CONSIDERAZIONI SULLA LEGITTIMITÁ COSTITUZIONALE DEL REFERENDUM IN CATALOGNA

Salvo Andò

Professore ordinario di Diritto comparato nell’Università Kore di Enna

La narrazione della vicenda catalana fatta in questi giorni dai media ha fatto emergere solo due parti in conflitto: il governo di Madrid e gli indipendentisti catalani, entrambe attestate su posizioni di becero ed anacronistico nazionalismo destinato a fare tornare indietro le lancette della storia spagnola.

Da un lato, gli indipendentisti che hanno voluto il referendum costituzionale, organizzato in modo caotico, per dare una dimostrazione della propria forza, dall'altro, il governo di Madrid che con sospetta determinazione ha cercato di esasperare lo scontro facendo intervenire in modo massiccio la guardia civile per governare una situazione dell'ordine pubblico che si presentava tutt'altro che esplosiva.

L'intervento del governo spagnolo per impedire il referendum, per le sue modalità, ha fatto assumere ad un referendum sbagliato il carattere di un atto liberatorio nei confronti del governo centrale che ha tentato in tutti i modi di zittire il popolo che chiedeva l'indipendenza. Un diverso atteggiamento del governo di Madrid avrebbe dato spazio al 3º attore di tutta questa vicenda che invece è stato costretto a rimanere ai margini, e cioè alla parte unionista della popolazione catalana che, sia pure di poco, era e resta maggioritaria. Un atteggiamento responsabile del governo madrileno avrebbe dato maggiore udienza sociale a questa posizione, la sola destinata a scoraggiare gli opposti estremismi e a porre al centro del conflitto una soluzione negoziata.

Un dibattito più sereno sulla consultazione referendaria avrebbe anche fatto emergere la debolezza di alcuni argomenti che gli indipendentisti portano a sostegno della legittimità della loro iniziativa, oltre a evidenziare che la loro rappresentatività è tutta da dimostrare.

Da questo punto di vista bisogna riflettere su alcuni dati importanti dai quali emerge l'abuso compiuto dagli indipendentisti  quando dicono di rappresentare l’intero popolo della Catalogna.

Nell'attuale Parlamento catalano gli indipendentisti sono stati votati da 1,9 milioni di persone pari al 47,7% del totale dei votanti. La costituzione del 1978 fu appoggiata da 2,7 milioni di catalani pari al 91,09% dei votanti. Se si confronta il voto catalano con quello delle altre comunità autonome spagnole in occasione dell'approvazione della costituzione si dimostra come quest’ultima oggi non possa essere presentata come una Costituzione che esprime volontà di sopraffazione ai danni dei catalani. Se poi gli indipendentisti vogliono dimostrare che le politiche del decentramento in Spagna nel corso degli anni hanno subito un arretramento, e che vi sia stata una violazione dello Statuto di autonomia della Catalogna che nel 2006 dava ulteriori poteri a questa comunità, il problema allora non è quello di modificare la Costituzione ma di pretendere il rispetto dello Statuto.

Attraverso un confronto sereno - che il governo spagnolo ha dimostrato di non volere perseguire - si sarebbe dimostrato, con riferimento alla costituzionalità dell’iniziativa referendaria, che gli autonomisti hanno torto e che le loro ragioni potevano essere smontate non attraverso l'invio della guardia civile ma attraverso un chiarimento pubblico che doveva scaturire da un confronto tra le parti: il governo spagnolo e il governo catalano, arbitrato magari dalla ue.

Un confronto sereno sulle questioni sollevate dagli indipendentisti avrebbe fatto emergere, tra l'altro, la strumentalità di molti argomenti usati da essi per impressionare l'opinione pubblica e spiegare che attraverso il referendum dell'indipendenza il popolo catalano avrebbe soltanto dei vantaggi. Da questo punto di vista, l'attività di disinformazione è stata costante. Essi hanno addirittura detto che la Catalogna non uscirà dall'Unione europea una volta raggiunta l'indipendenza come se questo fosse un risultato che si può dare per scontato in quanto rimesso alla loro volontà. E invece l'orientamento costante dell'Unione Europea sull'argomento è quello secondo cui se un territorio dello Stato membro smette di esserne parte perché diventa indipendente a questo territorio non potranno essere applicate automaticamente i trattati dell'Unione perché occorre un accordo ex novo da negoziare con il nuovo Stato sulla base del quale si decide in ordine alla sua adesione all’Unione europea. Il che significa che tutti gli Stati dell'Ue devono accettare questo ingresso.

Una dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna non potrebbe sortire, da questo punto di vista, alcun effetto, perché la Spagna certamente si opporrebbe all'adesione della Catalogna indipendente nell'Unione europea.

Tutto ciò sarebbe emerso senza gli errori compiuti da Rajoy. La repressione del referendum-manifestazione popolare non è un elemento secondario in tutta questa vicenda su cui hanno giocato le rappresentazioni più o meno spettacolari del popolo in lotta per la libertà.

Gli errori di Raioy hanno contribuito non poco a far si che solo gli indipendentisti potessero presentarsi come popolo della Catalogna che si batte per la libertà, mentre gli unionisti venivano posti ai margini dello scontro costretti a recitare la parte di una maggioranza silenziosa e distratta, anche culturalmente estranea al conflitto.

Al contrario, se il referendum fosse stato autorizzato, sarebbe stato null'altro che un atto di indirizzo, una richiesta di trattativa destinata a non avere alcun effetto legale ai sensi della Costituzione. Addirittura, avrebbe potuto tradursi in un boomerang per gli indipendentisti nella misura in cui era prevedibile la vittoria degli unionisti. In altri termini, in Spagna si sarebbe replicata la vicenda scozzese.

La celebrazione del referendum in un clima di serenità avrebbe consentito di potere discutere meglio della sua ammissibilità costituzionale, non solo con riferimento alla Costituzione spagnola ma anche con riferimento allo Statuto dell'autonomia catalana. Una cosa pare certa, infatti, la legge sul referendum catalano è stata approvata il 6 settembre dal parlamento catalano ed essa regola il referendum come espressione del diritto di autodeterminazione del popolo catalano.

Nella legge in questione, il diritto all’autodeterminazione viene definito imprescrittibile e inalienabile. Ora se si considera che la Costituzione spagnola non prevede il diritto alla secessione come non lo prevedono le altre Costituzioni europee, pare evidente che la legge sul referendum faccia riferimento al diritto internazionale che riconosce il principio di autodeterminazione dei popoli che il governo catalano interpreta come diritto alla secessione. Il che non è sostenibile.

Il diritto all’autodeterminazione dei popoli è un principio che può essere invocato soltanto nel caso di assoggettamento a dominio coloniale e dunque nel caso di impossessamento del territorio da parte di un Paese straniero. Il diritto internazionale non sancisce in ogni caso la prevalenza dell'aspirazione all'autodeterminazione rispetto all'esigenza di garantire l'integrità territoriale dello Stato.

Il referendum non può modificare la Costituzione spagnola inserendo in essa “un diritto alla secessione” che potrebbe avvenire soltanto attraverso una riforma costituzionale che richiede un procedimento aggravato, e quindi con una maggioranza rafforzata.

           Il referendum potrebbe essere autorizzato solo dal governo spagnolo e il risultato non sarebbe vincolante; si   tratterebbe solo di un referendum consultivo.

L'iniziativa referendaria catalana, oltre a violare la Costituzione spagnola, ha violato anche lo Statuto di autonomia della Catalogna perché le due leggi del Parlamento catalano approvate per realizzare il referendum, quella del 6 settembre e l'altra dell'8 settembre, sono state votate dal Parlamento catalano senza la maggioranza dei due terzi richiesta per la modifica dello Statuto della Catalogna e senza aver ottenuto il parere preventivo del  Consell  de Garanties Estatutàries, il Tribunale costituzionale della Catalogna  che controlla la legalità delle leggi approvate dalla comunità autonoma. Per non tacere del fatto che la legge che regola il referendum per l'indipendenza è una legge ordinaria e in quanto tale non può sullo Statuto di autonomia e sulla Costituzione, cioè autodefinirsi legge di rango superiore rispetto a queste fonti.

La verità è che il referendum è stato utilizzato come pretesto dal Primo Ministro Rajoy e dal suo debolissimo governo per raccogliere intorno a sé il popolo spagnolo e per trovare finalmente una legittimazione che due elezioni politiche consecutive non sono riusciti a dargli. Un conflitto di questa portata, nelle intenzioni del Primo Ministro, avrebbe potuto stabilizzare il governo scoraggiando qualunque tentativo di mettere in discussione il governo con una secessione in vista. Insomma il valore dell'unità sarebbe stata la vera fonte di legittimazione del governo.

Le scene delle cariche della polizia contro la popolazione hanno scompaginato i piani di Raioy. Esse pesano sul governo più di una sconfitta elettorale. Dopo le cariche della polizia, il governo centrale è indifendibile. E di ciò, sbagliando, non ha tenuto conto il re accecato dal carattere repubblicano della rivolta di popolo. L'atteggiamento irresponsabile insomma delle due parti in conflitto ha fatto riemergere vecchi fantasmi del passato come i tragici scontri del 34 che il popolo spagnolo con la svolta democratica e la Costituzione dal 78 ha voluto definitivamente seppellire.

In tutta questa vicenda poi è mancato un intervento dell'Unione europea che poteva fare emergere tempestivamente torti e ragioni e indicare come obbligata la strada della mediazione. L'Europa anche stavolta ha dimostrato di non esserci di fronte ad un conflitto politico che si svolge nei suoi territori creando sconcerto nell'opinione pubblica internazionale.

Ancora una volta, quando c'è un conflitto politico di grande rilevanza che scuote l'opinione pubblica perché mette in discussione le stesse ragioni dello stare insieme in Europa, l’Unione europea. Essa detta regole ferree e promuove sanzioni esemplari quando i conti pubblici sono in sofferenza, ma quando in sofferenza è la politica e si pongono fondamentali questioni di tenuta dello Stato di diritto e della democrazia, l'Europa scappa per nascondere la propria fragilità come soggetto politico.

L'Unione europea non ha inteso prendere posizione sulla questione della Catalogna spiegando, tramite il Presidente della Commissione Juncker, che si trattava di una questione interna allo Stato spagnolo che non influiva oggettivamente sullo status di Paese membro. Inoltre ha espresso fiducia nell'attività di mediazione che avrebbe dovuto svolgere Rajoy.

É inevitabile che adesso la parola passi ai mediatori. In questo senso lascia ben sperare anche il ruolo che sta venendo ad assumere l'Arcivescovo di Barcellona. La vicenda catalana era un'occasione importante per l'Unione europea che, agli antistorici nazionalismi, avrebbe potuto contrapporre un diverso modo di intendere la difesa delle identità locali promuovendo un'autonomia politica responsabile, in forme evolute, che pare essere il solo antidoto contro la pretesa di ogni minoranza di farsi Stato.

Una soluzione equa per risolvere la crisi catalana Catalogna non può che essere quella dello Stato federale. Una soluzione questa che impegna le popolazioni locali a dimostrare grande senso di responsabilità nella gestione dei processi autonomistici e lo Stato nazionale a vigilare perché la transizione verso una nuova forma di Stato possa avvenire nel rispetto della Costituzione, utilizzando le forme di protezione, vecchie e nuove, dei diritti umani.

L'Europa come “comunità di destino” era nata anche per questo, non per restare inerme spettatrice dei problemi interni ai suoi Stati membri.

E l'assenza di Europa contribuisce ad incoraggiare forme di contestazione del potere politico di tipo anarchico nazionalista, dirette non a dare  maggiore rilievo al diritto di autodeterminazione dei popoli ma semplicemente a contestare per principio chi governa, per creare disordine sociale, mettere alle corde i tradizionali partiti, dimostrare l'inattendibilità dei meccanismi di partecipazione politica; per  diffondere, insomma,  l'idea che la legge  è inadeguata per regolare i conflitti nelle società postdemocratiche e che la soluzione di essi è nel potere delle piazze che hanno il diritto di fare  quello  che vogliono e quando lo vogliono, con le conseguenze che  sono sotto gli occhi di tutti.

Contatti

Università degli Studi di Enna "Kore" - Cittadella Universitaria 94100 Enna info@unikorestudent.it

Numeri utili >>

I nostri uffici sono aperti con orario continuato:

Da lunedì a venerdì 8:30 - 18:00
Sabato 8:30 - 13:00

Follow us

Seguici sui canali ufficiali dell'Università, rimarrai aggiornato in tempo reale sul mondo Kore
Su Facebook, Twitter e gli RSS feeds.