambedue finalizzate a superare le classiche norme di conflitto statale mediante “nuove” norme a-conflittuali, in quanto uniche ed uniformi per i soggetti coinvolti in singole contrattazioni di commercio internazionale. Nell’ottica della giurisprudenza non-statale e arbitrale sul commercio internazionale vedi Hartley, International commercial litigation, Cambridge, 2011; Caron e Caplan, The uncitral arbitration rules, Oxford, 2012; Specchia, L’arbitrato internazionale, Torino, 2013.

[20] Un vero e proprio rilancio dei movimenti convenzionali a livello di mercati continentali o sub-continentali, mediante l’opera normativa di organizzazioni internazionali e sovra-nazionali, rappresentative di organizzazioni e gruppi internazionali di Stati, si registra ora in varie aree del globo ove operano Unioni commerciali – economiche –finanziarie – monetarie, ecc. (ue, nafta, mercosur, apec, asean ecc.) Cfr., a riguardo di recente, Zoppo, La soluzione delle controversie commerciali tra Stati tra multilateralismo e regionalismo, Napoli, 2013, parte terza, p. 239 ss; Fabbricotti, Gli accordi d’integrazione economica regionale e il diritto dell’organizzazione mondiale del commercio, Roma, 2009.

[21] Ai fini della ricostruzione del primo livello di un ordinamento giuridico del commercio internazionale, dal punto di vista dell’ordinamento italiano dell’ultimo ventennio, comprensiva di prassi, dottrine, manuali e volumi ad oc  di trattati generali si registrano le seguenti opere cfr. Dordi, La discriminazione commerciale nel diritto internazionale, Milano, 2002; Santagata, Il gruppo paritetico. Diritto commerciale interno e internazionale, Torino, 2002; Bortolotti, Manuale di diritto commerciale internazionale. Con cd-rom, Vol. 2: La redazione dei contratti internazionali. Modelli di contratto, schede paese ed altri materiali, Padova, 2002; Bortolotti, Manuale di diritto commerciale internazional, Vol 3, La distribuzione internazionale. Contratti con agenti, distributori ed altri intermediari, Padova, 2002; Marrella, a cura di, Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell’economia, Vol. 30, La nuova lex mercatoria. Principi Unidroit ed usi dei contratti del commercio internazionale, Padova, 2003; Ferrari, Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell’economia, Vol. 21, La vendita internazionale, Padova, 2006; Tonello, a cura di, Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell’economia. Corporate governante e tutela del risparmio. Vol. 35, Convergenza internazionale e competizione tra modelli regolamentari, Padova, 2006; Bonelli, Un «codice» internazionale del diritto dei contratti. I principi Unidroit dei contratti commerciali internazionali, Milano, 2006; Figà Talamanca, Introduzione al diritto commerciale internazionale. Con appendice casistica di Katrin Martucci, Torino, 2009; Bortolotti, Manuale di diritto commerciale internazionale. Vol.1: Diritto dei contratti internazionali, Padova, 2009; Frignani e Torsello, Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell’economia, Vol. 12, Il contratto internazionale, Padova, 2010; Bortolotti, Manuale di diritto commerciale internazionale, Vol. 2, I singoli contratti internazionali, Padova, 2010; Tupponi, a cura di, Manuale di diritto commerciale internazionale, Torino, 2012.

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