Verso una nuova prova (neuro) scientifica di imputabilità nelle tossicomanie?

Claudia Palmeri

Dottoranda di ricerca presso l’Università “Kore” di Enna

ABSTRACT: Il presente lavoro, prendendo le mosse da una recente sentenza della Corte di Cassazione, offre l’occasione per riflettere sul rapporto intercorrente tra imputabilità e vizio di mente derivante dall’assunzione di sostanze stupefacenti e sul riconoscimento del ruolo delle neuroscienze nella valutazione della capacità di discernimento del reo. Dopo una ricognizione del tema nell’ambito del sistema giuridico italiano, si è proceduto ad un breve richiamo del sistema di valutazione dell’imputabilità nei diversi paesi europei per giungere, infine, all’applicazione delle conoscenze neuroscietifiche nel contesto statunitense, evidenziando come nel settore internazionale delle adr tali pratiche scientifiche stiano progressivamente volgendo lo sguardo anche ai processi di decision making del giudicante.

KEYWORDS: Imputabilità, Vizio di mente, Neuroscienze, Alternative Dispute Resolution     

1. Introduzione

Con sentenza del 22 marzo 2016 (dep. 01.07.2016), n. 27129 la prima Sezione della Corte di Cassazione ha sancito il seguente principio di diritto: «L'abuso di droghe esclude o diminuisce l'imputabilità, per vizio totale o parziale di mente, soltanto in caso di intossicazione da sostanze stupefacenti. Affinché l’intossicazione da sostanze possa avere rilievo, non solo dev’essere cronica, ma deve aver prodotto un’alterazione psichica permanente, implicante psicopatie ed effetti che durano oltre la fase accessuale d’assunzione della sostanza stupefacente stessa. La tesi di una base genetica della predisposizione ad azioni impulsive ed aggressive non ha un fondamento scientifico consolidato, in guisa da far ritenere acquisito il dato stesso al patrimonio delle neuroscienze».[1]

La vicenda processuale riguarda l’omicidio di una giovane donna, con connesso occultamento di cadavere, compiuto dal compagno della stessa sotto l’effetto di sostanza stupefacente del tipo cocaina, con l’ulteriore aggravante di aver soffocato la ragazza, utilizzando un fazzoletto imbevuto di candeggina.

Nel corso del giudizio, gli esami condotti dai consulenti della difesa dell’imputato, avevano evidenziato uno stato di infermità totale del soggetto, derivante da numerose patologie (tossicodipendenza cronica, disturbo paranoide borderline, sintomatologia ansioso-depressiva), nonchè da una disfunzione cognitiva, con distacco nei rapporti interpersonali e con elementi di instabilità e labilità nell’umore. Inoltre, i test genetici effettuati dai medesimi consulenti, avevano mostrato una predisposizione del ragazzo a comportamenti impulsivi ed aggressivi.

Ciò malgrado la Suprema Corte di Cassazione, privilegiando il contenuto della perizia psichiatrica effettuata d’ufficio in primo grado, ha riconosciuto l’imputato responsabile di omicidio doloso, escludendo che lo scompenso psicotico, indotto da cocaina, fosse stato tale da incidere sulla sua capacità di intendere e volere.

In tale occasione, ribadendo quanto già sostenuto dal Tribunale di prime cure, i giudici di legittimità hanno delineato il labile confine tra l’imputabilità, ossia l’attitudine del soggetto ad autodeterminarsi in realzione ai normali impulsi che ne motivano l’azione, e quelle alterazioni di natura psicopatologica tali da ricondurre il comportamento dell’imputato nell’alveo degli artt. 88 e 89 c.p., ossia del vizio totale o parziale di mente.

2. La rilevanza del vizio di mente nell’accertamento dell’imputabilità

La questione rappresenta ancor oggi un punto sul quale dottrina e giurisprudenza dibattono in considerazione del fatto che, quello dell’imputabilità, è un settore in cui il dover giudicare al di là di ogni ragionevole dubbio, soprattutto in presenza di condizioni di infermità, presuppone per il giudice la ricerca di un certo grado di affidabilità, la c.d. probabilità scientifica dell’incapacità del soggetto;[2] impresa quest’ultima di non pronta soluzione, essendo il concetto di infermità mentale tutt’altro che univoco.[3]

Nel caso in esame, nel procedere alla valutazione della capacità di intendere e volere, osserva la Corte che “al fine di escludere la colpevolezza del soggetto l’intossicazione da sostanze, non solo dev’essere cronica, ma deve aver prodotto un’alterazione psichica permanente, implicante psicopatie ed effetti che persistono oltre la fase accessuale d’assunzione della sostanza medesima”.

Sul punto è utile precisare che la nozione di infermità di cui all’art. 88 c.p. ricomprende anche i disturbi psichici di carattere non strettamente patologico e non rientranti nel novero delle malattie mentali, idonei comunque a compromettere la capacità dell’autore di percepire il disvalore del fatto commesso.[4] Il legislatore nel regolare le diverse cause che possono escludere o scemare grandemente la capacità di autodeterminazione, ha previsto all’art. 95 c.p. la cronica intossicazione da sostanze stupefacenti che, al pari di quella da alcool, esclude l’imputabilità quando l’intossicazione per il suo carattere ineliminabile e per l’impossibilità di guarigione provoca alterazioni patologiche permanenti, indipendentemente dal rinnovarsi di un'azione strettamente collegata all'ingestione di sostanze stupefacenti.[5] Pertanto un siffatto stato patologico permanente d'intossicazione non può essere ritenuto sussistente solo perché l'agente faccia uso di sostanze stupefacenti o sia già tossicodipendente.

Nel caso di specie, la pronuncia dei giudici di legittimità rappresenta la puntuale applicazione del principio giuridico secondo il quale, soltanto nel caso in cui la tossicodipendenza abbia prodotto alterazioni neuro-psichiche a carattere patologico, stabilizzate e permanenti, potrà parlarsi di intossicazione cronica e quindi di non imputabilità del tossicodipendente.[6]

Parte della dottrina rileva che, rispetto agli stupefacenti, non è facile individuare un’intossicazione con permanente alterazione e degenerazione fisico-psichica equivalente a quella da alcool.[7] A differenza dell’alcolismo, infatti, le singole droghe hanno, tra loro, un differente coefficiente di pericolosità sociale, agendo alcune in direzione dell’Io (modificazione della somaticità, apertura verso fantasie allucinanti) ed altre, alterando il rapporto interpersonale e causando comportamenti eteroaggressivi.   

È bene sottolineare, inoltre, che nessun rilievo può assumere la presenza, in capo all’autore della condotta criminosa, di un generico stato di agitazione determinato da una crisi d’astinenza – richiamata, nella vicenda in esame, dalla difesa a giustificazione del comportamento dell’imputato, il quale aveva inalato dello zucchero vanigliato, in funzione della simulazione dell’atto assuntivo della cocaina –  se non accompagnato da una grave e permanente compromissione delle sue funzioni intellettive e volitive.[8]

Va, pertanto, operata una distinzione tra l’alterazione della volontà, ed eventualmente della capacità intellettiva che si manifesta in un soggetto tossicodipendente in crisi d’astinenza e che viene superata al termine della crisi stessa, e la permanente compromissione delle facoltà psichiche in conseguenza dell’intossicazione da stupefacenti, considerata dall’art. 95 c.p. e rilevante al fine di escludere o diminuire l’imputabilità. [9]            

Alla stregua delle considerazioni che precedono la Corte di Cassazione ha escluso che il comportamento delittuoso dell’imputato, sia in fase commissiva che in fase successiva al delitto, fosse stato causato da alterazioni di natura psicopatologica.[10]

Di conseguenza, alla luce delle modalità commissive del delitto e dell’atteggiamento mostrato dal reo nell’immediatezza del fatto, oltre che in fase successiva, è stata negata la sussistenza del nesso eziologico tra il vizio di mente e il reato commesso, quale requisito necessario richiesto dalla giurisprudenza ai fini dell’esclusione dell’imputabilità.[11]   

3. La Cassazione rifiuta la tesi della predisposizione ad azioni impulsive ed aggressive su base genetica

Ulteriore questione sottesa alla vicenda in esame, brevemente accennata dalla Corte ma di particolare rilievo nell’attuale panorama scientifico e legale, è quella relativa alla disfunzionalità genetica richiamata dalla difesa al fine di ottenere il riconoscimento del vizio di mente dell’imputato che lo avrebbe indotto a comportamenti impulsivi ed aggressivi.           

In particolare, i giudici di legittimità hanno ribadito la posizione della Corte d’Assise d’Appello, secondo cui «la tesi della base genetica della predisposizione ad azioni impulsive ed aggressive non ha un fondamento scientifico consolidato, in guisa da far ritenere acquisito il dato stesso al patrimonio delle neuroscienze». Nella vicenda in commento, quindi, la Suprema Corte non ha inteso riconoscere alcuna valenza ai risultati degli accertamenti psichiatrici che avevano rivelato la morfologia del cervello e il patrimonio genetico dell’imputato.

A tal proposito, è d’uopo rilevare che già da qualche anno in Italia si registra un frequente ricorso alle tecniche neuroscietifiche[12] ai fini dell’accertamento dell’imputabilità.  In particolare, sofisticati strumenti di visualizzazione cerebrale (brain imaging), indagando sui processi decisionali del singolo individuo, hanno segnalato una connessione causale tra la struttura cerebrale (in particolare, amigdala e corteccia frontale) e la capacità di autodeterminazione;[13] oltre che la presenza di lesioni cerebrali correlate all’uso cronico di sostanze stupefacenti.[14]

Essi, inoltre, hanno evidenziato che la vulnerabilità genetica dell’individuo risulta avere un peso ancor più significativo nel caso in cui questi sia cresciuto in un contesto familiare e sociale non positivo e sia stato, soprattutto nelle prime decadi della vita, esposto a fattori ambientali sfavorevoli o psicologicamente traumatici.[15]

Tuttavia, il problema che nella prassi si pone è trasporre i dati delle indagini (neuro)scientifiche all’interno del contesto giudiziario del singolo caso. In particolare, non è facile analizzare il funzionamento cerebrale dell’autore del crimine in un momento successivo al tempus commissi delicti, al fine di decretarne la non imputabilità; ed ancor più complesso è individuare, con certezza, il nesso eziologico tra il vizio di mente e la volontà e coscienza di compiere l’azione criminosa.

Ma vi è di più. In dottrina diversi autori hanno manifestato il loro dissenso all’introduzione nel processo penale di un esame neuro-scientifico sulla personalità dell’imputato, per vari ordini di ragioni. In primo luogo, l’utilizzo di tecniche idonee ad incidere sulla sua volontà potrebbe tradursi in una vera e propria manipolazione del pensiero, esponendolo al rischio di una confessione indotta e non voluta ed in quanto tale non rispettosa del suo diritto al silenzio. Secondariamente, la possibilità per il giudice di avere a disposizione il quadro genetico dell’imputato potrebbe influire negativamente sul suo modus iudicandi, inducendolo a prendere in considerazione, ai fini del giudizio, non solo quei fattori che effettivamente hanno determinato l’agere del reo, ma anche quelle alterazioni genetiche che, seppur presenti, non hanno assunto alcun rilievo in quel caso specifico.[16]

Seguendo tale direzione, alla luce dell’opinabilità che in materia tutt’oggi esiste, nella vicenda de qua la Suprema Corte ha rifiutato il ricorso alle tecniche neuroscientifiche ai fini della determinazione del giudizio di colpevolezza e ha, altresì, condiviso la posizione della società italiana di genetica umana, ancora contraria all’accoglimento della teoria di una predisposizione genetica ad azioni impulsive ed aggressive.[17]

Tuttavia, non mancano orientamenti di segno opposto che hanno visto l’utilizzo endoprocessuale di tecniche neuroscientifiche alla ricerca di possibili correlazioni tra le anomalie di certe aree del cervello ed il rischio di sviluppare comportamenti aggressivi, conducendo così al riconoscimento di un vizio di mente degli imputati.[18]

In definitiva di fronte al nuovo sapere scientifico le implicazioni che le neuroscienze potrebbero avere nel giudizio d’imputabilità sono innegabili, infatti, esse hanno fornito preziosi risultati in grado di contribuire ad accertamenti, scientificamente affidabili, sul vizio di mente. Tuttavia, ciò che si impone è la necessità di un sistema diagnostico che offra le stesse garanzie di certezza del diritto e ad oggi sono tanti i limiti che caratterizzano questo settore, in particolare per quel che riguarda i metodi scientifici d’indagine, che ancora non consentono di qualificare la perizia psichiatrica quale prova regina del processo penale.

4. Il «vizio di mente» negli Stati europei

Volgendo lo sguardo al di là dei confini dell’ordinamento giuridico italiano è possibile notare come la tematica inerente i rapporti tra imputabilità e vizio di mente accomuni i diversi Paesi europei, sebbene sia diversa la soluzione cui ognuno di essi giunge.

In particolare, lo studioso Schreiber ha individuato tre diversi modelli cui gli ordinamenti fanno ricorso ai fini della valutazione della responsabilità penale dell’imputato: in Norvegia, Svezia e Spagna è radicato il metodo psicopatologico o biologico puro, secondo il quale non possono considerarsi imputabili gli individui affetti da una malattia mentale, indipendentemente da quanto questa possa incidere sulla sua capacità di intendere e volere.

Per converso, in Italia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Austria, Danimarca e Svizzera risulta prevalente il metodo psicopatologico-normativo o misto che mira a diagnosticare un’infermità mentale, valutando in che termini essa possa incidere sulla capacità di discernimento del reo. Infine, il metodo puramente normativo o puramente psicologico, di scarsa applicazione in Francia, Belgio e Paesi Bassi pone l’accento sulla capacità di intendere e volere del soggetto, prescindendo dall’accertamento della sussistenza di una malattia mentale al momento del fatto.[19]

In considerazione di quanto detto, non potendo analizzare analiticamente la disciplina di ogni singolo Stato membro sembrerebbe più opportuno richiamare, brevemente, l’attenzione su alcuni dei paesi che come l’Italia adottano il metodo psicopatologico-normativo ai fini della determinazione del giudizio di colpevolezza.

A tal proposito, viene in rilievo l’ordinamento giuridico tedesco, che per molto tempo ha fatto riferimento ad un’elencazione tassativa dei disturbi psichici idonei ad escludere l’imputabilità del reo. Tuttavia, con la riforma del codice penale del 1975 venne ampliato il concetto di malattia mentale, prevedendosi accanto ad essa altre gravi anomalie psichiche, non necessariamente sussumibili nella categoria del disturbo patologico, purchè idonee ad incidere sulla capacità di intendere e volere.[20]

Ed invero, proprio in quest’ultima riforma si coglie il tratto comune con il sistema giuridico italiano, dal momento che in entrambi gli ordinamenti il giudice, una volta accertata l’esistenza di una malattia, dovrà verificare, mediante perizia psichiatrica, quanto essa abbia inciso sulla volontà di autodeterminazione del reo.[21]

Segnatamente, il sistema prevede un giudizio di imputabilità c.d. misto, che si struttura su due livelli: patologico e psicologico-normativo. Il primo rappresenta il momento diagnostico, di accertamento e di inquadramento del disturbo psichico; esso compete all’esperto, il quale sulla base delle conoscenze scientifiche a sua disposizione dovrebbe spiegare al giudice se e come la diagnosticata infermità mentale abbia annullato o scemato la capacità di autodeterminazione dell’imputato. L’analisi psicologica-normativa, invece, consiste nell’indagine sull’incidenza del disturbo sui processi intellettivi e volitivi dell’individuo. Essa compete al giudice, al quale spetta esclusivamente il compito di risolvere le questioni che attengono alla responsabilità penale del soggetto, operando un bilanciamento tra l’interesse alla corretta interpretazione della disciplina codicistica e il contenuto dell’accertamento scientifico condotto dall’esperto.[22]

Ulteriore esempio di metodo misto è quello utilizzato dal sistema giuridico inglese nell’ambito del quale la disciplina dell’imputabilità trova fondamento nelle Mc’ Naghten Rules,[23] secondo le quali «to establish  a defense on the ground of insanity, it must be clearly proved that, at the time of the committing of the act, the party accused was labouring under such a defect of reason, from disease of the mind, as not to know the nature and quality of the act he was doing, or if he did know it, that did not know he was doing what was wrong».

Pertanto una volta accertata la presenza di un’alterazione psichica idonea ad incidere negativamente sulla capacità di discernimento dell’individuo il processo si conclude con il verdetto di not guilty by reason of insanity, con il conseguente invio del singolo in un ospedale psichiatrico individuato dall’Home Secretary.

5. Le applicazioni neuroscientifiche nel sistema giudiziario statunitense.

Nonostante i limiti e i numerosi interrogativi che si pongono circa l’ammissibilità della prova neuroscientifica nel processo penale, l’impiego della genetica comportamentale da parte degli organi giudicanti rappresenta oggi un fenomeno in continua espansione nei sistemi di civil law e oltreoceano, in considerazione degli apporti fondamentali che da essa derivano nell’accertamento della responsabilità penale dell’imputato.

Negli Stati Uniti, a partire dagli anni 60 del ‘900 si affermò l’idea, sfociata poi nell’approccio multidisciplinare c.d. law and approch, che il diritto non fosse una disciplina autonoma ed indipendente dalle altre, bensì complementare rispetto a numerosi altri campi, quale quello dell’economia e della scienza.[24]

Già nel 1923 la Corte d’Appello del Distretto della Colombia, nel valutare la responsabilità penale di un uomo accusato di omicidio, si è trovata ad affrontare la questione relativa all’ammissibilità nel processo dei risultati di un test scientifico condotto sulla pressione sanguigna dell’imputato, dai quali emergeva che la menzogna, a differenza della verità, necessita di uno sforzo di coscienza che si riflette sulla pressione arteriosa, causandone un aumento. In tale contesto venne elaborato il c.d. “general acceptance test”, secondo cui “Just when a scientific principle or discovery crosses the line between the experimental and demonstrable stages is difficult to define. Somewhere in this twilight zone the evidential force of the principle must be recognized, and while courts will go a long way in admitting expert testimony deduced from a well- recognized scientific principle or discovery, the thing from which the deduction is made must be sufficiently established to have gained general acceptance in the particular field in which it belongs”.[25]

Alla luce di tale insegnamento, poiché il test dell’inganno non aveva ottenuto un riconoscimento scientifico tale da giustificarne l’ammissibilità nel processo, la prova dei suoi risultati venne dichiarata inammissibile.

Sebbene la pronuncia di cui sopra abbia guidato per molto tempo l’attività giudiziaria nella valutazione della prova scientifica, tuttavia, alla fine degli anni ‘60 la teoria “dell’accettazione generale” entrò in crisi in quanto ritenuta contraria alle norme federali (in particolare alla regola n. 702), che attribuiscono al giudice il compito di stabilire caso per caso quando una prova sia affidabile e, di conseguenza, ammissibile.

Ecco, dunque, che nel 1993 in occasione del caso Daubert vs. Merril Dow Pharmaceuticals Inc., la Suprema Corte americana, ponendo l’attenzione sul concetto di “affidabilità”, ha individuato quattro fattori in virtù dei quali una prova scientifica può essere ammessa nel processo. Essi sono così riassumibili: testabilità (o falsificabilità), tasso di errore, revisione critica e accettazione generale.

In altre parole, la prova da ammettere dev’essere stata adeguatamente testata e validata; sottoposta al vaglio della comunità scientifica di riferimento, revisionata criticamente e generalmente accettata dalla stessa. Si ritiene, inoltre, necessario che il giudice conosca la percentuale di errore che la prova da valutare comporta, sia essa accertata o potenziale.[26]   

Successivamente a tale pronuncia, nell’esperienza statunitense si sono registrati diversi altri casi in cui si è fatto ricorso a nuove tecnologie di indagine cerebrale sul presupposto che determinati fattori genetici possono influenzare la capacità di intendere e volere dell’uomo.

È sufficiente qui ricordare il caso di Zachary Short, che nel 2005 venne condannato a morte per avere ucciso, sotto l’effetto di sostanze alcoliche, l’ufficiale di polizia Steve Simon.

Tuttavia, dopo la condanna i difensori del ragazzo decisero di proporre un’azione di revisione del processo (c.d. post conviction relief petition) per dimostrare alla Corte che il condannato aveva agito in una condizione di infermità totale di mente. Ed infatti, mediante l’ausilio delle tecniche di neuroimaging era emerso un quadro clinico complesso caratterizzato da disfunzioni neurologiche gravi derivanti dalla sua prolungata esposizione a sostanze alcoliche e a prodotti chimici tossici, che aveva compromesso definitivamente la sua capacità di giudizio e di controllo degli impulsi.[27]

Rispetto a quanto finora detto, un ulteriore profilo da non sottovalutare è che oggi l’utilizzo degli strumenti neuroscientifici non risulta finalizzato esclusivamente all’accertamento dell’imputabilità del reo, ma pare altresì porre l’accento sulla psiche del giudice e sui meccanismi neurologici che si azionano nella sua mente durante la fase di osservazione e valutazione del reo. Ed invero, il fenomeno di cui trattasi sta interessando sempre più anche il settore della mediazione e dell’arbitrato internazionale (c.d. neuro-adr).

In tale contesto lo studioso Jeremy Lack[28] ha sfruttato le conoscenze neuroscientifiche per osservare i processi di decision making che interessano l’arbitro, evidenziando come l’uomo per natura non agisca in maniera indipendente, bensì interdipendente. In quest’ottica, ha rappresentato una scoperta scolvolgente quella dei neuroni a specchio, che ha consentito di spiegare il funzionamento del sistema nervoso del soggetto chiamato ad osservare, a percepire e a giudicare l’altrui azione.

Trattasi comunque di un campo, ad oggi, poco esplorato ma che sicuramente, in considerazione dell’importanza dei processi di risoluzione alternativa delle controversie, raggiungerà interessanti risultati per i sistemi di civil law e common law.

 



[1] Per un’indagine analitica sul significato dell’imputabilità nel vigente sistema cfr. Marini, Imputabilità, in Dig. disc. pen., VI, Torino, 1995, pp. 245 ss. 

[2] Centonze, L’inquadramento dei disturbi mentali atipici, la capacità giuridica penale e l’accertamento della pericolosità sociale dell’imputato, in Rass. pen. crim., 3, 2011, p. 60. Ciò presuppone una verifica processuale rigorosa dell’influenza del disturbo mentale atipico sull’azione delittuosa commessa, attraverso un accertamento peritale frutto di un’ampia ricognizione sulla storia clinica dell’imputato. 

[3] Per un approfondimento sul concetto di infermità nell’evoluzione giurisprudenziale cfr. Fiandaca, Musco, Diritto penale. Parte generale, Bologna, 2015, p. 339; allo stesso modo Mantovani, Diritto penale. Parte generale, Padova, 2015, pp. 656 ss. È possibile distinguere, da un lato, un orientamento medico-organicistico di cui sono espressione Cass., pen., sez. V, 19 novembre 1997, Paesani, in Foro it., Rep. 1999, voce Imputabilità, n. 10; Cass., pen., sez. I, 25 marzo 2004, Egger, in Foro it. Rep. 2004, voce cit. n. 10; dall’altro un orientamento di ispirazione giuridica manifestato da Cass., pen., sez. I, 22 aprile 1997, Ortolina, in Foro it. Rep. 1997, voce cit., n. 5; Cass., pen., sez. VI, 1 aprile 2004, Martelli, in Foro it. Rep. 2004, voce cit., n. 9.    

[4] Vedi Cass., sez. un., 25 gennaio 2005, n. 9163, Raso, in Foro it., 2005, II, 425 in cui si chiarisce che «nella nozione di infermità penalmente rilevante rientrano anche i disturbi della personalità; a condizione che il giudice ne accerti la gravità e l’intensità tali da escludere o scemare grandemente la capacità di autodeterminazione e il nesso eziologico con la specifica azione criminosa»; allo stesso modo Trib. Milano, 8 novembre 2005, in Corr. mer., 2, 2006, pp. 231 ss., con nota di Epidendio, Disturbo della personalità e vizio di mente; da ultimo cfr. Cass.pen, sez. IV, 20 aprile 2011, n. 17305, in Foro it. Rep. 2012, voce Imputabilità., n. 20. 

[5] Cfr. Cass., pen., 9 marzo 1994, Bussi, in Cass. pen., 1994, 6, p. 133.

[6] Cass. pen., 8 novembre1982, Maserati, in Foro it. Rep. 1984, voce Imputabilità, n. 23; Cass., 14 maggio 1985, Matteoni, in Foro it., Rep. 1986, voce cit. n. 29; Cass., ord. 16 dicembre 2002, n. 1775, Borrelli, in Foro it., Rep. 2003, voce Imputabilità. n. 12.

[7] Sul punto in dottrina cfr. Fiandaca, Musco, op.cit., p. 348; in precedenza anche Leggeri, Tossicodipendenza e imputabilità, in Rass. pen. crim., 2, 1983, p. 733 in cui l’autore sottolinea l’esistenza di una differenza sostanziale sul piano clinico, sintomatologico, anatomopatologico, sociale e psicologico fra intossicazione da alcool e intossicazione da sostanza stupefacente (senza trascurare l’enorme differenza esistente tra le conseguenze derivanti dall’uso delle singole droghe, sul piano comportamentale oltre che clinico).   

[8] In tal senso, Cass., pen., sez. VI, 20 aprile 2011, n. 17305, in Foro it., Rep. 2012, voce Imputabilità n. 20.

[9] Cfr., Cass. pen., sez. I, 6 dicembre 1999, n. 783; vedi anche Cass., pen., sez. IV, 25 giugno 2008, n. 31445, secondo cui «Non ricorre lo stato di necessità rilevante "ex" art. 54 cod. pen. in presenza della mera circostanza che un soggetto tossicodipendente versi in crisi di astinenza, trattandosi della conseguenza di un atto di libera scelta e quindi evitabile da parte dell'agente».

[10] Peraltro, come si legge nel testo della pronuncia in commento, anche il diario clinico del detenuto aveva attestato l’assenza di qualsivoglia disturbo psichico in capo allo stesso.

[11] Cass., pen., sez. VI, 27 ottobre 2009, n. 43285, Bolognani, in Foro. it., Rep. 2010, voce Imputabilità n. 10. 

[12] Sul punto Aa.Vv., Le capacità giuridiche alla luce delle neuroscienze – Memorandum Patavino, in Dir. pen. cont., 24 dicembre 2015.

[13] Sulla casistica delle modalità metodologiche e strumentali di analisi psicologiche sull’elemento soggettivo del reato si veda Sammicheli, Sartori, Accertamenti tecnici ed elemento soggettivo del reato, in Dir. pen. cont., n. 2/15, pp. 281 ss.    

[14]Aa.Vv., Smaller volume of prefrontl lobe in polysubstance abusers: a magnetic resonance imaging study, in Neuropsychopharmacology, 1998, 18(4), pp. 243 ss; tali studi vennero in seguito riconfermati da Schlaepfer et al., Decreased frontal white-matter volume in chronic substance abuse, in The International Journal of Neuropsychopharmacology, 2006, 9 (02), pp. 147 ss.

[15] Per il primo riconoscimento in Italia del ruolo delle neuroscienze cfr. Trib. Como, Gip, 20, maggio, 2011 Albertani, in Riv. it. med. leg., 2012, pp. 246 ss., con nota di Messina, I nuovi orizzonti della prova (neuro) scientifica nel giudizio sull’imputabilità; sul punto vedi anche Collica, Il riconoscimento del ruolo delle neuroscienze nel giudizio di imputabilità, in Dir. pen. cont., 15 febbraio 2012.

[16] Eramo, Il divieto di perizie psicologiche nel processo penale: una nuova conferma della Cassazione, in Dir. pen. e proc., 2007, p. 931; vedi anche Santosuosso, Bottalico, Neuroscienze e genetica comportamentale nel processo penale italiano. Casi e prospettive, in Rass. it. crim., 1, 2013, pp. 70 ss.

[17] In questi termini vedi anche Trib. Venezia, Gip, 24 gennaio 2013, n. 269, Mattiello, in Riv. it. med. leg., 2013, pp. 1905 ss., con nota Algeri, Accertamenti neuroscientifici, infermità mentale e credibilità delle dichiarazioni. Nel caso di specie, il giudice ha ritenuto di dover formulare un giudizio di non sufficiente affidabilità circa i risultati raggiunti, non trovando questi un consenso condiviso all’interno della comunità scientifica.

[18] In tale prospettiva, cfr. Ass. app. Trieste, 18 settembre 2009, Bayout, in Riv. pen., 2010, pp.70 ss., con nota di Forza, Le neuroscienze entrano nel processo penale; vedi anche Aleo, Imputabilità penale e cromosoma dell’aggressività. A proposito di una sentenza, in Rass. pen. crim., 1, 2011, pp. 119 ss. In quell’occasione i periti del giudice d’appello hanno trovato l’imputato portatore del cromosoma dell’aggressività. In particolare, l’essere portatore dell’allele a bassa attività per il gene MAOA (MAOA-L) potrebbe rendere il soggetto maggiormente incline a manifestare aggressività se provocato o escluso socialmente; allo stesso modo Trib. Cremona, Gip, 19 luglio 2011, Serventi, in Riv. it. med. leg., 3, 2012, pp. 922 ss, con commento di Bertolino, L’imputabilità penale fra cervello e mente.

[19] Schreiber, La definition de la responsabilité pénale et des facteurs psychopathologiques qui peuvent l’attenuér ou l’éxclure, Rel. al VIII Colloque Criminologique, 25-27 novembre 1985, Strasbourg.  

[20] Allo stesso modo anche in Spagna la riforma del 1995 ha comportato l’ampliamento del novero delle situazioni idonee ad escludere l’imputabilità, introducendo fra le previsioni del codice penale qualunque anomalia o alterazione psichica.

[21] Bertolino, L’imputabilità e il vizio di mente nel sistema penale, Milano, 1990, pp. 290 ss.  

[22] Bertolino, Il breve cammino del vizio di mente. Un ritorno al paradigma organicistico?, in Criminalia, 2008, p. 329.

[23] Le Mc’ Naghten Rules nascono in occasione del processo contro Daniel Mc Naghten, il quale nell’intento di uccidere Sir Robert Peel  si rese autore dell’omicidio di un altro cittadino britannico. Tuttavia  facendo ricorso proprio a queste regole che per la prima volta fornirono dei parametri di giudizio a cui far riferimento nella valutazione della imputabilità del soggetto, questi fu prosciolto per infermità mentale.

[24] Posner, The decline of Law as an autonomous discipline: 1962-1978, in 100 Harvard Law Review, 1987, p. 766 ss.

[25] Citing Frye v. United States, 54 App. D.C. 46, 47, 293 F. 1013, 1014 (1923).

[26] Sul punto cfr. Bottalico, Il diritto penale e le neuroscienze: quale possibile dialogo?, in Santosuosso (a cura di) Le scienze biomediche e il Diritto. Biomedical Sciences and the Law, Pavia, 2010; v. anche Aa.Vv., L’ammissibilità della «prova scientifica» in giudizio e il superamento del Frye standard: note sugli orientamenti successivi al caso Daubert v. Merrel Dow Pharmaceuticals Inc., in Riv. it. med. leg., 3, 2000, pp. 769 ss.

[27] Per un approfondimento sul caso di Zachary Short si veda Blume, Paavola, Life, Death, and Neuroimaging: The Advantages and Disadvantages of the Defense's Use of Neuroimages in Capital Cases - Lessons from the Front, (May 31, 2011), in Mercer Law Review, Vol. 62, 2011; Cornell Legal Studies Research Paper No. 11-18. Available at SSRN: https://ssrn.com/abstract=1856188.

[28] Lack, The Neurophysiology of ADR and Process Design, in Rovine (a cura di), Contemporary Issues in International Arbitration and Mediation: The Fordham Papers 2011, pp. 341ss.

 

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