I CONFLITTI DI LEGGI NELLA CIRCOLAZIONE INTERNAZIONALE DELLE PERSONE MIGRANTI. L’INSICUREZZA DEI DIRITTI

 Caterina Tuosto

Dottore di ricerca in diritto internazionale

 

La presente ricerca intende fornire un’introduzione storica agli attuali codici italiani concernenti il fenomeno migratorio fino al recente Codice di condotta, predisposto dal Ministero dell’Interno, sulla protezione umanitaria e relative regole di procedura. Tale situazione viene inquadrata nella crisi internazionale di protezione dei diritti dell’uomo ed ai conflitti di legge e di giurisdizione tra Stati diversi di emigrazione e di immigrazione. Nella parte centrale, il lavoro esamina i livelli diversi di protezione di Stati diversi nelle varie fonti normative, costituzionali, codicistiche e legislative. Come risultato finale si invoca un intervento dei privati mediante le cosiddette ong in funzione sussidiaria ed integratrice dell’attività europea e nazionale.

 

Keywords: Diritti umani, spazio giuridico internazionale, migranti

 

1. La combinazione del diritto internazionale degli Stati e degli individui fra statualità e de-statualizzazione

 

Il presente contributo parte dalla constatazione di una crisi profonda del sistema internazionale di protezione dei diritti umani con particolare riferimento al settore nevralgico della libera circolazione delle persone, evidenziata nel settore delle attuali “ondate” migratorie. Tale situazione è riportabile ad una pluralità di fattori strategici di natura sia politica che economica, traducibili in visioni opposte sostenute nell’ordinamento internazionale e formulabili con l’espressione “conflitti di leggi e di giurisdizioni”. Si vuole in tal modo alludere ad opposte legislazioni statali che intendono diversamente consentire, limitare o rifiutare i flussi di circolazione internazionale delle persone, motivate da ragioni variegate. Altresì si intende alludere a conflitti di giurisdizione in senso lato, intese come carenze di protezione e di mancato controllo del territorio da parte degli Stati di partenza dei flussi migratori e, viceversa, di contrapposti sistemi di protezione esistenti negli Stati di ingresso o di arrivo. Per porre riparo a tali evidenti incongruenze è opportuno addentrarsi nel settore nevralgico delle fonti normative, allo scopo di verificarne le incongruenze e le disarmonie, le quali determinano la già accennata crisi profonda tra la società degli Stati e le comunità delle persone o degli individui. Solo un’indagine di questo tipo consente di individuare le ragioni profonde della crisi attuale, evidenziandone le ragioni storiche e giungendo a conclusioni finali positive circa i rimedi possibili, sperimentati nel momento attuale anche nell’ordinamento giuridico europeo ed italiano, ai sensi dell’articolo 117 Cost. sulle connessioni tra legislazione italiana ed europea nello specifico comparto delle cosiddette “immigrazioni”.

Con tale specifica finalità si osserverà come uno dei fattori di modernizzazione della società internazionale attuale consiste nella combinazione fra diritto internazionale comunitario europeo pubblico e privato, rispettivamente degli Stati e degli individui, come strumenti ravvicinati ai fini della costruzione di un ordine maggiormente idoneo a regolare la complessità del mondo contemporaneo. Di tale ricomposizione in corso, si indicheranno i relativi fattori di distinzione e di connessione fin dalle origini non storiche ma almeno più vicine maturate a partire dalla seconda metà del sec. XIX, data emblematica ai fini dell’individuazione dei due sub-settori dello spazio giuridico internazionale. Il primo considera la “statualità” come fattore di separazione giuridica in più segmenti (codici, costituzioni e leggi), mentre il secondo considera la cosiddetta “de-statualizzazione” come un fattore di modernità e progresso (diritti dei popoli, diritti e doveri fondamentali, diritti dell’uomo in una società globalizzata, nonché contrattualizzazione e lex mercatoria). Tale visione vede le sue origini nella ben nota tradizione unitaria del jus gentium Europaeum, secondo la quale l’intera società generale del genere umano si trova ad essere composta di due elementi. Al primo si riporta la vera e propria società internazionale degli Stati, mentre alla seconda si riferisce la società delle persone e degli individui, ciascuno dei quali dotato di un proprio statuto normativo, capace di mettere a confronto le più numerose diversità e differenze riscontrabili all’attenzione dell’osservatore (statuto personale, reale e misto)[1].

Pertanto, la presente ricerca parte dalla suddetta duplice considerazione, facendo la rapida analisi dell’evoluzione delle fonti normative fino alle più recenti tendenze del diritto dei gruppi internazionali di persone individuali e collettive. Lo spazio giuridico europeo nasce e si sviluppa come Stato-centrico, intorno ad un nucleo centrale di apparati statali, vocati ad esercitare il loro ruolo nei confronti di categorie protette di persone singole e collettive. Ma tale sistema risulta anche altamente conflittuale, circa i modi di intendere la “protezione” da parte dei singoli Stati. Qui nasce la crisi del sistema europeo di protezione dei diritti, equilibrata e bilanciata solo fuori od extra sistema, grazie al ruolo storico riconosciuto all’autonomia contrattuale degli stessi privati, come fattore cruciale ai fini della scelta della propria legge (proper law)[2].

Il carattere evolutivo e dinamico del moderno diritto privato-commerciale internazionale chiarisce così la duplicità dei suoi profili caratterizzanti altrimenti poco comprensibili all’osservatore. Tutto ciò spiega perché il diritto privato-commerciale internazionale possegga un suo naturale carattere dualistico o bi-fronte, in quanto insieme derivante da fonti sia nazionali che internazionali, sia pubbliche che private. Tale eclettismo si è sviluppato negli anni nell’ambiente dei mercati commerciali e finanziari (banche, borse, fondi d’investimento mobiliari e immobiliari), dando luogo allo spazio della lex mercatoria, da non intendersi come un diritto classista di professioni e ceti urbani, ma invece come “comunità autonome” e “intermedie” fra Stati e Comunità mondiale (cosiddette comunità intermedie a-statuali o ultra-statuali ovvero de-nazionalizzate o in via di de-statualizzazione rispetto all’ordine costituito unilaterale dei conflitti di leggi).

Di conseguenza, lo spazio giuridico moderno si è presentato tutt’altro che europeo, in quanto costituito da un insieme di spazi giuridici minori diversificati nel loro confronto da ricomporre progressivamente nell’ambito dell’attuale processo di modernizzazione, agganciata ad ordinamenti terzi o superiori di carattere sovranazionale o universale. Di qui nasce l’ottica del diritto soggettivo e dei relativi conflitti fra diritti delle persone, maggiormente componibili rispetto all’ottica tradizionale di composizione fra diritti statali. È sintomatico che la visione unitaria cominciò ad essere sostenuta in alcune scuole italiane dell’inizio del secolo scorso, intesa come “vera ed unica missione” del diritto internazionale a difesa dei diritti dell’uomo[3].

 

2. Lo spazio europeo come insieme di spazi giuridici “collegati” mediante disposizioni generali dei codici civili

 

All’inizio della loro transizione verso la modernità, gli Stati europei assegnarono ai loro codici civili sin dal secolo XIX una duplice funzione, sia nazionale che internazionale, allo scopo di risolvere problemi sia interni che esterni nella vita dei loro cittadini, nonché di quelli stranieri. Le predette sommarie osservazioni, relative alla natura originariamente interstatuale dello spazio giuridico europeo, tanto consente di giungere a prospettive di forte attualità per lo stesso ordinamento giuridico italiano. Quest’ultimo si era posizionato nel contesto europeo, mediante una soluzione ben nota di carattere codicistico-civilistico (disposizioni sull’applicazione della legge in generale, ex cod. civ. 1865-1942). Siffatta impostazione resta solo apparentemente superata dall’attuale vigente legge di sistema (L. n. 219 31.05.1995), maggiormente aperta ad esigenze internazionalistiche, legate al rispetto di condizioni internazionali. Ma soprattutto, tale approdo internazionalistico va valutato nell’ottica delle fondamentali innovazioni introdotte dalla vigente costituzione, come emendata recentemente (art. 117 e art. 81), queste ultime ancorano agli obblighi euro-internazionali l’intero sistema normativo. Più in particolare, esse richiamano a quella cosiddetta “europeizzazione” del diritto internazionale privato (Europäisierung), in virtù della quale i diritti fondamentali del cittadino europeo alla libera circolazione intra ed extra comunitaria governano l’intero sistema, una volta già definito dei “conflitti di leggi”.

Occorre, pertanto, brevemente ripercorrere le tappe di tale complessa evoluzione di un sistema, nato come internazionale e divenuto “euro-internazionale-globale”. A tale scopo, sarebbe necessario un vero e proprio studio geo-politico concernente l’articolazione dello spazio giuridico internazionale, suddiviso per epoche successive e per regioni dentro e fuori l’Europa[4]. In questa sede ci limiteremo ovviamente alle funzioni di sicurezza o “securitarie” relative alle categorie internazionalmente protette di interesse comune agli Stati ed agli individui, in quanto espressione di interessi collettivi o comuni, altrimenti formulate in passato con alcune espressioni latine (mercatores, trans-migratio, asylum) le quali godono di spazi propri o circoscritti, ovvero di canali o corridoi preferenziali ai fini della loro tutela.

Qui si vuole semplicemente segnalare, l’esistenza di un dialogo fra le leggi statali garantito da norme anti-conflitto, allo scopo di assicurare la presenza di diritti soggettivi o personali all’interno di ciascun ordinamento giuridico nazionale, innanzitutto nei settori delle norme civili, commerciali, finanziarie, lavorative etc.[5].  In virtù di tale forza propria, i codici civili nazionali poterono manifestare l’ambizione di agire come fattori o agenti di una legislazione “sovranazionale”, segnando da soli l’efficacia delle leggi nello spazio e nel tempo[6]. In questo senso le leggi civili furono intese a seconda dei punti di vista come strettamente interconnesse a quelle internazionali o naturali, come primo o ultimo anello di ricorrenti e permanenti episodi della vita degli individui, destinati a realizzarsi dovunque o comunque in qualsivoglia parte dello spazio giuridico interstatuale[7].

In tal senso, il maggiore sforzo di integrazione veniva a crearsi tra il modello codicistico francese (Code Napoleon)[8], rispetto a quello successivo derivato italiano[9]. Invero, i collegamenti non potevano certamente limitarsi alle poche norme tecniche previste per il rinvio al diritto privato straniero (art. 6 – 12 disp. cod. civ. 1865). Occorreva, invece, un più ampio sforzo tra culture civilistiche nazionali, mediante tutte le tecniche possibili di confronto sia letterale, che storico sistematico[10]. Per cui le affinità diventano linguistiche per la coincidenza dei sinonimi in uso (diritto civile internazionale alternato al diritto internazionale privato), ma soprattutto le stesse diventano concettuali, di fronte all’uso comune della condizione egualitaria dei cittadini e degli stranieri, fino all’uso del criterio di nazionalità rispetto all’altro del domicilio o della residenza abituale o prolungata[11].

 

3. Lo spazio giuridico internazionale integrato mediante costituzioni nazionali

 

Nello stesso periodo di inizio della modernità, il nuovo grande protagonista dello spazio giuridico internazionale diventa lo Stato costituzionale, governato da una costituzione scritta o orale, intesa come norme base di ciascun ordinamento, finalizzato a creare certezza e sicurezza per lo Stato come per i suoi cittadini. Si vuol dire che l’effetto prodotto dai codici civili ha lentamente contaminato le stesse costituzioni nazionali, originariamente per il rafforzamento delle identità statuali, a cominciare dall’attuale costituzione italiana concernente una serie di disposizioni di vita pubblica e privata (stranieri, rifugiati, politici, immigrati ed emigrati, operatori di commercio estero, ex art. 10-35-117 Cost.). La formazione di vere e proprie “famiglie costituzionali” è avvenuta al livello di gruppi regionali di Stati[12]. Senza dubbio si è compiuta in tal modo un’integrazione fra ordinamenti, a dir poco di livello multinazionale, se non di vero e proprio grado sovranazionale (art. 117 Cost. co. 1).

Nei suddetti testi costituzionali compaiono disposizioni internazionalistiche generali e particolari, ovvero universali e continentali regionali, le quali rinviano ad ordinamenti superiori comuni a gruppi di Stati organizzati. Limitandoci alle disposizioni “europeistiche” si cita qui la prassi del cosiddetto articolo-Europa (Europa-Artikel), il quale corrisponde nell’ordinamento giuridico italiano agli articoli 11 e 117 Cost. Trattasi come è noto di disposizioni normative che recano una disciplina sistematica a “cascata”, cumulativa di una serie di competenze legislative ed amministrative ai tre livelli euro-internazionale, euro-nazionale ed euro-locale (regionale), vera e propria base dell’architettura costituzionale italiana.

Nella linea della suddetta evoluzione, la modernità dello spazio giuridico europeo si incentra su un momento particolare di nascita di un’era, ovvero “l’era dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino”. Allora si compì il divorzio fra diritto romano comune e codici di diritto civile portando in dote lo statuto dei “diritti della persona” ed ancora, in tale fase, dalla casa madre del diritto naturale e delle genti si assistette al decollo del “costituzionalismo nazionale ed internazionale” come statuto dei correlati “diritti e doveri”. Tale nuovo corso fu il meno sorprendente ed imprevisto che potesse immaginarsi, perché esso era già in luce nella letteratura giusnaturalistica del Seicento-Settecento, e da quel punto partì una transizione ancora in corso, una via separatista e divisionista nazionale di frattura della eredità e del patrimonio comune dell’Europa (e dell’Italia). Nella caratteristica situazione del sistema degli Stati italiani dell’epoca, la ricerca di tempi, nomi e luoghi di una dottrina giusnaturalistica derivata dal ceppo europeo comune, ma modulato nell’ottica delle situazioni locali, determinò una fervida e crescente produzione dottrinaria. In Italia, ben prima della storica data del 1861, vari percorsi di avvicinamento all’obbiettivo furono sperimentati. Fra essi particolarmente significative appaiono le tracce certamente non sbiadite della scuola giusnaturalistica veneta, in cui ben evidente è la corrispondenza tra una teoria del “diritto naturale” rispetto ai “diritti naturali” dal primo garantiti[13].

 

4. Lo spazio destatualizzato mediante diritti dei popoli e diritti dell’uomo

 

La “destatualizzazione” dello spazio internazionale, realizzata mediante l’individuazione di un diritto superiore universale, avviene mediante i processi progressivi di portata continentale, che conducono alla cosiddetta “umanizzazione” del sistema interstatuale, ossia alla sovrapposizione di un super diritto universale rispetto a tutti quelli minori o parziali fra loro in conflitto nella regolazione dei diritti e dei doveri, delle libertà e delle facoltà degli individui singoli[14]. Grazie a tali movimenti le nuove categorie dei diritti dei popoli e dei diritti dell’uomo sovrastano quelle tradizionali dei diritti soggettivi privati[15]. Tali diritti possono, invero, intendersi come una “sublimazione” dei diritti soggettivi, ormai garantiti da norme di jus gentium cogens a partire dall’epoche delle costituzioni nazionali di fine Settecento[16]. Essendo il fenomeno ben noto, qui ci si limita ad osservare la connessione fra i tre livelli della protezione internazionale. Al primo ed al secondo livello di diritto internazionale privato e pubblico, si sovrappone un terzo livello di garanzia degli jura humanitas, inaugurata da scuole ormai di chiara ispirazione universalistica[17].

Come conclusione di tale discorso dopo le esperienze dei secoli XVII e XVIII il giusnaturalismo europeo si era notevolmente collaudato, assumendo nelle varie scuole nazionali una certa identità di sistema, ovvero sia di principi, di elementi e di soluzioni operative. In un certo senso a dispetto della sua proclamata e illimitata durata nel tempo e nello spazio, esso era divenuto terreno positivo di regole e di comportamenti, più o meno certi nel loro contenuto e più o meno riconosciuti nei vari Stati nazionali del continente. Collocare uno Stato regionale all’interno di tale contesto non rappresentava ovviamente ragione di resistenza o di ritrosia. Potevano adottarsi classificazioni diverse e operare diversi bilanciamenti nella triade storica dello “ius civile” rispetto a quello “naturae et gentium”. In una prospettiva localista poteva assicurarsi il primato al diritto civile, come territorio di esercizio della sovranità statale “interna”, rispetto a quella “esterna” lasciata ai capitoli successivi del diritto naturale e delle genti. Si poteva adottare una soluzione anche esattamente opposta di primato delle leggi naturali e internazionali rispetto a quelle civili di ciascuno Stato, in ragione di una comune origine di tanti modelli della vita personale, familiare, commerciale. A metà tra le due soluzioni si collocava la prospettiva divisionista, di autonomia di ius civile e di trattazione separata e distinta rispetto al parallelo e concorrente settore dell’azione pubblica o internazionale dello Stato, come regolatore della triade persona-urbs-respubblica. Incidente era anche l’interesse delle letterature giuridiche di tipo professionale, legate ad ambienti di giuristi “forensi”, “accademici” o “politico-istituzionali” in senso lato. Complessivamente ne emergeva un panorama dottrinario particolarmente ampio e variegato di saldatura fra aspetti della vita giuridica urbana o quotidiana, rispetto a più ampie prospettive di vita giuridica nazionale ed internazionale.

Nello schema logico della tradizione giusnaturalistica[18] di tipo legalitario e legista risulta che il binomio ius naturae et gentium sia inteso come nient’altro se non una complexio legum. Ma nell’ottica appositamente recepita sono esattamente le società naturali e delle genti le sedi vere e proprie di svolgimento dei rapporti pubblici e privati. In esse vanno individuati e descritti gli status personali, da cui derivano i diritti alla vita familiare e professionale, nonché i diritti derivativi alle successioni e ai beni, nonché ai momenti della vita contrattuale e commerciale. Essi danno vita secondo la tradizione classica a veri e propri officia, cioè ad atti e comportamenti umani ragionevolmente orientati e correttamente rivolti alla utilità ed al benessere individuale e comune. Corrispettivamente nella società suprema o sovrana, campo d’azione dei poteri pubblici, si incontrano e si scontrano le potestà riconosciute ai fini dell’esercizio dei diritti e dei doveri dei sudditi e dei cittadini (commercium – emigratio – trasmigratio). Questa risultava in ultima analisi la vera e propria eredità comune consegnata dal giusnaturalismo dei diritti fondamentali alla nuova era dei codici e delle costituzioni, in un più ampio contesto del diritto europeo universalizzato o mondializzato.

 

 

 

5. Categorie di persone internazionalmente protette

 

A seguito dei predetti fenomeni di costituzionalizzazione interna ed esterna agli Stati facenti parte dello spazio giuridico internazionale, i predetti conflitti di leggi statali o di diritti soggettivi individuali possono essere eliminati o attenuati per singole categorie di persone internazionalmente protette, ovvero quelle già dotate di tutela costituzionale e facenti parte di un diritto speciale nello stesso ordinamento giuridico nazionale (diritto del commercio estero, dell’emigrazione, di asilo). Le relative norme interne sono chiamate di polizia e di sicurezza, in quanto di applicazione necessaria interna ed internazionale. È appena il caso di notare come le categorie protette possono essere “forti” (lex mercatoria) o viceversa “deboli” (lex mercatoria, asylum), puntando in modo diverso sull’autonomia normativa dei soggetti o, viceversa, con la loro necessaria sostituzione o integrazione ad opera dell’ordinamento giuridico (cosiddette rules of confidence buildings – comity of Nations).

La presente ricerca ha, finora, dimostrato come l’universalizzazione parallela dei due settori combinati del diritto internazionale pubblico e privato abbia prodotto la nascita di un terzo livello di norme perentorie e cogenti. In forza di tali norme di chiusura del sistema si riduce il tasso di conflittualità dei diritti conferiti agli individui nel primo o nel secondo settore e senza eccesso di ottimismo, una soluzione razionale del conflitto fra diritti soggettivi individuali risulta così sempre attuabile[19]. La dottrina si è posta spesso un duplice quesito, concernente la possibilità di individuare un conflitto fra diritti soggettivi delle persone, come tale disgiunti dal conflitto possibile tra le legislazioni regolatrici di tali diritti. In secondo luogo, ci si è chiesti, se la soluzione del problema sia da riferire alle dottrine tradizionali del common law anglo-americano[20] o, viceversa, al civil law, in sede di origini romano-germaniche dello spazio giuridico internazionale. Alla prima soluzione corrisponde l’espressione “common law of man kind”, la quale non può intendersi dall’altra equivalente del jus gentium.

Di conseguenza, ambedue le soluzioni garantiscono una maggiore sicurezza internazionale degli Stati e degli individui e, pertanto, conducono all’individuazione di un “diritto terzo”, come tale idoneo alla soluzione dei conflitti, tanto nell’ottica delle differenze fra norme statuali, quali delle diversità fra diritti soggettivi privati. Trattasi, in sostanza, di un solo ed identico fenomeno, legato alla protezione universale dei diritti umani e, pertanto, le comprensibili diversità appaiono, piuttosto, legate ad una pura e semplice divergenza di punti di vista e non invece, ad una vera contrapposizione di valori ordinamentali.

 

6. La tutela degli operatori del commercio internazionale

 

Nell’attuale sistema di protezione del commercio internazionale, la predetta generale tutela dei diritti dell’uomo comporta una sorta di barriera all’eccessiva dispersione delle leggi nazionali e consente di combinare norme imperative e norme di autonomia normativa, ai fini della protezione di alcune categorie di soggetti operanti in veste economica o sociale, come attori della vita internazionale[21]. Invero, il ruolo di tali principi generali è proprio quello di assicurare il coordinamento dei due sub-sistemi, quello nazionale e quello internazionale, in esso operanti ai vari livelli bi e multilaterali. Ai fini di tale coordinamento un ruolo importante giocano proprio i contratti internazionali, come strumento per veicolare le norme applicabili con l’espressione specifica di contratti commerciali transnazionali. Si intende appunto dire che le norme imperative (di “public policy” o “police” o di “public choice”) sono di necessaria applicazione internazionale garantite da giudici del foro come dagli arbitri delle controversie tra gli operatori commerciali[22]. Si intende altresì dire che oltre tale sfera imperativa, alle parti resta riservato il campo delle norme suppletive o complementari. Subordinata alla legge imperativa la sfera della lex contractus riprende così il suo pieno vigore, con l’obbiettivo di rendere gli operatori veri e propri legislatori di un sistema non conflittuale ed a-nazionale[23].

Malgrado alcune visioni molto ottimistiche introdotte dai sostenitori della lex mercatoria, si può invece concludere come in tale settore i conflitti di leggi non scompaiono del tutto, ma solo a metà. Invero, la formula vincente deriva dalla combinazione tra public choice e choice of law fra loro integrate e ponderate. Rappresenta quest’ultimo l’unico risultato possibile a tutela delle leggi statali esistenti nei vari settori della politica economica generale e delle ulteriori politiche settoriali commerciali, fiscali, finanziarie, sociali etc., ben inteso frapposte o anteposte rispetto alla “sovranità commerciale” degli operatori commerciali, ormai dotati di uno statuto legale universalmente riconosciuto e riconoscibile[24].

 

7. La tutela “affievolita” dei migranti

 

Come conclusione della presente disamina, si individuano due particolari settori di protezione internazionale di categorie operanti nello spazio giuridico internazionale dal versante degli Stati operanti con leggi e trattati, come dal versante degli individui aspiranti ad uno spazio di autonomia anche normativa, grazie a nuovi strumenti denominati codici di condotta o di deontologia (cosiddetti codici privati trans-nazionali di organizzazioni non governative e soggetti analoghi).

Si raggiunge così il punto più alto della integrazione tra diritto internazionale pubblico e privato, riferita a categorie di soggetti circolanti o trasferiti nella comunità internazionale per ragioni economico-lavorative (cosiddetta lex laboris) o addirittura per ragioni politiche di garanzie democratiche diversamente distribuite nel mondo degli Stati (diritto di asilo o di rifugio)[25].

Tale necessità di utilizzazione di strumenti giuridici totalmente o parzialmente nuovi deriva dalla complessità dei percorsi o delle traiettorie seguite da lavoratori migranti o da individui rifugiati, collegati ad una serie di passaggi o di momenti attraverso le frontiere degli Stati e di successiva accoglienza o integrazione nelle comunità economiche e politiche sia nazionali che locali (burdensharing ovvero divisione delle attività di trasporto, comunicazione e assistenza ad opera di operatori statali o privati).

Ciò premesso, esaminiamo l’apparizione sulla scena internazionale dei codici di condotta trans-nazionali come tentativo di concordare strumenti sui generis per la tutela dei diritti. Tale tipo di strumento si colloca nell’ambito di un clima di insicurezza avvertito dall’opinione pubblica, il quale ha contribuito a rafforzare l’idea che il fenomeno dell’immigrazione sia una questione di ordine pubblico e di sicurezza[26] ed ha condotto ad un affievolimento della tutela dei diritti umani e dei diritti fondamentali degli immigrati[27], con contestuale ricorso a nuovi modelli organizzativi per il diritto alla protezione internazionale.

In tale contesto, si consideri il Codice di condotta predisposto dal Ministero dell’Interno al fine di garantire che le navi delle organizzazioni non governative (ong) impegnate in attività di Search and Rescue (sar), ossia di salvataggio dei migranti in mare, operino secondo una serie di regole chiare da rispettare. Tale strumento deve inquadrarsi nell’ambito dei codici diplomatici. Ciò avviene in quanto, in un momento di crisi dei diritti, ci si allontana da un discorso tecnico sui codici diplomatici, da intendersi come una categoria molto elastica ed ampia che include diversi atti, anche lo scambio di lettere tra Stati, sino a ricomprendere nuovi strumenti, quali i codici di comportamento.

Il Codice di condotta ha carattere vincolante e si distingue dai tradizionali codici di condotta adottati dalle ong che corrispondono ad una forma di autoregolamentazione interna di tali enti[28]. Questo evidenzia quanto sopra affermato che la tutela dei diritti viene affidata ad un nuovo strumento. Infatti, nel Codice di condotta è indicato che “l’obiettivo principale delle Autorità italiane nel soccorso dei migranti è la tutela della vita umana e dei diritti delle persone, nel pieno rispetto delle convenzioni internazionali.” Esso diventa un documento di dialogo normativo tra le autorità italiane e le ong, oltre che tra altri interlocutori, nel nostro caso ci riferiamo all’Unione Europea. In tal senso, lo strumento riesce a collocarsi pienamente nell’ambito dei codici diplomatici i quali vengono definiti come uno “strumento puramente rivolto a fissare un linguaggio normativo ed un rapporto di comunicazione dialettica”.

La scelta compiuta dallo Stato italiano si pone in contrasto con la consolidata riluttanza degli Stati a disciplinare il fenomeno non governativo e in opposizione alla ritrosia ad introdurre forme di regolamentazione e controllo sull’operato di queste ultime.

Tale strumento “normativo” pone in rilievo un ulteriore aspetto relativo alla produzione di nuove fonti di disciplina di fenomeni che interessano la Comunità internazionale e i singoli Stati direttamente coinvolti, ossia quello del coinvolgimento, accanto ai legislatori statali, anche di soggetti privati, quali le organizzazioni non governative e della loro partecipazione al funzionamento dell’ordinamento giuridico interno ed internazionale. Questo conduce a valutare il coinvolgimento delle entità in esame nella vita giuridica internazionale ovvero di riferirsi alla questione della loro personalità giuridica internazionale. Il ruolo e l’importanza che le organizzazioni non governative hanno assunto negli ultimi anni sono da ricollegarsi al fenomeno dell’emersione di nuovi attori, collegato al graduale ampliamento delle possibilità di coinvolgimento delle entità in esame nella gestione di affari che trascendono i confini e la loro crescente tendenza a svolgere innovative forme di cooperazione con altri attori internazionali[29].

In dottrina, la critica nei confronti delle ong si è sviluppata intorno al presunto deficit di legitimacy (ossia alla loro legittimazione) e accountability (ossia alla responsabilità) delle medesime[30]. La categoria concettuale della legitimacy è riferita alle ragioni che giustificano il coinvolgimento delle organizzazioni non governative nelle dinamiche giuridiche internazionali, ossia consiste nell’indagare le condizioni in presenza delle quali la loro partecipazione ai processi internazionali di decisione andrebbe considerata legittima. Si tratta di dirimere le questioni relative ad una loro supposta personalità giuridica[31]. La nozione di accountability indica l’insieme dei meccanismi attraverso i quali si rende conto della propria condotta ai fini di una eventuale sanzionabilità[32].

Il Codice di condotta contribuisce allo sviluppo di entrambi i concetti. Con riferimento a quello di legitimacy, “sostiene” la personalità giuridica delle ong che vengono riconosciute come un legittimo interlocutore, “autorizzate” a firmare un codice per la gestione di affari che trascendono i confini dello Stato e implicano questioni di ordine interno ed internazionale. Anche rispetto all’accountability, il Codice contribuisce a risolvere uno dei problemi legati alla legittimazione di tali enti in quanto consente alle autorità dello Stato un controllo sulle navi e, quindi, di verificare l’operato delle ong.

Nel complesso, il Codice di condotta, ricondotto nell’ambito dei codici diplomatici, come sopra evidenziato, è “divenuto un ponte euro-nazionale di coordinamento fra legislazioni europea e statale, nelle sue dimensioni nazionali e regionali, private e pubbliche.” Infatti, il Ministro dell’Interno ha cercato un consenso europeo sul suo operato durante la riunione del Consiglio informale UE dei Ministri della Giustizia e degli Affari Interni a Tallinn, in Estonia, svoltasi il 6 luglio 2017[33].

Il sostegno ricevuto dagli Stati membri dell’Unione Europea e dalla Commissione non ha trovato uguale riscontro anche da parte delle ong e ciò dimostra che sebbene tali enti siano entrati nella gestione di affari internazionali, non sono disposti a voler essere inseriti in una forma di istituzionalizzazione.

Nonostante tale opposizione, dovrebbe apprezzarsi l’approccio italiano che è stato quello di cercare una risposta da inserire in una serie di misure. Il Codice di condotta instaura un rapporto di collaborazione tra le Autorità di pubblica sicurezza italiane e le ong in risposta ai flussi migratori quale fenomeno epocale che ci ha accompagnato già per molti anni e ci accompagnerà ancora per altri anni.

Tale sistema ritenuto come il più idoneo per la protezione dei diritti internazionali dei migranti e dei rifugiati, presenta tuttavia evidenti segni di debolezza o di fragilità, in presenza di conflitti fra sistemi statuali nei loro aspetti sia civilistici che costituzionalistici e addirittura fra organizzazioni inter-statuali contrapposte (ad esempio la contrapposizione fra diritto dei Paesi occidentali e Paesi dell’estremo Oriente e del Mediterraneo). Ci si può porre il quesito di una specie di zona franca o grigia, ai fini della tutela internazionale dei diritti o addirittura di una strisciante età della crisi dei diritti umani (lex migratoria).

 



[1] Gli autori attuali della scuola contemporanea assegnano al diritto internazionale privato, sia italiano che europeo, una duplice corrispondente funzione, cosiddetta “uni-bilaterale” di difesa chiusa ed, insieme, di “apertura” esterna in ciascun ordinamento (cfr. per tutti, Pagano, Lezioni di diritto internazionale privato, II ed., Napoli, 2003; Idem, Saggi di diritto internazionale privato dell’Unione Europea, Napoli, 2012). 

[2] Come è noto, il diritto delle migrazioni rappresenta un ordinamento speciale che fa da ponte fra la normativa degli Stati di emigrazione rispetto a quella degli Stati di immigrazione. Pertanto, la vera causa o la radice della presenza o assenza di diritti individuali delle persone che circolano da un ordinamento all’altro, sta nei conflitti di leggi di Stati diversi fra loro non armonizzati. Nel presente lavoro si studieranno le varie cause di protezione internazionale aspiranti ad una progressiva protezione internazionale dei lavoratori migranti. Come è noto, l’atto di battesimo della statualità europea si trova documentata nei codici universali tedeschi dell’università di Lipsia nella nota edizione trilaterale (Giustiniano, U. Hüber, C. Thomasius), definibile come romano-olandese-germanica. In tale opera si adatta il diritto vigente nell’Europa del Settecento (jus commune) alle condizioni del diritto frisone e del diritto sassone.  Cfr. Huber, Praelectiones juris civilis secundum institutiones et digesta justiniani¸ Lipsia, 1735. L’opera originaria di U. Hüber era stata già pubblicata in modo autonomo alla fine del 1600 (1682) in merito alla estensione della statualità europea dal diritto civile al diritto commerciale. Cfr. Panebianco, Jus gentium commerciale moderno, Roma, 2015.

[3] Contrapposta alla teoria unitaria, l’altra dottrina combinatoria o complessa del diritto internazionale pubblico e privato, registrò il suo esordio in vari Paesi europei del secolo scorso. In Italia essa risale al noto “manifesto” del fondatore della scuola “napoletana” del diritto internazionale, nota come messaggio “ai professori italiani di diritto internazionale” (cfr. Fiore, Diritto internazionale codificato, introduzione alle successive cinque edizioni dell’opera, Torino, 1915). In tale messaggio l’autore individua come vera missione della scienza internazionalistica (p. VII ss.), la definizione di due categorie fondamentali di soggetti, oggi definibili come “States” e “non states actors” (Stati, soggetti collettivi privati, chiese, popoli civilizzati e non-civilizzati).

[4] Come precedenti storici dell’indirizzo inter-statualistico si può addirittura risalire alla dottrina italiana dei secoli passati dedicata alle origini del cosiddetto diritto romano-civile (west legal international tradition). Cfr. Gravina, Originum Juris Civilis Libri Tres, Lipsia, 1708; l’opera è stata ripubblicata a Napoli nell’anno 2004 cura della Fondazione Giambattista Vico, con introduzione e commento di F. Lo Monaco, relativamente allo studio dei grandi diritti delle persone, delle imprese e del commercio internazionale, ivi compresi i trasferimenti internazionali di individui (jus gentium). 

[5] Nella tradizione internazionalistica, la storia delle migrazioni di popoli e di individui era normalmente definita sotto la categoria dei diritti naturali alla trans-migratio, nel contesto del ius naturae et gentium.

[6] Cfr. Montesquieu, l’Esprit des lois, Parigi, 1748-1757, ora Lo spirito delle leggi, Milano, 2011. 

[7] Savigny, Storia del diritto romano nel medioevo, Torino, 1854 (trad. Bollati E.); Idem, Sistema del diritto romano attuale, 1849, 8 voll., Torino 1886-1896 (Trad. Scialoja).

[8] Cfr. Piano Mortari, Cinquecento giuridico francese, Napoli, 1990.

[9] Cfr. Hüber, Praelectionum juris civilis Libri Tres, III ed., Lipsia, 1735 a cura e con note di C. Thomasio, Moscovio; cfr. inoltre nel filone germanico Hertius, Dissertatio juridica de collisione legum, Gissaen, 1688. Nella dottrina statunitense altrettanto classica è l’opera di Story, Commentaries on the conflicts of laws, Boston, 1830.

[10] Cfr. Rocco, Dell’uso e autorità delle leggi del Regno delle due Sicilie considerate nelle relazioni con le persone e col territorio degli stranieri ossia trattato di diritto civile internazionale, III ed., Napoli, 1858, III vol. con discorso di Portalis, Mancini.  

[11] Cfr. Rossi, Lezioni di diritto costituzionale, Parigi, 1866; Pisanelli, Dei progressi del diritto civile in Italia nel secolo xix, Napoli, 1870; La Mantia, Storia della legislazione civile e criminale di Sicilia comparata con le leggi italiane e straniere, dai tempi antichi fino ai presenti, Palermo, 1866-1874, due voll. Si veda, anche, Forti, Libri due, Delle istituzioni del diritto civile accomodate all’uso del foro, Firenze, 1863. 

[12] Anche qui occorre brevemente rinviare ad una ben nota tradizione europea dei cosiddetti padri fondatori del diritto internazionale privato (in senso ampio, rectius diritto civile internazionale). Cfr. Laurent, Droit civil international privé, Parigi-Gand, 1880-1882, 8 voll. (trad. ital. Vallardi, Napoli, 1885); Durand, Droit internazional privé, Parigi, Napoli, 1897, (trad. a cura di Contuzzi e Lioy). 

[13] La seconda metà del secolo XVIII risulta particolarmente rappresentativa per una serie di opere monografiche, dedicate al giusnaturalismo e ai diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino, nel contesto degli ordinamenti della Repubblica veneta a livello locale, statale ed internazionale. Nell’ultimo decennio di tale periodo, emblematiche sono due opere monografiche in ordine alle quali si è recentemente concentrata l’attenzione della dottrina, concernenti rispettivamente lo “ius naturae et gentium” (1791) e più specificamente i “diritti fondamentali” (1797) nel contesto dei diritti e doveri dell’uomo e del cittadino. É il maggior contributo lasciato dalla dottrina del giusnaturalismo del Settecento, come patrimonio del secolo successivo in cui notoriamente trionferanno i due principali prodotti del positivismo giuridico, grazie ai progressi rappresentati dai “codici civili” nel diritto privato e dalle costituzioni del diritto pubblico. Con il presente contributo, s’intende illustrare come lo spazio giuridico dei “diritti fondamentali” presenti nella società civile appaia strettamente correlato a quello dei “doveri fondamentali” imposti dalla società pubblica o statale. Cosicché i relativi ordinamenti contribuiscono alla formazione dello Stato moderno in un difficile equilibrio sempre mutevole tra sfera della libertà e sfera dell’autorità. É da rimarcare come la compresenza dei due mondi fosse presente all’indagine degli studiosi nell’Italia pre-unitaria ancor prima dell’inizio della “codicistica civile” e della nascita del diritto costituzionale in senso moderno, destinati a mettere in ombra in nome del positivismo le tradizioni pregresse sia nazionali che internazionali su cui si impiantarono le “nuove fonti” dell’Italia unita.

[14] E‘ opportuno rinviare alla più recente dottrina di lingua tedesca, relativa alla costituzionalizzazione (Verfassung) dello spazio giuridico europeo, riferita ai suoi aspetti interni ed esterni all’Unione. Cfr. Häberle, Kotzur, Europäische verfassunglehre, Baden Baden, 2016, VIII ed.

[15] Cfr. l’importante ricerca di Carella, Diritti umani, conflitti di legge e conflitti di civilizzazione, Bari, 2011.

[16] Il più grande studioso dei diritti delle migrazioni internazionali è stato un autore di origine spagnola, italianizzato a Venezia, alla fine del 1700, studioso dei rapporti di spostamento di flussi di popolazione nel nuovo mondo sudamericano (cosiddetto cono sud). Cfr. Muriel (C. Morellius, 1718 – 1796), Rudimenta juris naturae et gentium, libri duo, auctore D. Cyriaco Morelli, presbytero olim in universitate neo cordubensi in tucumania publico professore, Venezia, 1791; Idem, Historia do Paraguay desde 1747 hasta 1767, Madrid, 1767 (ora presso la Library of Connecticut – USA), nonché Morelli, Fasti novi orbi et ordinationum apostolicarum ad Indias pertinentium  breviarium cum adnotationibus, Venezia, 1776, (tip. A. Zatta) – parti due, p. 8, 312, 642 (ora riedito da Nabu-press International, Firenze, 2011).

[17] Cfr. De Mably, Des droits et des devoirs du citoyen, Parigi, 1789; Spedalieri, Dei diritti dell’uomo, Venezia, 1797 (altre edizioni Palermo, 1848 e Milano, 1848); Idem, Diritti e doveri dell’uomo e del cittadino, Venezia, 1797; Silvestri, I costitutivi, la natura e i doveri dell’uomo in rapporto al naturale diritto, Padova, 1771.

[18] I giusnaturalisti dell’epoca, nello schema ideologico e concettuale loro proprio, proclamavano espressamente di non essere fautori di un diritto ipotetico o chimerico, ma di essere ben radicati in realtà sociali comunitarie dove le varie categorie di diritti potevano essere ben descritte ai fini della loro pratica e completa attuazione. Si era quindi ben lontani dalla identificazione di diritti naturali affidati a meri sentimenti umanitari, validi per l’intero genere umano o di una generica benevolenza destinata ad assicurare felicità o benessere dentro o fuori dei confini di uno Stato nazionale. Senza avere ancora costituzioni e codici, anche l’Italia pre-unitaria di allora viveva a metà tra diritto comune e diritto proprio. Viveva in altri termini come gli inglesi, i francesi o i tedeschi un’epoca di common law dei diritti fondamentali ed erano le leggi e gli statuti legislativi a far funzione costituzionale e codicistica, nel nome di una competenza legislativa riconosciuta e riconoscibile in territori giuridici a dimensione non solo locale. In tal senso, la tradizione veneta si allineava con quella culturale napoletana e romana dei primi decenni del secolo, per non parlare di quella piemontese da sempre sensibile alle tradizioni legislative e poi costituzionali napoleoniche del modello francese (Gravina, De origine juris civilis, Napoli, 1701 e Vico, De uno et universo jure principio et fine uno, Napoli, 1720). Nell’impossibilità di ricostruire l’intera filiera del giusnaturalismo veneto, si è assunto qui un punto di vista unitario ed emblematico, assumendo un’opera in un certo senso simbolica per l’ampiezza delle sue prospettive universalistiche e per la sua collocazione equilibrata, riassuntiva e non polemica nell’ultimo decennio del secolo considerato (i cosiddetti Rudimenta juris naturae et gentium del 1791).

[19] É da evidenziare il ruolo svolto dalle dottrine comparativistiche, dedicate alla prospettiva dell’armonizzazione dei diritti statatali-nazionali, ai fini della eliminazione-attenuazione dei suddetti conflitti. Per tutti, nel secolo scorso, le ben note opere, Gorla, Il ricorso alla legge di un “luogo vicino” nell’ambito del diritto comune europeo, in Il Foro italico, XCVI (1973), vol. 5, p. 5 e passim; Idem, I tribunali supremi degli Stati italian., fra i secoli XVI e XIX, quali fattori della unificazione del diritto nello Stato e della sua uniformazione fra Stati, in La formazione storica del diritto moderno in Europa. Atti del III Congresso internazionale della società italiana di storia del diritto, Firenze, 1977, pp. 468, 471, 473, 482; Idem, Unificazione “legislativa” e unificazione “giurisprudenziale”. L’esperienza del diritto comune, in Il Foro italiano, C (1977), vol. 4, p. 2 e passim; Idem, Iura naturalia sunt immutabilia. I limiti al potere del “Principe” nella dottrina e nella giurisprudenza forense fra i secoli XVI e XVIII, in Diritto e potere nella storia europea. Atti del IV Congresso internazionale. della società italiana di storia del diritto dedicato a B. Paradisi, Firenze, 1982, p. 640 e passim. 

[20]  Come è noto, la denominazione international law, equivalente a quella tradizionale di jus gentium, è dovuta ad un notissimo autore londinese, che vide in tale ordinamento un ponte tra I diritti dei vari Stati europei allo scopo di garantire migrazioni e commerci nell’epoca della società industrial nascente. J. Bentham, Introduction to the principles of morals and legislation, Londra, 1789 e seconda edizione Londra, 1823. Sulla stessa linea l’egualmente nota opera del docente di giurisprudence nella London University, Austin, The province of giurisprudence determined, Londra, 1840. 

[21] Nell’impossibilità di offrire una pura essenziale bibliografia sul cosiddetto diritto internazionale commerciale del lavoro, si rinvia ad alcune trattazioni storico-sistematiche specializzate. Cfr al riguardo Marrella, Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell’economia, in Galgano (a cura di), La nuova lex mercatoria. Principi UNIDROIT ed usi dei contratti del commercio internazionale, 2003, Padova; Villata, Gli strumenti finanziari nel diritto internazionale privato, Padova, 2008; Ligustro, Sacerdoti (a cura di), Problemi e tendenze del diritto internazionale dell’economia. Liber amicorum in onore di P. Picone, Napoli, 2011; Zanobetti, Diritto internazionale del lavoro. Norme universali, regionali e dell’Unione europea, Milano, 2011. Sul ruolo dei nuovi soggetti internazionali, costituiti da gruppi di Stati con finalità di concertazione e armonizzazione del diritto pubblico dell’economia di Stati diversi, nell’ottica della trasparenza dell’azione pubblica sui mercati privati cfr per tutti, Panebianco (a cura di), Ius gentium europaeum, il G8 2009, sistema multi-regionale di Stati, XXXV summit G7/G8, Napoli, 2009; Panebianco, Verdecchia, BRICS: Gruppo internazionale di Stati (BRICS: International group of States), in Diritto del commercio e degli scambi internazionali, 2013, 1, p. 1. 

[22] Nel presente paragrafo ci riferiamo alle conclusioni dello studio di Panebianco, Jus gentium commerciale moderno, op. cit., p. 98-104, che considera i diritti dell’uomo paritariamente tutelabili mediante norme di polizia internazionale dei contratti, normalmente garantite da amministrazioni pubbliche, nonché dalla stessa autonomia collettiva delle associazioni professionali degli operatori, operanti nei più diversi settori del commercio estero (foreing trade). Tutto ciò consente, conclusivamente, di cogliere anche i limiti della cosiddetta globalizzazione dei conflitti di leggi nel commercio internazionale, nonché dare un senso alla pluralità delle sue fonti normative regolatrici. Ciò nel senso che proprio i principi generali comuni sulla legge applicabile rendono uniformi o armonizzati soltanto spazi relativamente ristretti e cioè a-conflittuali ovvero privi di conflitti di leggi. Ma tali norme uniformi presuppongono ineludibili conflitti di leggi sia nazionali sia regionali comuni a gruppi di Stati, poste quasi a presidio e a garanzia delle diversità delle tradizioni nazionali e delle politiche nazionali diversificate in materia di politiche commerciali. Come conseguenza ultima e finale, gli operatori commerciali nella loro attività sia pre-contrattuali che contrattuali incontrano il limite ineludibile di sbarramenti, posto da legislatori statali nazionali come dalle autorità sovranazionali e solo oltre tali limiti risulta loro consentito di disporre del destino delle leggi nazionali, europee ed extra-europee, rendendole più o meno applicabili secondo i concreti interessi di ciascuna fattispecie contrattuale.

[23] Dalhuisen, On Transnational Comparative, Commercial, Financial and Trade Law, IV ed., Oxford, 2010.

[24] Gaeta (a cura di), Lineamenti di diritto internazionale penale. Diritto processuale, Vol. 2, Bologna, 2006; Miraglia, Diritto di difesa e giustizia penale internazionale, Torino, 2011; Uckmar, G. Corasaniti, De Capitani, Da Vimercate, Diritto tributario internazionale, Padova, 2012; Lanciotti, La Corte penale internazionale e la repressione delle gravi violazioni del diritto umanitario, Torino, 2013; Carchidi, Consiglio d’Europa, Unione europea e contrasto alla criminalità, Roma, 2014.

[25] Cfr. Pisillo Mazzeschi, Pustorino, Viviani, Diritti umani degli immigrati. Tutela della famiglia e dei minori, Napoli, 2010; Valvo, Migrazioni mediterranee e autocrazie eurocentriche, in Mediterranean Journal of Human Rights, 1, Roma, 2009.

Per la enorme bibliografia relativa al diritto della immigrazione nell’ordinamento giuridico italiano, si rinvia alla raccolta di legislazione e giurisprudenza, Di Muro, Di Muro (a cura di), Diritto dell’immigrazione, Torino, 2017. In tale opera si avvia la ricostruzione del diritto italiano dell’immigrazione come tentativo unilaterale di dare soluzione ai conflitti di leggi, rispetto a Paesi del Mediterraneo, dotati di sistemi giuridici emigratori ed immigratori fra loro profondamente diversi ed in via di difficile armonizzazione ai fini della tutela amministrativa e giurisdizionale dei diritti dei lavoratori migranti.

[26] Moschella, La parabola dei diritti umani nella legislazione italiana sull’immigrazione, in Gambino, D'Ignazio (a cura di), Immigrazione e diritti fondamentali: fra costituzioni nazionali, Unione europea e diritto internazionale, Milano, 2010, p. 481. 

[27] D’Ignazio, Gambino, Immigrazione e diritti fondamentali. Fra costituzioni nazionali, Unione Europea e diritto internazionale, Milano, 2010; Gjergji, Sulla governance delle migrazioni. Sociologia dell’underworld del comando globale, Milano, 2016, p. 54.

[28] Il carattere vincolante del codice può desumersi dalle sue disposizioni di chiusura, laddove viene previsto che la mancata sottoscrizione del testo o l’inosservanza degli impegni in esso previsti può comportare l’adozione di misure da parte delle Autorità italiane nei confronti delle relative navi delle ong, nel rispetto della vigente legislazione internazionale e nazionale, nell’interesse pubblico di salvare vite umane, garantendo nel contempo un’accoglienza condivisa e sostenibile dei flussi migratori. Il mancato rispetto degli impegni previsti dal Codice di condotta viene comunicato dalle Autorità italiane allo Stato di bandiera e allo Stato in cui è registrata l’ong.

[29] Tramontana, Organizzazioni non governative e ordinamento internazionale, Milano, 2013. Sull’evoluzione delle organizzazioni non governative, Kaldor, Moore, Selchow, Global Civil Society 2012. Ten Years of Critical Reflection, Londra, 2012, p. 2 ss.

[30] Sul tema, Wiessner, Legitimacy and Accountability of NGOs. A Policy Oriented Perpective, in Heere (ed.), From Government to Governance. The Growing Impact of Non-State Actors on the International and European Legal System, L’Aja, 2004, p. 95 ss.; Collingwood, Non-Governmental organizations, Power and Legitimacy in International Society, in Review of International Studies, 2006, n. 3, p. 439 ss.

[31] Tramontana, op. cit.; Rebasti, Beyond Consultative Status. Which Legal Framework for an Enhanced Interaction between NGOs and Intergovernmental Organizations?, Cheltenham, 2008, p. 43 ss.

[32] Edwards, Hulme (eds.), Beyond the Magic Bullet. Ngo Performance and Accountability in the Post-Cold War World, West Hartford, 1996.

[33] In occasione della riunione, i Ministri dell’Interno dell’UE hanno accolto con favore l’iniziativa delle autorità italiane intesa a garantire che le navi delle ong impegnate in attività di Search and Rescue (sar) operino secondo una serie di regole chiare da rispettare, sotto forma di un codice di condotta che al tempo doveva essere urgentemente finalizzato ad opera delle Autorità italiane, in consultazione con la Commissione e in cooperazione con le parti interessate, tra cui le stesse ong. L’iniziativa italiana è stata inclusa anche nel "Piano d’azione sulle misure per sostenere l’Italia, ridurre la pressione lungo la rotta del Mediterraneo centrale e accrescere la solidarietà", presentato dalla Commissione europea lo scorso 4 luglio. 

 

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