DOPO LE STRAGI DI PARIGI NULLA SARÁ PIÙ COME PRIMA

Salvo Andò

Ordinario di Diritto pubblico comparato

 

 

ABSTRACT: L'Europa oggi è al centro oggi di una guerra globale condotta dallo Stato islamico, una guerra che non è quella terroristica tradizionale che abbiamo conosciuto in passato. Si tratta di un conflitto che non conosce confini tenuto conto che l'ambizione dello Stato islamico è quella di essere uno Stato tendenzialmente senza confini, destinato ad assorbire tutti gli Stati che sono stati disegnati dopo il crollo dell'impero ottomano. I segnali di questa nuova strategia, prevalente all'interno dell'universo fondamentalista, sono stati molteplici, e tutti sottovalutati. Basti pensare all'uccisione dell'archeologo che curava i tesori di Palmira, all'uccisione del regista Teo Van Gogh, all'abbattimento dell'aereo russo nel Sinai, agli attentati in Libano. Si è trattato di una vera e propria escalation che preparava in un certo senso la strage di Parigi.

In quest’ottica, devastare la nostra vita quotidiana, rappresentava il passo obbligato per terrorizzare tutte le popolazioni europee  potenziale bersaglio dei terroristi, per destabilizzare anche i sistemi politici nazionali e per far sentire insicuro chiunque, ovunque viva e qualunque attività svolga; per intimidire, con riferimento alle ultime stragi, la politica estera francese facendo esplodere le contraddizioni tra chi vuole difendere la società multietnica e chi vuole la cacciata degli musulmani; tra chi vuole una politica estera interventista e chi vuole che invece la Francia sia più timida nella lotta al terrorismo per il timore di attrarre contro di sé la furia devastante dei terroristi.

 

PAROLE CHIAVE: terrorismo, ISIS, Unione europea, Parigi, difesa comune

 

 

1.      L’ascesa dello Stato islamico e il nuovo scenario della minaccia

 

Non pare dubbio che le stragi compiute a Parigi nei giorni scorsi da sedicenti fondamentalisti dello Stato islamico cambiano lo scenario della minaccia del terrorismo.

Questo mutamento di scenario può così sintetizzarsi:

-        la guerra condotta dallo Stato islamico per acquisire un territorio sul quale consolidare un vero e proprio Stato terrorista tende ad assumere i caratteri propri di una guerra asimmetrica, che viene combattuta attraverso gli attentati;

-        in Europa sembra si stia formando un popolo di riferimento dello Stato islamico che è fatto di membri delle popolose comunità islamiche che hanno scelto di vivere in Europa, ma è fatto anche di cittadini europei che vedono nello Stato islamico l'unico "cantiere rivoluzionario" all'interno del quale collocarsi per lottare contro il capitalismo occidentale, ricco di contraddizioni e determinato nel condannare il Terzo mondo alla povertà;

-        un'emergenza così grande non si può fronteggiare attraverso accordi bilaterali con singoli Stati islamici, né l'Europa da sola può assumere la guida di operazioni di contenimento della minaccia, tenuto conto del carattere planetario di essa. Occorre creare una cabina di regia nella quale oltre ai governi europei possano operare sia gli Stati Uniti che la Russia e occorre soprattutto stabilire una permanente linea di comunicazione con l'Iran e la Russia.

Affinché quest'azione risulti efficace bisogna essere consapevoli che oggi il nemico comune tende a realizzare una forte capacità espansiva soprattutto in Occidente.

Si ha di fronte un nemico che continua a crescere con le sue conquiste territoriali, ma anche attraverso la presa che riesce ad esercitare su  alcuni settori dell'opinione pubblica occidentale. Esso infatti, a differenza di quanto faceva al Qaeda, si muove nell'ottica di realizzare un vero e proprio Stato terrorista, stabilmente insediato su un territorio sempre più vasto, con un suo governo ed un suo popolo fatto di mercenari che tende a parlare agli ultimi della terra presentandosi come una comunità transazionale impegnata a realizzare una rivoluzione che possa migliorare le condizioni di vita di popolazioni poverissime, offrendo anche servizi e sussidi che possono venire incontro alle esigenze di chi viene reclutato.

In contrapposizione a questo modello presentato come solidarista, l'Occidente viene presentato come una realtà il disfacimento, perché corrosa da una crisi irreversibile non soltanto economica ma anche morale. La colpa dell'Occidente, e per questo esso va punito, è anche quella di sfruttare i Paesi più poveri, in particolare il mondo islamico che non avrebbe un futuro se non attraverso una guerra santa globale.

La sfida dello stato islamico si manifesta, infatti, anche attraverso la sua capacità di essere un gestore efficiente di servizi pubblici garantiti ai propri "cittadini" grazie alle risorse che vengono dai territori che ha occupato e dai proventi finanziari illecitamente procurati.

Il fatto che nella storia del mondo moderno non vi sia mai stato uno “Stato” terrorista costituisce una anomalia che si può cancellare in un solo modo: attraverso una guerra da condurre con forze di terra che consentono ai territori occupati di essere restituiti alle vecchie forme di statualità.

Pare chiaro che uno Stato siffatto non si può distruggere con i bombardamenti aerei ma ha bisogno di essere sradicato dai territori in cui esso si è insediato proprio per evitare che il terrorismo internazionale abbia un punto di riferimento che, in un certo senso, si esprime nelle forme tipiche della statualità.

Con i bombardamenti non si possono liberare i territori occupati dai fondamentalisti; inoltre, combattendo dal cielo non si distinguono facilmente civili e militari. Si compiono, così, inevitabili errori che comportano veri e propri massacri nel contesto delle popolazioni civili, si creano comprensibili forme di rancore sociale per tutto ciò che viene distrutto in termini di vite umane e beni materiali. Si compiono, cioè, danni che non sono risarcibili e che lasciano sul terreno una lunga scia di  rancori  una voglia di vendetta che può attraversare diverse generazioni.

 

2.      L’indecisionismo europeo e la complicità di alcuni Stati

 

Se le cose sono giunte a questo punto, una grave responsabilità va addossata alla tolleranza, all'indecisionismo con cui l'Europa e le altre potenze occidentali hanno affrontato la nascita e l'espansione del califfato. Essi hanno esortato le popolazioni oppresse dallo Stato islamico, si pensi ai curdi, ad organizzare una difficilissima guerra di resistenza offrendo ad esse solidarietà ma non mettendoli nelle condizioni di potere realizzare un'efficace azione di contrasto nei confronti di truppe del terrorismo internazionale che disponevano di ampi territori ove addestrarsi; di mezzi militari anche sofisticati e di cospicue risorse economiche.

Se le cose sono giunte a questo punto la responsabilità maggiore, però, è di alcuni Paesi della Regione mediorientale che hanno visto di buon occhio la crescita dello “Stato” islamico il quale, sviluppando attraverso l'azione terroristica una forte azione destabilizzante, creava un contesto all'interno del quale era più facile perseguire una politica dell'ingerenza nella vita  degli Stati che venivano aggrediti dal califfo. Oggettivamente lo “Stato” islamico finiva con il fare il  lavoro sporco necessario per mettere in crisi i regimi che venivano osteggiati  soprattutto da alcune monarchie del Golfo, e anche dalla Turchia; un lavoro sporco che un normale Stato, che deve rispondere dei propri comportamenti alla comunità internazionale, non può fare per il timore di  incorrere in sanzioni  o nella reazione militare posta in essere da organizzazioni internazionali o da Stati per conto della comunità internazionale.

É giusto, dopo le stragi di Parigi, ricomporre il mosaico della responsabilità che hanno portato ad una penetrazione così capillare del terrorismo in Europa mettendo in evidenza la colpevole inerzia o le oggettive collusioni su cui il califfo ha potuto contare in un momento di grande disordine all'interno della comunità internazionale, quale quello seguito alle rivolte della Primavera araba.

 

3.      Le differenze tra Al Qaeda e il Califfato

 

Finora la più grande difficoltà nel combattere le organizzazioni terroristiche come al Qaeda era costituita dal fatto che contro di esse non si poteva dichiarare una guerra tradizionale.

Si trattava di organizzazioni e gruppi militari senza Stato. Le guerre contro di esse erano guerre asimmetriche, considerato che il nemico non aveva un centro di riferimento territoriale ben preciso, né una precisa nazionalità, e quindi non poteva essere colpito al cuore attraverso la distruzione del suo potere politico e delle sue strutture materiali. Occorreva uccidere i capi dell'organizzazione, che poi venivano, però, rimpiazzati da altri capi.

Nei territori dello “Stato” islamico, che ha un territorio dove è ospitata la centrale operativa del terrorismo internazionale, si fa l'addestramento delle "brigate internazionali ", si governa la rete dei centri terroristici che opera a livello internazionale, si gestisce il potere economico scaturente dai traffici illegali che fanno capo al califfo. All'interno di esso non c'è una vera struttura statuale anche se, come si è avuto modo di osservare, viene garantita la erogazione di alcuni servizi, non c'è un partito o movimento politico e quindi un'opposizione organizzata. Si tratta di un'organizzazione criminale vera e propria che si è autoproclamata “Stato”, sotto la guida di un capobanda che si è autoproclamato Califfo, che dice di discendere dal Profeta, che organizza gli attentati, che dà rifugio a quanti da quei territori si muovono per organizzare attacchi terroristici in altri Stati e poi ritornano alla base.

Per tutte queste ragioni è necessario distruggere la casa madre del terrorismo, a Raqqa come a Mosul. E la reazione deve essere adeguata alla sfida. La mancata reazione alimenterebbe ulteriori paure, spingerebbe verso atteggiamenti di resa. Il terrorismo, al contrario, va combattuto senza tatticismi ma con la durezza che si addice a chi organizza truppe e bande criminali per attentare alla pacifica convivenza delle genti , senza distinguere tra le diverse  civiltà. L'Europa è  nel mirino  perché qui si tratta soprattutto di dimostrare che l'Islam e Occidente non possono convivere integrandosi sulla base di valori condivisi .E' l'Europa il laboratorio all'interno del quale bisogna sperimentare forme sempre più progredite di dialogo tra le culture mediterranee.  

Occorre qui difendere con grande fermezza  le libertà dell'Occidente, ma anche  proseguire negli sforzi sin qui compiuti per garantire una coesione sociale e culturale tra tante differenze etniche in paesi ,come la Francia ,che ospitano moltissimi musulmani anche di seconda e terza generazione. Non si possono consegnare questi cittadini europei, spesso marginalizzati e costretti a vivere nei ghetti, alla tutela che viene loro offerta dallo “Stato” islamico.

I francesi hanno dimostrato che Parigi non è persa, che l'Europa non è in ginocchio, che l'Occidente non è rassegnato, che le leggi positive non saranno mai sovvertite in favore della Sharia, e che anche i musulmani che sono venuti  in Europa in cerca di migliori condizioni di vita condividono questa intransigenza occidentale a difesa dei diritti  ed in primo luogo il diritto alla vita, considerato che la crescita dello Stato islamico minaccia il futuro dell'Occidente, minaccia il futuro dell'Europa, ma anche le comunità islamiche: ovunque esse vivano.

In quest’ottica, la guerra non è l'atto estremo compiuto da chi vuole imporre al mondo una sorta di monoteismo occidentale, non è il prodotto di una cultura Islamofobica, ma una scelta a favore del progresso umano, un passo obbligato per dare un futuro di pace ai territori, non solo in Europa.

 

4.      Una guerra dichiarata dall’occidente anche per difendere l’onore dell’Islam

 

Non siamo di fronte ad una 4ª guerra mondiale perché assai grande è la distanza che esiste in termini di consistenza militare tra le forze in campo. Oggi contro il terrorismo si schiera tutto il mondo civile nel nome di una umanità ferita nella propria dignità, nel proprio orgoglio.

Di fronte alla gravità dell'offesa subita dal popolo francese e dall'intera umanità, nessuno pare schierato, così come è avvenuto qualche volta in passato di fronte a simile attacchi alla convivenza pacifica, a favore di un astratto pacifismo. Tutti, o quasi, considerano la guerra inevitabile. Abbiamo bisogno di un'azione forte ma anche rapida e corale per essere efficace, per annientare lo “Stato” islamico.

 Un' azione bellica che non deve durare per un tempo infinito considerato che lo Stato islamico è un'invenzione del califfo e che in quel territorio non vi sono sudditi di questo sedicente Stato che si battono per la sua sopravvivenza. Il nemico che ci minaccia è un nemico fortemente determinato ,che intende mettere in discussione il nostro modello di vita. E se questo è l'obiettivo dell'attacco non basta una sfida culturale, non basta l'integrazione sociale, il dialogo interreligioso per piegarlo. E non basta neppure rafforzare la sicurezza attraverso divieti e misure preventive o attraverso la repressione. Occorre una capillare attività di intelligence per arrivare alla testa del serpente, per sfiancare e abbattere lo “Stato” islamico che deve cessare di esistere.

Lo “Stato” islamico è riuscito a costruirsi un mito attraverso le proprie gesta, che hanno atterrito l'Occidente, a esibire l'onnipotenza della ferocia attraverso le decapitazioni con il coltello eseguite di fronte alle telecamere. È stata questa esibizione di violenza a impressionare l'Occidente, non la forza militare di cui il califfato dispone, che è poca cosa di fronte all'organizzazione militare anche di una media potenza. Al Baghdadi è riuscito a mettere in fuga i peshmerga, terrorizzandoli con la spietatezza dei suoi miliziani. Come osserva Adriano Sofri lo spettacolo del terrore ha una storia antica. Ciò che mancava a questa storia era la scena planetaria. E di fronte all'opinione pubblica sbigottita, costoro hanno disinvoltamente violato due valori: il rispetto della morte ed il pudore, disprezzando la riluttanza della società civile "verso il sacrificio umano consumato immergendo le mani nel sangue e nelle viscere".

Se il mondo musulmano che ha scelto di vivere in pace con l'Occidente si organizzerà politicamente, l'isolamento degli uomini del Califfo sarà ancora più grande. In questo senso, ciò che è accaduto dopo le stragi di Parigi nel mondo musulmano, è un fatto nuovo. Le comunità islamiche sono insorte contro il terrorismo in modo aperto e sono scese in piazza per solidarizzare con la Francia, spiegando di non sentirsi rappresentate per nulla dei terroristi: not in myname hanno gridato ovunque decine e decine di migliaia di musulmani autoconvocatisi. E lo slogan gridato nelle nostre piazze era: sono italiano, sono musulmano.

Mai si era avuta una critica così radicale del fondamentalismo all'interno del mondo islamico; mai si era avuta una condanna esplicita nei confronti dell'Islam radicale che legge in modo errato il Corano. E anche se la guerra è stata portata nel cuore dell'Europa, l'Europa saprà reagire senza farsi condizionare dalle ferite che ha subito. Essa insomma non si farà dettare l'agenda delle politiche dell'integrazione, dell'accoglienza, dell'asilo, della protezione da accordare ai profughi, dai terroristi che mirano a seminare l'allarme sociale per aprire fratture insanabili tra gli europei e gli islamici.

Oggi più che mai occorre una soluzione politica per fronteggiare efficacemente le emergenze umanitarie prodotte dall'immigrazione senza regole, che va sottoposta a controlli proprio per evitare che i terroristi possano continuare a gestire la tratta dei migranti.

Sconfiggere lo Stato islamico, da questo punto di vista, rappresenta oggi una condizione ineludibile per la gestione dei flussi migratori per evitare che questi finiscano con l'arricchire il Califfo e le organizzazioni criminali ad esso collegate.

         Fare questa guerra è una scelta obbligata, del tutto compatibile con le Costituzioni europee che non hanno scelto il pacifismo, ma la pace come condizione per promuovere la libertà;e la pace va difesa anche con le armi quando è in gioco la convivenza tra i popoli e la giustizia tra gli Stati.

Ci troviamo di fronte ad una gravissima emergenza che va affrontato con gli strumenti forniti dalle Costituzioni. Se un grande Paese democratico come la Francia decreta lo stato d'emergenza rispolverando norme scritte nel ‘59 per la guerra d'Algeria, significa che la soglia di rischio è stata ampiamente superata.

 

5.      Ovunque nel mondo si grida: siamo francesi

 

La società francese ha dimostrato di saper reggere al ricatto dei terroristi ricomponendo le proprie divisioni. Anche quelli che sono in rivolta contro la politica, i Partiti, i poteri forti, l'Europa,i migranti, di fronte all'attacco terroristico, si sono ritrovati uniti intorno alle Istituzioni della Repubblica per cantare insieme la marsigliese. Alla ferma volontà di resistenza espressa dai vertici della Repubblica, il Paese ha risposto stringendosi intorno ai propri leader politici.

La paura c'è, è grande, ma non c'è voglia di resa. I francesi sentono intorno a loro la forte solidarietà di tutti cittadini europei,e non solo di essi.

E questo sentimento comune costituisce la grande forza morale da porre a base del rilancio del ruolo dell'Europa nel mondo come grande attore globale capace di garantire la sicurezza dei propri cittadini, ma insieme anche lo sviluppo di quei popoli poveri che vivono a poche centinaia di chilometri di distanza dalle coste europee e che devono combattere due flagelli egualmente devastanti: la povertà e il terrorismo che usa la religione per uccidere cristiani ed islamici.

         Emerge insomma una forte, sincera volontà delle grandi potenze, ma anche dei Paesi islamici a partecipare a questa guerra a difesa dei diritti dell'umanità senza lasciarsi condizionare più di tanto da calcoli politici e vantaggi economici. Una sconfitta dell'Europa comporterebbe una situazione di anarchia internazionale in conseguenza della quale nessun popolo sarebbe più sicuro.

         L'Europa è scesa massicciamente in campo per difendere la propria storia, le proprie conquiste di libertà. Non si è certo voluto colpire la religione in Francia considerato che in Francia la religione, come osserva Francesco Merlo, non è un randello di Stato, ma un ramoscello, e che i vescovi non coltivano bisogni revanscisti che ora i terroristi vorrebbero risvegliare. 

I terroristi hanno inteso usare la Francia - patria delle libertà civili, dove l'integrazione etnica sembrava pienamente riuscita- come metafora di un mondo che tende a ritenere le libertà civili irrinunciabili. Hanno voluto atterrire i francesi, per atterrire tutti cittadini del mondo; questo era il loro obiettivo.

E'questa la ragione per cui tutti i governi europei hanno risposto all'appello del presidente francese. HOLLANDE, essendo tutti i Paesi europei oggettivamente colpiti dalle stragi parigine.

 

6.      Come sconfiggere i terroristi nel rispetto delle regole di civiltà europee

 

I jihadisti(o sedicenti tali) anche se usano tecniche disumane sono uomini e perseguono obiettivi di potenza, l'arricchimento, il conseguimento di una fama sempre più grande. Tra di loro ci sono anche occidentali, e alcuni di essi sono figli della buona borghesia europea.

Ciò significa che il terrorismo bisogna non solo batterlo sul piano militare anche sul piano culturale, cercando di capire bene dove nasce il fondamentalismo totalitario islamico, con particolare riferimento a suo insediamento in Europa. Il fondamentalismo jihadista ricorre a un codice religioso, ma non è fede, come ha spiegato bene Jurgen HABERMAS.É' ideologia pura "che al posto dei termini religiosi di cui fa uso potrebbe usare qualunque altro linguaggio devozionale, o anche mutuato da una qualunque ideologia che promette una giustizia redentrice". É' un'ideologia che fa strame delle regole del diritto internazionale, la cui diffusione è favorita nei Paesi islamici da una cultura araba che è alla ricerca di un antico orgoglio e, in Occidente, dall'assenza di prospettive, di speranze per il futuro delle giovani generazioni.

I giovani che si radicalizzano tendono ad affermare il loro amor proprio. L'idea dei terroristi di scegliere il martirio per potere avviarsi verso un mondo migliore dove tutto è concesso, di cancellare dalla storia un Occidente impuro che odiano ma dal quale si sentono esclusi, è un ' idea fascinosa non solo per giovani islamici che vivono nei territori dell'Islam ma anche per giovani che vivono nell'Occidente ed ambiscono ad una vita migliore.

Occorre quindi abbattere lo Stato islamico togliendogli i territori che sono stati occupati tra la Siria e l'Iraq. Bisogna ridare forza in quei territori ai loro nemici storici, cioè gli sciiti. Bisogna contemporaneamente sottrarre loro le grandi risorse di cui dispongono.E bisogna recidere ogni legame che li lega a  diversi attori islamici, a cominciare dalla petromonarchie, che sono state in passato interessate a proteggerli. Ed è grazie a tali protezioni che si è creato il mito della loro invincibilità. Man mano che si allargava il territorio controllato dallo “Stato” islamico alcuni di questi protettori si sono sentiti minacciati e adesso sono passati dall'altra parte, dalla parte dell'alleanza occidentale che combatte lo “Stato” islamico. Insomma adesso questi Paesi hanno paura del mostro che hanno contribuito a far crescere.

         Occorre dunque intervenire sulle libertà economiche di cui godono i terroristi, anche al di fuori del territorio occupato, a cominciare dalla libertà di vendere petrolio alle compagnie multinazionali occidentali a costi sicuramente competitivi con quelli degli altri fornitori. È noto che tutto queste risorse vengono investite in armamenti militari con i quali poi è attaccato l'Occidente. Confiscare o intercettare le risorse che affluiscono verso lo “Stato” islamico è decisivo per poterlo combattere;e l'accordo fra la Russia e l'Iran da una parte e l'Occidente ed i sunniti dall'altra è fondamentale per poter isolare lo “Stato” islamico. Ma a questo fine è essenziale che l'Europa affronti seriamente il problema della difesa comune sul terreno istituzionale. È del tutto comprensibile che alcuni Paesi europei siano riluttanti nel lasciarsi coinvolgere nei conflitti che avranno luogo nei prossimi mesi in Medio oriente per piegare il fondamentalismo, anche se è fuori discussione il sostegno pieno che essi si sono impegnati a dare alla Francia in altri modi.

E tuttavia pensare a un sistema di difesa comune è necessario per potere arginare l'offensiva terroristica nei prossimi anni. Per costruire un sistema di difesa comune è, però, necessario prescindere dal patto di stabilità, dai vincoli di bilancio. Paradossalmente l'emergenza che l'Europa sta vivendo può costituire l'occasione per far fare un salto di qualità al processo di integrazione politica.

In altri termini, se ieri il pareggio dei conti pubblici era un tabù intoccabile oggi l'Europa monetaria pare disponibile a piegarsi alle necessità dell'Europa politica.

E l'Europa politica della sicurezza non può non adottare un'unica strategia con riferimento al dramma dei rifugiati e con riferimento ad un modello di sviluppo che guardi al Mediterraneo nella prospettiva della creazione di un'area di prosperità condivisa che non può non essere bicontinentale.

Occorre, insomma, una leale collaborazione tra tutti i Paesi e le organizzazioni internazionali che hanno dichiarato di volere combattere fino in fondo lo “Stato” islamico. Essi devono mettere insieme le risorse di cui dispongono, dalle strutture militari all'intelligence, evitando di muoversi ciascuno per proprio conto.

Si tratta di una battaglia, tuttavia, da condurre anche fuori dall'Europa.  Occorre   prevenire l'espansione dell'Islam fondamentalista laddove esistono situazioni di crisi che possono degenerare nella guerra civile e dove finora lo “Stato” islamico è parso in grado di intervenire per creare delle vere e proprie province che dipendono dal Califfo. In questi casi se non interviene per tempo l'Europa, è inevitabile che intervenga chi vuole allargare l'aria della guerra Santa conquistando nuovi presidi territoriali.

Occorre infine mantenere l'attività repressiva nei limiti della legalità: il titolo di vanto dell'Occidente deve essere quello di saper vincere questa guerra mantenendo l'intervento repressivo entro i confini della legalità costituzionale, cioè nel rispetto di quelle Carte dei diritti prodotti dall'Occidente e che i fondamentalisti islamici detestano. Bisogna saper lottare contro il terrorismo, evitando di deteriorare la natura politica delle nostre società, evitando di erodere i diritti fondamentali dei cittadini, di incidere sulla sostanza delle nostre Costituzioni che possono anche essere modificate nel senso auspicato da HOLLANDE, ma non stravolte nel loro impianto garantista. L'Europa non corre il rischio di essere asservita ad una cultura straniera, non c'è il rischio che venga messa in discussione la sua identità. Il pericolo più concreto è quello di sacrificare sull'altare della sicurezza le garanzie democratiche di una società aperta, e soprattutto la tolleranza verso modelli di vita diversi da quelle europee.

 

 

7.      Una guerra del terrore diversa da vincere attraverso strumenti diversi

 

          Siamo di fronte ad una " nuova" guerra terroristica, non più rivolta ad obiettivi simbolici e quindi prevedibili, ma a colpire la gente comune. I terroristi non vogliono condizionare soltanto l'esercizio di libertà strategiche per la stessa identità politica di un popolo ma le consuetudini che segnano la vita di ogni giorno.

Occorre reagire attraverso lo strumento militare, quindi, ma anche attraverso tutte le forme di solidarietà possibili, per fare sentire meno solo chi è esposto al rischio, qualunque sia la sua religione, qualunque sia la sua etnia diffondendo anche la giusta persuasione che alla fine le democrazie vinceranno.                           

E se l'Occidente sembra davvero unito, se l'Europa sembra davvero determinata in questa battaglia nella quale sembrano superabili anche le divisioni del mondo islamico, se sciiti, sunniti, turchi iracheni saranno costretti a sedere intorno allo stesso tavolo per mettere a punto le necessarie strategie, pena l'isolamento internazionale, forse finalmente un nuovo ordine internazionale può realizzarsi. Intorno alla leadership dalle grandi potenze si può davvero riunire il mondo oggi egualmente minacciato dal terrorismo.I musulmani non sono meno esposti al rischio degli occidentali. E solo una grande alleanza internazionale per vincere la guerra può convincere tutti i musulmani d'Occidente a schierarsi con determinazione contro il Califfo,a difendere il loro diritto all'integrazione, per realizzare il loro sogno di libertà.

 L'intervento militare della Federazione russa ha prodotto un salto di qualità nell'azione di contrasto al terrorismo, e determinato un effetto domino convincendo anche i Paesi indecisi che bisogna muoversi sul piano militare, rafforzando l'intensità del conflitto, sia pure con diversità di ruoli, con contributi di diversa consistenza.

E occorre soprattutto una convinta convergenza nei comportamenti degli Stati europei anche sul terreno della prevenzione. Oggi è più che mai necessario un deciso impulso comunitario che faccia sentire concretamente l'Europa schierata dietro la Francia.Bisogna rendere concreti, attuali i principi che stanno alla base del processo di integrazione.E tutto ciò bisogna fare attraverso un   coordinamento unico delle politiche di prevenzione e contrasto del terrorismo che non possono non essere gestite da Bruxelles.

    Nel momento in cui ad essere esposta al rischio delle stragi è tutta l'Europa, nel momento in cui -come insegnano le stragi di Parigi-gli anelli deboli del sistema di sicurezza europeo diventano un rischio concreto non soltanto per un particolare Paese ma per l'intera Europa,è chiaro che occorre un'autorità,una regia che si ponga ad un livello più alto di quello nazionale per provvedere alla sicurezza di tutti i Paesi membri dell'Unione europea. Era noto da tempo che il Belgio da questo punto di vista rappresentasse l'anello debole nel contesto dei paesi europei. Lo è stato tradizionalmente anche nei decenni passati, con riferimento a fenomeni di terrorismo politico che riguardavano alcuni Stati europei. Non ci si deve sorprendere più di tanto,quindi, se in Belgio viene scoperta una centrale terroristica direttamente collegata con lo “Stato” islamico. Quando alcuni capi delle milizie dello “Stato” islamico dichiaravano in modo arrogante che potevano entrare e uscire dall'Europa come e quando volevano, probabilmente facevano riferimento a questi anelli deboli esistenti nel territorio europeo, e in particolare al Belgio.

La sicurezza europea dipende dalla realizzazione di un regime cooperativo che venga realmente condiviso da tutti i paesi, ma anche da Stati europei che sono fuori dall'Unione europea. 

Occorre a tal fine una riorganizzazione dei servizi di intelligence a livello comunitario, che rompa quel regime di egoismo nazionale che finora ha dominato le politiche della sicurezza contro il terrorismo in Europa.Si tratta di creare una fbi europea che sia in gradodi mettere insieme una banca dati europei, di "centralizzare" i dati e le informazioni a cui poi possono attingere tutte le autorità competenti a livello nazionale per svolgere una seria attività di controllo sui movimenti delle persone sospettate e sul traffico di armi nei territori indiziati di ospitare organizzazioni terroristiche.

Alla guerra globale del terrorismo si risponde non solo con azioni militari affidate a coalizione di Stati, ma anche con una gestione dei servizi di informazione comune.

 

8.      Lo “Stato” islamico si può abbattere

 

Se lo “Stato” islamico nel giro  di pochi anni è riuscito attraverso il dominio sui territori che ha conquistato  ad esercitare nel mondo un potere così grande,ciò come si è avuto modo di spiegare si deve anche alla  neutralità, quando non si è trattato di vera e propria collusione, di cui ha goduto da parte di Paesi come l'Arabia Saudita che vede nello “Stato” islamico una  forma  di radicalismo sunnita da strumentalizzare per minacciare i propri avversari, e soprattutto l'Iran che resta il nemico principale.

Lo “Stato” islamico sicuramente continuerà a perseguire obbiettivi espansionisti costituendo quindi sempre più una minaccia per le potenze locali.Ciò fa sì che il peggior nemico dello Stato islamico sia stesso, perché inevitabilmente via via vedrà emergere sulla sua strada nuovi nemici, che sono islamici ma si sentono minacciati dall'espansionismo che il Califfo persegue attraverso nuove conquiste territoriali.

Esso è riuscito a sottomettere facilmente popolazioni poverissime incapaci di difendersi, non protette da nessuno, facendole poi vivere nel terrore.Ha il controllo di importanti ricchezze e riesce a dislocare il proprio esercito mercenario nei luoghi dove realizzare una forte ingerenza politica in presenza di una situazione di crisi in grado di dissolvere la stessa identità istituzionale di uno Stato; ha strutture attraverso le quali addestra chi viene anche da Paesi lontani per partecipare alla guerra planetaria dichiarata dal Califfo.

Lo Stato islamico sul piano militare sembra una superpotenza mondiale ma in realtà non è così forte come spesso la sua propaganda può far sembrare. A fronte delle imprese riuscite bisogna ricordarsi del fatto che lo “Stato” islamico ha perso circa il 25% del proprio territorio negli ultimi mesi, dopo che sono cominciati gli attacchi aerei. Se davvero all'azione svolta attraverso i bombardamenti si accompagnerà un'azione sul terreno, magari attraverso la fornitura di adeguati armamenti alle milizie curde già schierate, lo “Stato” islamico come organizzazione insediata in un territorio che copre parte della Siria e dell'Iraq nel giro di pochi mesi potrebbe crollare.

Liberare queste popolazioni e sottrarre all'ISIS i territori conquistati è il primo passo per destrutturare il sistema di potere da esso organizzato.A ciò deve ovviamente seguire un'azione di assistenza militare ed economica che metta in grado i nemici islamici del Califfo di poterlo combattere ad armi pari.

Tutto il resto viene dopo.Il riconoscimento dell'identità, le politiche dell'integrazione verso l'Islam che vive in Occidente, la promozione di forme di interculturalità che cancellino in modo concreto ogni tentativo di creare una gerarchia tra le culture, tutto ciò viene dopo che sarà sottratto all'ISIS il territorio conquistato; così si dissolverà il mito del Califfo come nuovo profeta in grado di risolvere i problemi che hanno prodotto l'"infelicità islamica".

 La guerra contro lo “Stato” islamico,che è una guerra necessaria, non sarà comunque una guerra lampo.E' giusto che l'opinione pubblica europea si renda conto di ciò.Non sarà una guerra lampo perché  i canali di alimentazione del terrorismo di cui lo “Stato” islamico si avvale sono costituiti da reti fatte da persone che svolgono attività di propaganda nei territori avvalendosi delle loro relazioni parentali o amicali, che sono via via cresciute nel corso degli anni.Sono questi i canali utilizzati dal Califfo per convertire all'estremismo islamico migliaia di persone.

 

9.      Se la democrazia è un rischio per lo “Stato” islamico, occorre muoversi per agevolarne pacificamente la diffusione

 

Alla guerra dichiarata da uno Stato verso altri Stati non si può che rispondere con la guerra di difesa, che comunque definita-guerra umanitaria o guerra per la democrazia-è pur sempre guerra.

Il fatto poi che  l'Occidente dimostri con i propri comportamenti, con il funzionamento delle proprie istituzioni, con l'impegno della società civile, che  lo stragismo terrorista non riuscirà a intaccare i principi che stanno alle basi delle sue Costituzioni democratiche,serve a dimostrare ai cittadini occidentali che la guerra dei terroristi non farà regredire l'Occidente sul piano della civiltà giuridica che esso esprime, e serve a dimostrare agli islamici d'Occidente che anche di fronte emergenze anche drammatiche l'Occidente non perde la testa e risponde  al terrorismo senza far regredire gli Stati occidentali a livello di Stati terroristi.

E soprattutto bisogna dimostrare che su questa linea le società civili e i leader politici sono uniti, e che le polemiche della politica fanno un passo indietro di fronte alla necessità di sostenere quanto fanno i governi per garantire la sicurezza dei territori, per evitare che la democrazia possa regredire in un'Europa che ama definirsi a ragione patria dei diritti.

Sostenere  con ogni mezzo i regimi democratici che si sono insediati in alcuni Paesi della sponda sud del Mediterraneo, convincere l'opinione pubblica che la democrazia non è debole per sua natura  e che con le svolte democratiche non si è dissolta la forza dello Stato  rappresenta l'impegno prioritario a cui assolvere per dare una risposta allo “Stato” islamico che attraverso gli attentati sta cercando di mettere in ginocchio i Paesi dove sono in corso interessanti sperimentazioni democratiche.L'accanimento con cui si vuole punire la Tunisia per il fatto di essere approdata tra mille difficoltà alla democrazia da questo punto di vista deve fare riflettere.

Più si allargano i confini dei territori retti da regimi democratici nell'area del Mediterraneo, più si restringe l'area di influenza all'interno della quale può operare lo stato islamico.

         Non c'è dubbio che alla base dell'espansione del terrorismo ci sia anche la questione religiosa, in quanto che i terroristi vanno predicando una lettura strumentale della religione islamica facendo di essa una religione che impone la violenza.

E' giusto, tuttavia, ricordare che questa strumentalizzazione della religione a fini di potenza non ha risparmiato in tempi lontani  neppure la tradizione cristiana. Non pare dubbio, però,che i terroristi hanno stravolto il senso della predicazione islamica facendo di essa un culto della morte,essendo essi  armati   di feroce nichilismo, di un odio cieco  verso l'altro, verso l'umanità che fa di essi una minaccia permanente, e non solo per l'Occidente, di cui non tollerano  gli stili di vita.Essi mirano ad impedire che l'Occidente possa vivere liberamente, possa divertirsi, possa provare la gioia dello stare insieme.La loro reazione è addirittura rabbiosa  nei confronti della domanda di integrazione degli islamici d'Occidente, verso i Paesi islamici che vogliono conciliare Islam e democrazia , verso le donne islamiche che vogliono studiare e rivendicano la parità di genere.

Ed è proprio per questa ragione che bisogna sostenere i regimi, le culture che danno un'altra interpretazione della religione islamica, che non vogliono imporre la fede islamica al mondo intero. Ha ragione Ezio Mauro a scrivere su Repubblica del 16 novembre che il rischio della democrazia nei Paesi islamici rappresenta il peggiore dei rischi per il Califfo. E la forza dell'Occidente deve essere impiegata correttamente, perché si possa dare impulso, vigore, dopo le rivolte, ai processi democratici faticosamente avviati nel mondo arabo islamico. La testimonianza offerta dalla democrazia dei diritti e dalla democrazia delle istituzioni occidentali costituisce   "l'ultimo universalismo superstite”, dunque alternativo, l'unico modello di vita che resiste dopo la morte delle ideologie, e viene liberamente scelto ogni giorno da milioni di uomini e donne, riconfermato nei riti del venerdì sera, a Parigi come in altre città europee. Se è così, non è da oggi che l'Europa è sotto attacco, e non lo è solo l'Europa. L'attacco infatti mira a quella pratica, a quella testimonianza della democrazia che chiamiamo Occidente e che tiene insieme in una comunità di destino Europa, Stati Uniti, Israele. 

Oggi combattere il terrorismo significa sapere difendere la democrazia ovunque essa si manifesta, nella realtà democratiche emergenti ma anche nella realtà democratiche mature alle prese con la crisi di legittimazione preoccupante delle istituzioni rappresentative. Di tutto ciò bisogna parlare con il  mondo islamico, non "moderato"  ma normale  essendo esso nella sua stragrande maggioranza ostile al terrorismo. Bisogna parlare con esso di un nuovo patto di cittadinanza, ma bisogna parlare in Europa con più convinzione di un patto che possa portare sempre più la democrazia in forme che siano rispettose delle identità nei paesi della sponda sud.

 

 

10.    La vittoria della democrazia sul terrorismo

 

Non pare dubbio che le democrazie sono più vulnerabili delle dittature di fronte ad attacchi di organizzazioni criminali e terroristiche che mirano a travolgerle.Nei Paesi democratici per questa ragione le forme di controllo sulle dinamiche sociali danno luogo all'organizzazione di una rete a maglie spesso molto larghe attraverso la quale passano coloro che vogliono attentare alla sicurezza collettiva.Accade quindi che ambienti e personaggi magari individuati da tempo come pericolosi estremisti possano continuare a muoversi in un contesto caratterizzato dalla più ampia libertà di movimento, sfuggendo ad ogni forma di controllo. Probabilmente ciò è accaduto anche a Parigi.Le democrazie contemporanee dispongono però di mezzi di controllo affidate a tecnologie avanzate che possono rendere più strette le maglie larghe consentite dalla legislazione vigente.Non sempre si riesce a trovare un punto di mediazione accettabile tra le garanzie previste dalla legge e i controlli da realizzare in ordine ai movimenti delle persone in presenza di corposi indizi che portano a ritenere a rischio la sicurezza collettiva.Si tratta di una questione che l'Europa deve affrontare collegialmente, senza essere in questo senso ostacolata da antiche diatribe tra garantisti e antigarantisti, attraverso un controllo democratico delle attività investigative, che in ultima analisi poi riguarda la garanzia della libertà di tutti, ma che non può essere di ostacolo nel sorvegliare coloro i quali intendono compiere dei delitti.

E' importante che in questa materia la cooperazione giudiziaria e delle polizie avvenga all'interno di un regime comune ai diversi paesi europei, considerato che la minaccia terroristica è una minaccia che per sua natura tende ad allargarsi o spostarsi da un Paese all'altro in considerazione anche delle minori difese contro il crimine esistenti in alcuni territori.I servizi di intelligence europea sono parsi sorpresi dagli assalti che da tempo erano stati pianificati nel dettaglio. I responsabili nazionali della sicurezza   dichiarano che da adesso nessuno è più al sicuro. La simultaneità degli attacchi,la scelta di colpire persone comuni non erano prevedibili.Tutti prevedevano come possibili obiettivi di un attacco terrorista il Papa in occasione del suo programmato viaggio in Africa per fine novembre e piazza San Pietro in occasione del Giubileo.

         Eppure adesso gli investigatori scoprono che esistevano degli indizi relativi a movimenti in Belgio e in Francia di soggetti che sono al vertice della rete terroristica che potevano far pensare ad attentati clamorosi.Si tenga conto del fatto che costoro comunicano tra di loro attraverso la rete, che addirittura - la notizia è abbastanza recente - esiste una vera e propria università del Jihad, con la sua piattaforma informatica, che svolge corsi di addestramento a distanza. E gli studenti frequentano regolarmente queste elezioni, sostengono esami,vengono selezionati sulla base di criteri meritocratici e con riferimento alle attitudini che manifestano sono destinati a diventare classe dirigente dello stato terrorista.

Lo “Stato” islamico pubblica una rivista in francese per garantirsi una penetrazione capillare trai musulmani francesi.Trattasi di una rivista che predica l'odio nei confronti degli occidentali e promuove il reclutamento, incita all'eversione quanti vivono il disagio dei quartieri ghetto, delle banlieue, quanti lamentano la mancata integrazione anche a causa dell'insufficienza dei servizi organizzati per venire incontro ai loro bisogni, a causa dei tagli apportati alla spesa sociale.

Di fronte a tutto ciò bisogna mantenere alta la guardia, non limitarsi a ripetere le invettive della destra estrema contro i migranti, che sono finalizzate soltanto a guadagnare voti presentando tutti gli islamici come potenziale terroristi.Occorre ricordarsi più spesso che non erano rifugiati quelli che costituivano i vertici dell'organizzazione terroristica in Francia, ma in prevalenza cittadini francesi i quali attraverso gli attentati intendevano punire la politica estera di HOLLANDE,l'intervento in Iraq.

È una guerra difficile quella che si è deciso di combattere contro lo “Stato” islamico, con il quale peraltro siamo in guerra da vari mesi, da quando l'alleanza occidentale con in testa la Francia ha bombardato lo stato islamico  in Siria.Non ci si trova infatti di fronte ad un esercito regolare, non si combatte una guerra tradizionale ma una guerra a cui prendono parte contro il proprio paese cittadini europei convertitisi all'Islam.Sono coinvolti nelle stragi cittadini francesi che mettono le bombe, che sparano nei luoghi dove vivono i francesi, dove si divertono i francesi, dove costoro  fanno attività sportive.

Risulta oggettivamente difficile mettere i poliziotti a difesa di tutti questi posti ove si svolge la vita normale. Bisogna ricorrere ad altri strumenti di prevenzione e contrasto. E l'imprevedibilità dei luoghi colpiti che rende particolarmente difficile l'azione di contrasto.

Occorre poi tener conto del fatto che l'elemento religioso non è necessariamente l'elemento mobilitante, e meno che mai lo è la memoria del colonialismo, che può essere motivo di risentimento, ma è difficile che ciò accada tra popolazioni giovanili, e non può certamente la memoria del colonialismo essere viva in cittadini francesi che corrono ad arruolarsi nelle milizie del califfo.

Tutto ciò porta a ritenere come la minaccia anche nelle sue motivazioni di fondo sia una minaccia imprevedibile, motivata da reazioni emotive che possono essere le più diverse. Se si pensa che ad essere colpiti dalle stragi sono stati luoghi frequentati soprattutto da giovani, che le vittime sono giovani e giovanissimi prevalentemente, si può dire che in coloro i quali nutrono questi sentimenti di morte proprio la giovinezza costituisca un elemento da colpire.Non è quindi facile definire il perimetro di coloro che sono candidati da estremisti a passare il fosso e diventare terroristi.

E' prevedibile che sia obiettivo sensibile da proteggere un giornale che deride gli islamici o un ristorante ebraico, insomma dei luoghi simbolo contro i quali si scatena la furia omicida degli islamici radicali, ma non si possono proteggere luoghi frequentati dalla gente comune come quelli che sono stati colpiti il 13 novembre a Parigi.

Solo un servizio di intelligence che opera attraverso propri infiltrati nelle strutture del terrorismo può svolgere un'efficace azione di prevenzione.

HOLLANDE parlando ai parlamentari francesi, riuniti a Versailles, ha spiegato con argomenti convincenti perché bisogna adattare le tecnologie di cui dispongono le forze dell'ordine alle minacce che oggi incombono sui paesi europei.Tutto ciò comporta un giro di vite nella gestione della stessa libertà di comunicazione, a cominciare dalla libertà di cui godono le piattaforme Web che costituiscono uno strumento non secondario nella strategia di attacco dei terroristi alla sicurezza dei territori all'interno dei quali operano.

Sono queste scelte difficili da fare perché ,una volta indebolito, il muro della cifratura si abbatte per tutti, malintenzionati e non.Si tratta di procedere su questo terreno con una certa prudenza e di essere anche consapevoli che un controllo totale è irrealizzabile. 

 

11.    Lo Stato islamico si combatte con il rispetto delle identità altrui e con la diffusione dei principi democratici

 

Se l'Europa vuole davvero combattere questa guerra contro il terrorismo mettendo a frutto anche le proprie tradizioni culturali, e non soltanto dispiegando apparati militari, deve dimostrare una sincera passione nell'abbracciare questa causa, dando prova di consapevolezza dei rischi che sta correndo. Stavolta non è in gioco soltanto la propria sicurezza ma anche la propria identità minacciata non tanto da un'improbabile egemonia culturale dello “Stato” islamico, ma dalla viltà dei governi europei, dagli opportunismi nazionali, insomma dalle tentazioni sovraniste a cui non sfugge in particolare la Francia che non ha mai voluto creare una difesa comune,una politica estera comune in Europa. E tutto ciò ha reso l'Europa debole, incapace di organizzare presidi a tutela della sicurezza dei cittadini europei.L'Europa, o meglio la Francia di Hollande, può dichiarare di essere in guerra, ma si tratta di una dichiarazione che serve a dare coraggio ad un popolo come quello francese profondamente ferito, per evitare che esso si smarrisca.Allo stato non sembra che questa dichiarazione di guerra abbia a produrre apparati di difesa e di intelligence comuni all'interno dell'Unione europea, né un'unica politica estera comune,neanche  di fronte a circostanze così drammatiche come quelle verificatesi in Francia. L'Europa,così come osservava Bernardo Valli,riserva le sue passioni ai problemi monetari ed al tentativo di arginare l'ondata di migranti.Altro non pare saper fare. E soprattutto non pare concorde sul modo come integrare le masse musulmane nel continente, come contrastare il facile rifornimento di armi ai terroristi e la grande disponibilità di risorse economiche che consente ad essi di muoversi per tutta Europa utilizzando anche canali finanziari legali.L'Europa  può sfuggire agli attentati se sa riconquistare la fiducia dei cittadini  immigrati che sono venuti ad abitare nelle periferie delle grandi città, se sa tenere sotto controllo coloro che vivendo in Europa  fanno parte della rete del terrorismo islamico, se sa usare il pugno di ferro nei confronti di costoro per prevenirne le attività criminali, se avrà un' unica politica estera nei confronti di tutti quegli Stati che magari esprimono solidarietà alle famiglie delle vittime dopo le stragi di Parigi ma sembrano ancora indecisi su come  partecipare alla crociata  che il Presidente francese ha sollecitato nei confronti del terrorismo.E' questa determinazione, che purtroppo ancora manca, che può far acquisire un diverso volto all'Europa, sconfiggendo i rigurgiti di un antiquato nazionalismo e di un ambiguo neutralismo, con i quali non si possono certo scongiurare gli attentati annunciati in territorio europeo.

Non pare emergere ancora una strategia in grado di educare alla convivenza che possa scongiurare il rischio attentati, che non viene soltanto da ragazzi educati in famiglie musulmane ma anche da ragazzi provenienti da famiglie di ceppo europeo.E bisogna impegnarsi con maggiore convinzione e con maggiori mezzi per far si che la scuola possa essere laboratorio di convivenza, senza perdere tempo nelle diatribe che riguardano la festa del Natale, il presepe, o l'albero.

La scuola deve dare spazio alle varie religioni, guardando ad esse non da nessun punto di vista, ma tenuto anche conto della religione degli italiani. A questo fine comparazioni e confronti tra le culture allargano sicuramente la cultura religiosa dei ragazzi. Bisogna certo parlare della nostra identità religiosa, ed anche del presepe, ma spiegando cosa significa, e spiegandolo anche ragazzi che non solo di religione cristiana.Uno sforzo finalizzato a questo tipo di allargamento delle conoscenze facilita la convivenza, previene le chiusure nei confronti di altri mondi, combatte lo spirito totalitario che si basa sull'idea secondo cui una sola  civiltà è giusta e degna di essere difesa. Occorre fornire una cultura religiosa ai ragazzi che consenta ad essi di capire che la civiltà è uno spazio culturale e che più spazi culturali possono convivere l'uno accanto all'altro, tutti egualmente rispettabili, senza stabilire delle gerarchie. Ragazzi che vengono educati a quest'idea di "altro" difficilmente saranno propensi ad accettare il totalitarismo e a risolvere i problemi posti dalle differenze facendo ricorso alla violenza terroristica.

 

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