Dilemmi costituzionali in merito alla prescrizione acquisitiva

Dilemmi costituzionali in merito alla prescrizione acquisitiva[1]

Florjan Kalaja

Giudice presso il Tribunale di primo grado, Distretto giudiziario di Vlore, Albania. Consigliere ad interim presso il Presidente della Corte Suprema albanese

Abstract: The main goal of this article is to bring on the light of the juridical debate constitutional dilemmas on adverse possession. The main issue, on which I have tried to contest from the constitutional point of view, is if there is a social cohesion and justice on the civil law formula, of how adverse possession is prescribed by law, not only in Albanian Civil Code but all over Europe during centuries. The crucial question is if Article 1 of Protocol 1 of echr. and the right to enjoy possessions is guaranteed on the solution of rights and duties in the adverse possession, on the part that the ex-proprietor lose his property by law without any compensation at all, and the new one wins it without the duty to give something for this enrichment. As a quo judge, I have contested the constitutionality of Article 169 of Albanian Civil Code in the Albanian Constitutional Court, trying to break the presumption of constitutionality of this article. My conclusion is that adverse possession is prescribed by modern civil laws of Europe in the same way that Roman law did on the feudal times. This solution, giving justice as aut Cesare aut nihil between civil parties, that need to be treated equal by law, seems to be draconian and not updated by the cohesion of modern justice among centuries. This paper is inspired mostly on that decision, trying to reason why adverse possession needs to be reformed among civil codes of European states.

Parole chiave: Primo protocollo cedu, art. 169 codice civile albanese, art. 41 Costituzione albanese, prescrizione acquisitiva.

1.         Introduzione

Lo scopo di questo lavoro è quello di portare al centro del dibattito giuridico un istituto del diritto privato ormai dato per acquisito da molto tempo, non soltanto dalla legislazione di diritto civile materiale in Albania ma anche da quello europeo ed oltre. La questione principale sulla quale abbiamo tentato di ragionare riguarda la possibilità di trovare una certa ragione nella giustizia sociale nel modo di formulazione dell’art. 169 del codice civile albanese, ossia la prescrizione acquisitiva in assenza di un titolo idoneo. Tale lavoro si è ispirato ad un rinvio giudiziale interpretativo iniziato dal sottoscritto in qualità di giudice a quo alla Corte costituzionale albanese riguardante la disposizione dell’art. 169 del c.c., per la dichiarazione dell’illegittimità della parte che non prevede la compensazione per equivalenza da parte dell’acquirente diritto a favore del titolare del diritto estinto per prescrizione. L’analisi riguarda la legislazione albanese e le legislazioni dei sistemi common law e civil law. Si è cercato di dare spazio, inoltre, seppure in maniera sintetica, alle correnti anticonformiste della dottrina del diritto civile sulla prescrizione acquisitiva ed i casi giurisprudenziali europei ed americani sulle loro posizioni in merito ai dubbi di legittimità costituzionale dell’istituto della prescrizione. Infine, si è fatto ricorso al metodo di comparazione con altri modi di acquisto a titolo originario della proprietà. Si è arrivati alla conclusione che l’istituto della prescrizione è rimasto draconiano ed arcaico, non aggiornato secondo i principi di proporzionalità e di uguaglianza, nell’esercizio pieno e pacifico della proprietà e della giustizia sociale.

2.         Considerazioni generali sulla prescrizione acquisitiva

Ai sensi dell’art. 169 del codice civile albanese, la prescrizione acquisitiva risulta essere un titolo originario di acquisto della proprietà, cioè indipendente dal titolo del soggetto avente la proprietà sul bene precedente[2] e indipendente da ogni altro diritto reale od obbligazione pendente sullo stesso bene precedente. Come tale, la prova che tale diritto sussiste sono gli atti che riescono a rispondere ai requisiti previsti dalla disciplina dell’istituto, quindi, questo diritto soggettivo costituisce un nuovo titolo.

In generale, questo modo originario di acquisto della proprietà richiede il possesso del bene dal non proprietario per un periodo prescritto dalla legge stessa. Di conseguenza, dall’intersezione del tempo con il possesso continuato emerge l’acquisto del titolo[3], diventando così uno degli effetti più importanti del possesso, poiché solamente il suo verificarsi quantitativamente e qualitativamente è giuridicamente idoneo a trasformare e legittimare una situazione di fatto in una situazione di diritto. Allo stesso tempo, indipendentemente dal lato soggettivo del possessore ed indipendentemente dalla qualità o dall’esistenza del titolo, la prescrizione acquisitiva ai sensi dell’art. 169, si matura al finire di un periodo di tempo ventennale.

L’art. 170 del codice civile sancisce inizialmente che la fase concludente della costatazione di un fatto giuridico, in concreto, la fattispecie dell’acquisto della proprietà a titolo originario, il cui verificarsi comporta giuridicamente la nascita di un diritto reale sul bene è la domanda giudiziale, diretta al precedente proprietario, per costringerlo a riconoscere in capo all’usucapente il diritto reale di proprietà. Così, la legge materiale, affida al giudice il potere di accertare, caso dopo caso, le prove delle parti per concludere se sussistano contemporaneamente tutte le condizioni per la concessione della prescrizione acquisitiva. Cosi il giudice arriva nella conclusione che le suddette condizioni sussistono contemporaneamente e che il non soddisfacimento di almeno una di esse impedirebbe l’acquisto del titolo in via originaria[4].

Questa fase finale dell’accertamento del fatto giuridico dell’acquisto della proprietà non ha carattere costitutivo, poiché non è la sentenza del giudice che concede il titolo, bensì la contemporanea esistenza di tutti gli elementi menzionati supra. In questo senso, la sentenza del giudice produce esclusivamente gli effetti giuridici accertativi del fatto giuridico e di conseguenza presenta un carattere meramente dichiarativo. Questa sentenza dichiarativa produce effetti retroattivi fino al momento dell’accertamento della contemporanea coesistenza delle condizioni richieste dalla disciplina del codice civile, altrimenti denominato anche il momento dell’acquisto della proprietà. L’art. 170 c.c., interpretato contemporaneamente all’art. 32/b del codice di procedura civile, in modo da concludere l’accertamento dell’usucapione, dispone a favore dell’usucapente il diritto di presentare domanda giudiziale di intervenuta usucapione, rivolta al precedente proprietario del bene, per costringere quest’ultimo a riconoscere all’attore il titolo e per rendere possibile la trascrizione del bene a favore dell’attore nei registri del catasto.

Dall’altra parte, il giudice valuta che la prescrizione acquisitiva è un modo originario di acquisto della proprietà, ed in questo caso non potrebbe trovare applicazione il principio secondo cui “nessuno potrebbe trasferire ad altri maggiori diritti di quanti ne abbia egli stesso” (nemo plus iuris ad alium transferre potest quam ipse habet) che trova applicazione solamente in merito ai titoli derivativi. Nell’ipotesi di prescrizione acquisitiva, l’usucapente diventa titolare del diritto dal momento in cui vengono soddisfatti i requisiti della prescrizione[5], cioè che indipendentemente dal momento della presentazione della domanda di intervenuta usucapione, la sentenza ha carattere dichiarativo e non costitutivo, considerando che essa accerta un rapporto giuridico esistente e non lo costituisce[6]. Così, la fine del termine sancito dalla legge segna il momento del trasferimento del titolo dal precedente al nuovo avente diritto.

Da quanto argomentato supra, si concluderebbe che la prescrizione acquisitiva è un titolo originario di acquisto della proprietà che emerge direttamente come risultato della disposizione normativa, il che vuol dire che la volontà delle parti danti o aventi diritto non incide minimamente nel perfezionamento delle condizioni fattuali e legali della fattispecie in oggetto. Cosi si concluderebbe che l’attivazione della prescrizione acquisitiva non vuol dire che il precedente proprietario abbia rinunciato alla proprietà, bensì che il suo titolo è stato perduto a causa della legge, e a causa della stessa legge un altro soggetto cha ha soddisfatto i criteri ha acquistato il titolo di proprietà sul quel bene.

Così la legge ha prescritto che per effetto dello scadere del termine di 20 anni, tenendo in considerazione il soddisfacimento dei requisiti qualitativi all’uopo richiesti, il titolo di proprietà passi dal precedente proprietario al nuovo. In questo modo la titolarità dei diritti sul bene sarebbe continua, sebbene trasformata, e la circolazione del bene garantita. In questo particolare momento, la legge sancisce di considerare titolare del diritto l’astratto soggetto che soddisfa i criteri richiesti dalla disposizione. Così la prescrizione acquisitiva come titolo originario di acquisto della proprietà viene concepito dalla legge come uno strumento legale che regola il controllo sulla proprietà tra i soggetti, in conformità all’art. 1 del primo protocollo della cedu, secondo cui la proprietà va intesa e regolamentata in favore dell’interesse generale[7] o l’art. 41 della Costituzione albanese che tollera limitazioni del diritto di proprietà esclusivamente in presenza di interessi pubblici[8]. In questo senso, il diritto di proprietà viene concepito non solamente diretto ai terzi in astratto o alle pubbliche autorità ma anche allo stesso legislatore o al processo legislativo[9].   

3.            L’esigenza dell’ordinamento giuridico, della società e dello Stato sulla prescrizione acquisitiva

La certezza del diritto è il principio costituzionale più importante, che “privilegia” il possessore nei confronti del proprietario e che sta sulla base dell’istituto della prescrizione acquisitiva (usucapione). In questo modo il legislatore, per il tramite di questo istituto, “premia” chi sviluppa, conserva e si prende cura della proprietà come se fosse il vero proprietario essendo convinto del suo titolo e, dall’altra parte “punisce” il proprietario passivo con la perdita del titolo, sulla base dell’inerzia dell’esercizio dei suoi diritti per un lungo periodo di tempo. Naturalmente, la sanzione in questo caso appartiene esclusivamente al diritto civile e non potrebbe essere paragonato, neanche dal punto di vista degli effetti, con le sanzioni del diritto penale, pur nelle sue caratteristiche in ultima ratio. Allo stesso modo il legislatore, dando priorità al rapporto fattuale tra la proprietà e la persona che esercita i diritti su di essa come se fosse il vero proprietario[10], sotto delle condizioni rigorosamente prescritte dalla legge, non difende soltanto l’interesse del proprietario di fatto (interesse privato) ma incentiva lo sviluppo della proprietà, come base dello sviluppo economico nella Repubblica di Albania (interesse pubblico).

  Riteniamo altresì che ogni limitazione al diritto alla proprietà esercitato per mezzo della prescrizione acquisitiva è giustificata da un interesse pubblico ed in modo ragionevole dalla necessità di evitare il rischio di cagionare ingiustizie nel giudizio delle cause accumulate e datate, e per garantire il principio della certezza del diritto del rapporto fattuale, pubblico ed incontestabile negli anni del usucapente che si comporta con la proprietà come se fosse il vero proprietario. In questo senso vengono protetti i convenuti eventuali dalle domande giudiziali datate e vengono incoraggiati gli attori eventuali per non dormire e vegetare sui loro diritti[11]. Allo stesso modo, l’istituto della prescrizione acquisitiva garantisce il buon andamento dei processi giudiziali che avrebbero incontrato difficoltà di fronte alle ormai tanto impossibili e dubbie quanto vecchie[12].

L’istituto della prescrizione acquisitiva rappresenta anche una politica discrezionale del potere legislativo in ogni Paese per disciplinare ed economizzare la terra e gli altri beni immobili che costituiscono una risorsa naturale limitata, quindi un bene scarso. Così, nel caso non fosse esistito questo modo di acquisto della proprietà, verrebbe giustificato la continua ed ingiustificata passività del titolare, ed in proporzione al tempo trascorso, la proprietà diventerebbe intrasferibile e sterile nella circolazione civile e nella sua destinazione naturale e economica.

Considerando che i beni immobili hanno una grande rilevanza nella circolazione civile e che costituiscono una fonte limitata e scarsa a seconda delle contingenze obiettive, sarebbe imperativo che le politiche statali e le interpretazioni della legge fossero tali da una parte, a garantire i benefici della circolazione civile dei beni e la messa a disposizione della società del loro valore aggiunto e, dall’altra parte, per raggiungere tale scopo, a non introdurre barriere enormi ed eccessive a carico del proprietario legittimo (art. 1, prot. n. 1 della cedu)[13]. A tale scopo, la legge impone ai proprietari il dovere di farne uso, di curare e di sviluppare la proprietà in modo che l’economia del paese possa trarre i dovuti benefici.

La prescrizione acquisitiva è strumentale allo scopo pubblico della certezza dei titoli di proprietà nell’ambito della circolazione civile dei beni e l’acquisizione della proprietà a titolo originario. Naturalmente, un tale titolo di proprietà è l’ultimo nel processo probatorio probatio diabolica ed il primo per quanto riguarda la titolarità del diritto che come tale prevale su ogni altro modo di acquisto della proprietà.

Nella dottrina e nella giurisprudenza civilistica europea[14], la prescrizione acquisitiva si legittima anche per il fatto che il possessore decennale, o anche per più anni, abbia posseduto ed investito su quel bene regolarmente, e la possibilità di non proteggere quella proprietà dalle azioni del vecchio proprietario potrebbe portare ad una sua espropriazione fattuale dal diritto di proprietà. In questo senso, tale dottrina e giurisprudenza considera necessaria l’esistenza di una possibilità prevista dalla legge per trasformare una situazione di fatto estesa e duratura nel tempo in una situazione di diritto, e di conseguenza, anche un modo di acquisto della proprietà.

Però, se da una parte, sia dalla tradizione della dottrina del diritto civile antico, medievale e moderno, sia delle legislazioni del tempo, non solo albanesi ma anche europei, si riescono ad individuare le ragioni che legittimano costituzionalmente e convenzionalmente la prescrizione acquisitiva come modo originario di acquisto della proprietà, legittimando nello stesso tempo la perdita della proprietà a causa della passività ingiustificata del precedente proprietario, dall’altra parte non riusciamo ad individuare le ragioni legali, convenzionali e costituzionali per il totale nichilismo di ogni diritto patrimoniale del precedente titolare. In questo modo, riteniamo che la non individuazione delle ragioni costituzionali dell’interesse pubblico e della proporzionalità della situazione che ha causato la limitazione con il bisogno di limitazione del diritto costituzionale per il pieno e pacifico godimento della proprietà, e le stesse soluzioni legislative che limitano in sostanza i diritti del precedente proprietario, stabilendo un onere eccessivamente sproporzionato a carico suo, fomentano dubbi costituzionali sulla giustizia di merito e sociale della legge.    

    

4.         Analisi comparata verticale ed orizzontale sulla prescrizione acquisitiva. Legislazione, dottrina e giurisprudenza

Dall’interpretazione cronologica delle legislazioni civili dell’ordinamento albanese nel tempo che hanno regolato questo modo di acquisto della proprietà, si constata che le disposizioni del codice civile albanese del 1929, il quale si è ispirato principalmente al codice civile francese e al codice civile italiano del tempo, lo avevano definito come “la prescrizione appropriante”. Gli artt. 2037 e successivi sanzionavano specificatamente le disposizioni su questo particolare istituto. Inoltre, le altre disposizioni di questo codice non riconoscevano il diritto del proprietario che si estingueva alla compensazione per la perdita della proprietà a causa della prescrizione intervenuta. Successivamente, il Decreto n. 2083 del 06.07.1955 “Sulla proprietà”, negli artt. 44 e seguenti, ha conservato lo stesso contenuto per quanto riguarda la concezione del diritto alla compensazione del vecchio proprietario, al quale non era riconosciuto alcun diritto in quanto quest’ultimo si estingueva a causa della prescrizione. Lo stesso dicasi con riguardo all’art. 91 del codice civile albanese del 1981 il quale concepiva l’istituto in oggetto allo stesso modo delle disposizioni precedenti. Identico modo di formulazione delle disposizioni dell’istituto si trova nell’attuale codice civile albanese.

Dall’interpretazione storica della legislazione albanese riguardante l’istituto oggetto dell’analisi si arriva alla conclusione che il legislatore civile non si è preoccupato di eguagliare o proteggere allo stesso modo gli interessi patrimoniali del dante e avente causa per quanto riguarda la prescrizione. Le disposizioni legislative riguardanti questo istituto somigliano molto al modello dell’istituto del diritto romano (usucapione, praescripto longis tempori) o anche al modello del diritto consuetudinario albanese non riuscendo mai a risolvere l’ingiustizia esistente fra i soggetti coinvolti.

Dall’analisi delle legislazioni civili dei due grandi sistemi giuridici del diritto quali civil law e common law, si constata che generalmente la prescrizione acquisitiva si riconosce come modo originario di acquisto della proprietà, partendo da un periodo di tempo minimo (5 anni per gli Stati Uniti d’America) fino a sessant’anni (per le proprietà della corona britannica)[15]. Naturalmente vi sono delle accomunanti così come esistono anche delle differenze. In generale, nessuno dei paesi ha previsto il diritto soggettivo dell’ex-proprietario alla compensazione per il diritto estinto a causa della prescrizione. Tra tutti questi paesi, solo in uno di essi questo diritto è garantito ma di questo se ne parlerà più avanti.

Per passare in analisi le esperienze europee, vale la pena ricordare l’esperienza italiana. Il codice civile italiano ha influenzato parecchio il codice civile albanese, in particolare gli artt. 1159 (usucapione decennale in forza di un titolo), 1159-bis (usucapione speciale per la piccola proprietà rurale), 1160 (usucapione delle universalità di mobili) e 1162 (usucapione di beni mobili iscritti in pubblici registri), ugualmente omette di prendere in considerazione il diritto alla compensazione dell’ex-proprietario. La stessa regolamentazione giuridica è presente nella legislazione civile francese, alla quale anche il legislatore italiano ha fatto riferimento, in particolare gli artt. 2265 (usucapione decennale e ventennale dei beni immobili) e 2229 (usucapione trentennale). Nella stessa direzione va anche l’art. 937 del codice civile tedesco (acquisto della proprietà attraverso l’usucapione decennale sui beni mobili) laddove non riconosce l’importanza del titolo in forza del quale l’usucapione si compie ma fa leva, invece, sulla buona fede dell’usucapente. Lo stesso dicasi con riguardo all’esperienza austriaca.

La legge n. 03/L n. 154 “Sulla proprietà ed altri diritti reali” della Repubblica del Kosovo, negli artt. 28 e seguenti, regola l’istituto della prescrizione acquisitiva/usucapione. Anche nel caso di questa nuova legislazione civile europea non è previsto il diritto dell’ex-proprietario alla compensazione. La stessa filosofia è seguita in altri paesi balcanici quali Montenegro, Macedonia, Serbia, Croazia, Bosnia Erzegovina e Slovenia.

Ugualmente, il codice civile del Regno di Spagna negli artt. 1930-1960, nonostante si distingue per delle chiare differenze con le altre esperienze europee, nega allo stesso modo al vecchio proprietario il diritto alla compensazione a causa della prescrizione intervenuta. A differenza delle altre legislazioni, nell’ordinamento spagnolo si riconosce al vecchio proprietario il diritto di presentare causa verso chiunque, in qualità di soggetto responsabile, che abbia, in buona o mala fede, agito o non agito e non aver impedito la soddisfazione dei criteri per il compimento dell’usucapione. Anche il codice civile dei Paesi Bassi negli artt. 3:99(1) o 3:105(1) non prevede alcuno strumento di compensazione in favore al soggetto il cui diritto sia estinto a causa della prescrizione intervenuta[16]. La stessa regolamentazione è presente nel codice civile ungherese (art. 121/1) e nel codice civile polacco (artt. 172-176).

Anche nelle legislazioni civili dei paesi common law il diritto alla compensazione trova la stessa regolamentazione[17]. La legislazione australiana, in una parte del territorio, non riconosce affatto l’istituto dell’usucapione mentre nelle parti del territorio dove questo è riconosciuto non vi è alcuna disposizione riguardante la compensazione. In Nuova Zelanda l’usucapione è riconosciuta ma non vi sono disposizioni a favore della compensazione. In Canada vi è una particolarità dal momento in cui non riconosce l’usucapione su beni iscritti nel registro pubblico competente ma, allo stesso modo, non riconosce il diritto alla compensazione. Nella stessa direzione va anche la legislazione materiale nord-americana non riconoscendo alcun diritto al vecchio proprietario.

Tra le legislazioni civili materiali analizzate emerge che il Codice dei diritti reali[18] del 1970 in Svezia, negli artt. 16 e 18, mentre dispone sull’usucapione ventennale in assenza di un titolo e in mala fede[19], riconosce il diritto soggettivo dell’ex-proprietario alla compensazione per il diritto estinto a causa di legge e contro la sua volontà. Questo diritto secondo la legislazione svedese si prescrive in dieci anni.

La giustizia sostanziale della non previsione della compensazione in caso di usucapione fu messa in dubbio nella sentenza della House of Lords nel caso J. A. Pye (Oxford) ltd. and Others (Respondents) v. Graham and Another (Appellants) del 04.07.2002, in Gran Bretagna. In questa occasione, il Lord Bingham of Cornhill nel suo parere, tra l’altro, ha statuito che è difficile trovare una ragione per la quale dovrebbe negarsi il riconoscimento del diritto alla compensazione del titolare che perde il diritto da parte del titolare che lo acquisisce. Anche il parere del Lord Browne-Wilkinson, relatore della sentenza, andava nella stessa direzione. Lord Hope of Craighead, tra l’altro, sottolineava che l’assenza di un’equa compensazione accanto ad altre garanzie relative all’usucapione, comporterebbe la violazione del diritto al pacifico e pieno godimento della proprietà, accogliendo in questo caso il ricorso del vecchio proprietario. Anche il Lord Hutton nel suo parere notava che la soluzione legislativa in questo caso fosse sproporzionata tenendo in considerazione gli interessi pubblici coinvolti e le disposizioni sull’usucapione (adverse possession).  Il caso fini alla Corte di Strasburgo. La Quarta Sezione (Camera) nella Sentenza del 15.11.2005, con maggioranza dei voti (quattro contro tre) sancì che la legislazione materiale civile che prevede l’usucapione come modo originario di acquisto della proprietà[20], nella parte che non prevede il diritto al vecchio proprietario alla compensazione, viola l’art. 1 del Primo protocollo cedu. Il Regno Unito fece ricorso alla Grande Camera della Corte edu. In data 30.08.2007, la Grande Camera, con maggioranza di voti (dieci contro sette) sancì, tra l’altro, che la non previsione della compensazione a favore del vecchio proprietario, non costituiva violazione dell’art. 1 del Primo protocollo cedu. Le argomentazioni di quella sentenza riguardavano maggiormente la tradizione europea del diritto civile in materia ed una legislazione condivisa ormai a livello di Consiglio d’Europa. I giudici rimasti in minoranza, argomentavano diversamente il loro parere[21].

Un simile caso è stato oggetto del giudizio di costituzionalità da parte della Corte costituzionale italiana su iniziativa del giudice a quo del Tribunale di Palermo. Oggetto del controllo di legittimità costituzionale era l’art. 5, par. 7 del dl. n. 333 del 11.07.1992 “Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica”[22], aggiornato, nel quale era previsto il diritto dell’ente pubblico o dell’organo dello Stato all’usucapione su una proprietà privata dopo che era trascorso un periodo di tempo. Il decreto-legge prevedeva che al proprietario soggetto privato, l’ente pubblico usucapente, doveva corrispondere la compensazione per il danno causato dal fatto iniziale illecito dell’usucapione, sempre nel caso fosse giustificato dell’interesse pubblico. Il giudice a quo, argomentando l’ineguaglianza delle garanzie offerte dalla legge tra Stato ed enti pubblici e soggetto privato espropriato, pretendeva in via pregiudiziale che la concessione per legge della compensazione del danno invece della indennità di espropriazione al valore di mercato costituisse violazione del diritto alla proprietà privata ai sensi dell’art. 42 della Costituzione italiana e dell’art. 1 del primo protocollo cedu[23].

La Corte costituzionale italiana, dopo aver argomentato anche le posizioni della Corte di Strasburgo sulle limitazioni del diritto alla proprietà privata e la giusta compensazione che da essa derivava, giunse alla conclusione che l’assenza di un’equa compensazione a favore del precedente proprietario privato da parte dello nuovo proprietario (Stato od ente pubblico) costiutisse violazione del diritto alla proprietà. La Corte arrivò alla conclusione che, nel caso concreto, la legge non aveva rispettato il principio della proporzionalità e delle equa indennità di espropriazione. Per questi motivi la legge, nelle parti che non prevedeva tale possibilità, fu dichiarata illegittima ed incompatibile con la Costituzione.

Com’è evidente, la Corte costituzionale italiana, dichiarò che questo modo originale di acquisto della proprietà, per essere costituzionalmente accettabile, dovesse essere seguita da un’equa compensazione. In questa sentenza, la Corte non ha mai messo in dubbio il fatto del diritto all’indennità del proprietario espropriato, ma è solo entrata in merito della quantità e della qualità dell’indennità in quanto non compatibili con il dettato costituzionale.

Simili casi sono stati oggetto d’esame da parte delle Corti superiori degli Stati Uniti d’America. Nella causa Pascoag Reservoir & Dam, LLC v. Rhode Island” del 2002, l’attore soggetto privato pretese la compensazione da parte dell’agenzia nazionale competente per la proprietà acquisita per il tramite dell’usucapione, sulla base delle disposizioni sancite nel V Emendamento della Costituzione americana[24]. Nella sua opinione, il giudice Ronald R. Lagueux (relatore) argomentò che, in relazione al diritto della proprietà, si prevedono alcuni casi in cui in particolari condizioni (riferendosi alla prescrizione acquisitiva), il diritto alla proprietà sia trasferita da un soggetto ad un altro, senza alcuna compensazione. Inoltre, sosteneva il giudice americano, in tutti i casi, l’acquisto della proprietà da parte dello Stato, anche per mezzo dell’usucapione, dovrebbe avvenire soltanto dietro un equo compenso. Nel caso concreto, a parere del giudice, la Corte doveva stabilire se i due principi appena menzionati dovevano prevalere l’uno nei confronti dell’altro oppure dovevano coabitare a seconda del caso. La Corte decise, in seguito, di rigettare la domanda relativa all’usucapione, ammettendo in verità che nel caso dell’applicazione della prescrizione acquisitiva a favore dello Stato su una proprietà di un soggetto privato, sulla base del V Emendamento della Costituzione usa, la compensazione doveva avere luogo a favore del soggetto privato[25]. 

  Nonostante ciò, la Corte Suprema degli Stati Uniti si è espressa diversamente anni prima in relazione ad un simile caso presentato dinanzi ad essa. Così, nel caso “Texaco v. Short[26] del 1982, la Corte stabilì che anche lo Stato potrebbe essere tra i soggetti che idonei ad acquistare la proprietà per mezzo della prescrizione acquisitiva ed in questo caso lo Stato non potrebbe far parte tra i soggetti beneficiari delle garanzie sancite dal V Emendamento a causa del fatto che in questa circostanza esso agisce da soggetto privato e che, per questi motivi, le norme di diritto materiale civile si applicano. La Corte stabilì che la compensazione ex V Emendamento spetta allo Stato soltanto nei casi i cui si è in presenza di atti iure imperii[27].

  Acceso dibattito è presente anche nella dottrina negli Stati Uniti, dove emergono maggiormente due principali e differenti posizioni in merito alla questione. La prima, consiste nella tradizionale convinzione che si basa sulle norme del diritto civile materiale e che nega assolutamente la compensazione in presenza di prescrizione acquisitiva, come ribadito anche dalla Corte Suprema nella sua sentenza del 1982. La seconda, invece, basandosi sulle disposizioni del V Emendamento, ritiene che in caso di prescrizione acquisitiva a favore dello Stato su una proprietà precedentemente appartenente ad un soggetto privato, la compensazione dovrebbe avere luogo[28].

  Durante l’esame della dottrina tradizionale della prescrizione acquisitiva, non si potrebbero certamente ignorare certe voci riformatrici[29]. Esse sostengono che l’inammissibilità dell’indennizzo per la perdita subita a causa dell’usucapione non trova alcun fondamento e che in questo caso si offrono protezione e garanzie maggiori a favore dell’usucapente possessore rispetto al legittimo proprietario, titolare del diritto reale. Queste posizioni chiedono una maggior attenzione del legislatore e della giurisprudenza in modo da porre rimedio a tale anomalia logica del diritto positivo.

  Questa comune posizione europea di negazione dell’indennizzo a favore del soggetto “espropriato” pare che sia negligente e nichilista nei confronti del legittimo ex-proprietario. A nostro parere, questo fatto non potrebbe servire a priori per concludere che il non riconoscimento di questo diritto soggettivo non possa portare ad una eresia costituzionale, convenzionale o del diritto civile millenario. La Corte costituzionale albanese ha l’occasione d’oro per essere la prima istituzione europea e l’antesignano del cambiamento e della riforma del modo di concepire la prescrizione acquisitiva nel contesto del diritto civile, in modo che il diritto positivo si avvicini alal legge obiettiva e secolare della fisica secondo la quale niente e perso e tutto è trasformato.

  Questa nuova concezione dell’usucapione in Europa mira a riformare un istituto classico ed arcaico del diritto civile, la cui giustizia sostanziale non è stata messa stranamente in dubbio, ma è rimasto intatta nei secoli come eredità del diritto civile, a prescindere dalla previsione nei codici moderni europei. Attraverso questo auspicato cambiamento si ha l’obiettivo di difendere equamente gli interessi patrimoniali delle parti, in modo che il diritto alla proprietà non venga limitato per mezzo della legge, che esso non venga violato nella sostanza e che una sanzione civile non abbia gli effetti equivalenti della sanzione penale.

5.            Altri modi di acquisto della proprietà e i diritti di “colui che perde il diritto”

Per meglio interpretare la giustizia non concessa in termini di diritti e obblighi previsti a norma di legge ai sensi dell’art. 169 del codice civile albanese, nella parte in cui non ha riconosciuto il diritto soggettivo all’indennizzo a favore di colui che ha perduto il diritto, riteniamo sia necessario riportare l’attenzione su casi analoghi risolti dal legislatore relativi a modi alternativi di acquisto della proprietà e non solo, ma anche casi sostanzialmente simili del bisogno di risolvere i problemi sociali ed economici con giustizia, equità ed uguaglianza. Lo scopo consiste nella comprensione di questa disposizione normativa e la sua comparazione con altri istituti simili di acquisto della proprietà.

Come primo esempio, si rivolge l’attenzione all’art. 174 del c.c.a., riguardante l’acquisto della proprietà per unione e per commistione. Allo stesso modo dell’art. 169 del c.c., anche l’art. 174 prevede tra i modi di acquisto della proprietà l’unione[30]. In questo modo il legislatore realizza la giustizia sociale sancita negli artt. 11, 17, 18 e 41 della Costituzione e dall’art. 1 del primo protocollo cedu, trattando e difendendo in maniera paritaria gli assetti, gli interessi patrimoniali e le aspettative legittime degli individui coinvolti in questo rapporto giuridico, il cui risultato finale si determina dalla legge, per mezzo di una formula che consente l’acquisto originario del diritto di proprietà. Lo stesso dicasi con riferimento all’art. 175 del c.c.a[31]. Anche in questo caso il legislatore ha voluto i diritti reali e gli assetti patrimoniali delle parti coinvolte, precisandone anche la formula giuridica precisa della determinazione del titolo di proprietà e le modalità secondo le quali ognuna delle parti possa acquisire i diritti spettanti. Anche in questo caso la legge si è ispirata ai principi indiscutibili della giustizia sociale. Anche l’art. 176 del c.c.a. va nella stessa direzione. Anche in questa occasione la legge si è dimostrata attenta a garantire proporzionalmente i diritti dei soggetti coinvolti pur trattandosi di modi originali di acquisto della proprietà in materia di beni mobili. Idem l’art. 177 del codice civile. La logica del legislatore ha impedito la svalutazione dell’opera creativa immateriale o il lavoro meccanico, come contributo sensibile e misurabile del valore aggiunto del nuovo bene specificato. Un’altra volta, la filosofia universale della giustizia sociale ha prevalso nel rapporto tra i soggetti coinvolti. Anche in questo caso la legge è la causa ed il fatto giuridico che crea questa formula di acquisto del diritto di proprietà, tutelando in maniera proporzionale i diritti patrimoniali delle parti.

La legge materiale civile si è preoccupata di difendere anche gli interessi patrimoniali del soggetto non titolare del bene, in ottemperanza al principio stabilito dall’art. 1 del primo protocollo cedu e dalla filosofia della giustizia sociale o, ancora, dagli artt. 17 e 41 della Costituzione albanese. Così, nel rapporto non contrattuale dei due soggetti proprietario non possessore e possessore proprietario, meglio conosciuta come rei vendicatio, la legge ha previsto la possibilità che il possessore in buona fede ed in cattiva fede sia compensato per gli investimenti eseguiti o le spese sostenute sul bene mobile o immobile (si vedano gli art. 299, 300 e 301 dell c.c.a.). In questo modo, il legislatore ha cercato di tutelare in maniera proporzionale gli interessi patrimoniali dei soggetti coinvolti in relazione alle concause che hanno determinato tale situazione.

Nella stessa logica originaria di acquisto della proprietà, la Costituzione all’art. 41 ha riconosciuto l’istituto dell’espropriazione, regolato altresì anche nell’art. 190 del c.c., e nell’apposita legge organica sull’espropriazione. Anche in questo caso, la logica ispiratrice è la conservazione degli interessi patrimoniali dell’individuo violati dalla realizzazione dell’interesse pubblico. L’indennità concessa all’espropriato è una specie di compensazione per la proprietà spogliata a causa di legge e non per mera volontà del titolare del diritto reale. In questa circostanza, la giustizia sociale si aggiorna anche nell’espropriazione formale per atti iure imperi. Questo vuol dire che le espropriazioni o le limitazioni del diritto di proprietà che hanno effetti equivalenti giuridici o fattuali con le espropriazioni sarebbero costituzionalmente tollerabili soltanto nei casi in cui la legge accordasse all’ex proprietario o al soggetto interessato un giusto ed equo indennizzo.

Un altro modo particolare ed originale dell’acquisto della proprietà prevista dalla legge è l’acquisto della proprietà sul terreno altrui attraverso il condono edilizio, ove vengano soddisfatti i criteri previsti dalla legg. Così, la legge n. 9482 del 03.04.2006 “Sulla legalizzazione, urbanizzazione e l’integrazione delle costruzioni abusive”, emendato, ha dato vita ad un nuovo modo di acquisto della proprietà, come espressione della volontà politica del legislatore per risolvere una volta per tutte le questioni di fatto provocate dall’edilizia abusiva. La legge ed il legislatore, sebbene espropria de facto il titolare del terreno a favore di un nuovo proprietario, in verità non nega assolutamente al primo il diritto di proprietà, ma in capo ad esso riconosce il diritto soggettivo all’indennizzo proporzionalmente a quanto perduto. A questo scopo, l’art. 5 della legge n. 10239 del 25.02.2010 “Sull’istituzione di un fondo speciale per l’indennità della proprietà”, nel secondo paragrafo riconosce il diritto e le modalità di compensazione dell’ex proprietario per la perdita del diritto. In questo modo la legge fa giustizia sociale e soddisfaproporzionalmente gli interessi patrimoniali e le aspettative legali dell’ex proprietario espropriato e del nuovo titolare del diritto. Così, il diritto di proprietà non si annienta completamente ma soltanto si trasforma, soddisfacendo in questo modo i principi sanciti negli artt. 11, 17, 18 e 41 della Costituzione e dell’art. 1 del primo protocollo cedu[32].

La legge n. 9235/2004, aggiornata, e le altre disposizioni successive in materia, emanate in rispetto dell’art. 181 della Costituzione, hanno sancito il ripristino del diritto di proprietà a favore dei soggetti vittime dell’espropriazione ingiusta perpetrata del regime precedente, specificando l’obbligo in capo al legislatore per la equa regolamentazione delle questioni inerenti le espropriazioni e confische effettuate prima dell’entrata in vigore dell’attuale Costituzione[33]. L’art. 1, lett., b) della legge in questione prevede i casi di compensazione in caso di non avvenuta restituzione e le modalità di detto procedimento vengono descritte nel successivo art.11 della legge e nell’art. 2, punto 5 della legge n. 10239/2010 “Sull’istituzione di un fondo speciale per la compensazione della proprietà”. In questo modo la legge si è preoccupata, secondo i canoni della giustizia sociale, della proporzionalità, del rispetto dell’interesse pubblico e delle garanzie dei diritti patrimoniali dell’individuo, di individuare una soluzione accettabile legalmente per tutti. La legge ugualmente tiene in considerazione e non ignora gli interessi patrimoniali dei soggetti espropriati e lo fa attraverso l’indennizzo e la riabilitazione a favore di essi.

La legge prevede anche un altro modo di acquisto della proprietà, quale la confisca civile o penale. Così, la confisca civile della proprietà, disciplinata dalla legge n. 9284 del 2004 “Per la lotta e la prevenzione della lotta al crimine organizzata”, prevede il diritto al sequestro e alla confisca della proprietà di chiunque, accusato di aver commesso crimini gravi, non riesca a giustificare l’origine e la liceità del proprio patrimonio. Tenendo in considerazione la pericolosità sociale di questi crimini e l’interesse pubblico alla prevenzione della criminalità organizzata, la legge non poteva che negare il diritto all’indennizzo per la perdita della proprietà.

Un altro modo di acquisto della proprietà, previsto dal codice penale albanese (art. 34), è rappresentato dalla multa. Nell’art. 36 del c.p.a. si prevede la confisca della proprietà legata all’attività criminale, e di qualsiasi altro patrimonio, il cui valore corrisponde con quello del reato commesso, e dei beni la cui produzione, uso, detenzione o disposizione costituisce reato, anche in assenza di una sentenza giudiziaria. Ovviamente, a causa della natura giuridica del reato, la pericolosità sociale, la violazione della legge con natura extrema ratio e della natura penale della condanna non avrebbe luogo senza possibilità di indennizzo o compensazione.

Da questa analisi comparativa delle disposizioni relative all’acquisto e perdita del diritto di proprietà emerge che, ad eccezione dell’art. 169 del c.c., la legge regola equamente gli interessi patrimoniali e le aspettative legittime di qualsiasi soggetto, individuando formule ragionevoli per applicare il principio di giustizia sociale in pieno rispetto del pacifico godimento del diritto di proprietà. Si evince altresì che la formula individuata dalla legge per regolare l’usucapione ex art. 169 del c.c., con riguardo ai diritti spettanti al precedente e nuovo titolare del diritto, è identica alla formula impiegata nei casi delle confische penali e civili. La severità e l’ineguaglianza di trattamento degli interessi patrimoniali dei soggetti interessati dall’istituto dell’usucapione è identico.

Di conseguenza, riteniamo che l’art. 169 del c.c.a., nella parte in cui non prevede il diritto all’indennizzo (o compensazione) a favore del titolare originario del bene oggetto di usucapione, fallisce nel prevedere un equo bilanciamento tra vecchio e nuovo titolare del diritto, in piena armonia con l’art.1 del primo protocollo cedu. Questa ineguaglianza nei diritti fra ex-titolari e nuovi titolari del diritto di proprietà violano gli artt. 11, 17, 18 e 41 della Costituzione poiché la proprietà ed il diritto di proprietà non vengono tutelate proporzionalmente dalla legge, i titolari e i proprietari vengono trattati in violazione del principio dell’uguaglianza e della proporzionalità ed in questo modo lo Stato espropria ingiustamente un soggetto per arricchire un altro, senza prevedere a favore di quest’ultimo alcuna compensazione od indennizzo per la perdita subita.

In questo modo, il legislatore civile albanese, allo stesso modo delle legislazioni civili europee sopra analizzate, ha acquisito senza alcuna modifica il millenario istituto di diritto romano dell’usucapione ripresentando, al giorno d’oggi, la stessa ruvidità e mancanza di proporzionalità fra le due parti interessate dalla usucapione. Molto stranamente, questo arcaico istituto del diritto romano non è stato ancora aggiornato dal bisogno di giustizia sociale, un principio che ha costantemente accompagnato e catalizzato la riforma del diritto positivo nei secoli. Risulta inspiegabile come possa un modo del genere di acquisto della proprietà aver sopravissuto alla logica moderna e democratica del legislatore civile europeo. La ruvidità di questo trattamento riservato alla proprietà all’interno dell’istituto della prescrizione viene parificata con la sanzione penale della confisca della proprietà risultato dell’attività criminale; cioè avviene, per legge, l’espropriazione del titolare dal diritto dei proprietà senza alcun indennizzo a favore di questi per la perdita subita.

Riteniamo che la riforma dell’istituto della prescrizione acquisitiva non annienterebbe in alcun modo l’essenza dell’istituto stesso e della rispettiva dottrina del diritto civile[34]. Attraverso la riforma dell’istituto della prescrizione acquisitiva si dovrebbe mirare alla conservazione e alla rivendicazione della mancata coerenza della prevalenza del diritto di proprietà sui diritti derivanti dal possesso[35], o dalla relazione di fatto sul bene. In verità, la stessa dottrina del diritto civile non potrebbe tollerare una protezione maggiore a favore del possessore rispetto al proprietario e, tantomeno, una diseguaglianza profonda e favore in questa direzione. In ultima ratio, il principale obiettivo di questa riforma è la ricerca della coesione della giustizia sociale assente da secoli.

6.            L’art. 169 del codice civile, nella parte che non riconosce il diritto soggettivo del titolare prescritto all’indennizzo per la perdita subita, è in violazione degli artt.  11 e 18 della Costituzione           

 

Partendo dalla struttura della Costituzione (albanese), ci soffermiamo sulla particolarità che l’art. 11 non sia stato incluso nella parte riguardante i diritti e le libertà fondamentali, ma nella parte dei principi fondamentali che regolano il funzionamento dello Stato. In questo modo, il costituente ha voluto considerare la libertà di iniziativa economica ed il diritto di proprietà come principi fondamentali del sistema economico in Albania[36]. Nella sua giurisprudenza, la Corte costituzionale albanese ha interpretato in maniera abbastanza estesa il concetto di la libertà di iniziativa economica e la proprietà privata nel contesto dell’art. 11 della Costituzione[37]. Questo obbligo del legislatore, tra l’altro, si concretizza nell’emanazione di determinate disposizioni legislative attraverso le quali si mira al disciplinamento dell’esercizio dell’iniziativa economica in determinati settori della vita del Paese così come all’arricchimento dell’economia della proprietà privata[38]. Nello stesso modo, il costituente ha imposto al legislatore l’obbligo di garantire l’eguale trattamento della proprietà privata e pubblica.

La Consulta ritiene che il trattamento paritario non potrebbe interpretarsi esclusivamente come uguale protezione solo tra due tipi di proprietà, ma anche tra proprietà dello stesso genere. Secondo il parere della Corte costituzionale, questo ruolo viene svolto dall’art. 18 della Costituzione. Tale disposizione costituzionale rappresenta uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto e riafferma uno dei principi cardine del sistema cedu[39], ai sensi del quale ogni individuo dovrebbe avere equo e uguale accesso alle aspettative offerte dalla società[40].

La Corte di Strasburgo ha ritenuto ammissibili i ricorsi relativi all’art. 14 solo nel caso in cui fossero connessi ad altro diritto stabilito nella Convenzione[41]. Così il diritto all’equo trattamento dinanzi alla legge è un diritto complementare agli altri diritti stabiliti nella cedu o nella Costituzione, non avendo la prima alcun motivo di esistenza separata dai diritti garantiti dalla Convenzione. Ciononostante, la massima Corte di Strasburgo ritiene che la violazione dell’art. 14 della cedu o dell’art. 18 della Costituzione non comporta necessariamente la violazione del diritto di riferimento, al quale è (o si presume sia) direttamente legata in un caso concreto e, proprio in questo contesto, il diritto alla non discriminazione assume un carattere autonomo.

Nel caso concreto, riteniamo che la disposizione presente nell’art. 169 del c.c.a., non ha garantito in maniera uguale il patrimonio dell’ex proprietario con quella del proprietario usucapente. Il diritto fondamentale trattato in maniera ineguale si individua così nel diritto della proprietà. È vero che i due soggetti non si trovano in condizioni simili, considerando l’inerzia ventennale del vecchio proprietario, ed il contemporaneo comportamento del possessore da vero proprietario. Ragionevolmente la legge favorisce il soggetto diligente nel diventare nuovo proprietario a titolo originario mentre, dall’altra parte, ha abolito il titolo di proprietà precedentemente appartenente all’ex titolare “dormiente”, punendolo civilmente per la sua inerzia ingiustificata nel contesto della circolazione di beni. Alternativamente, il non uguale trattamento della proprietà pubblica o privata che sia è giustificato, sia nel contesto degli artt. 11 e 18 della Costituzione che dell’art. 14 della cedu.

Tuttavia riteniamo che la proprietà del vecchio e nuovo proprietario nell’ambito dell’usucapione non viene trattata in maniera equa con riferimento alla formula presente nella disposizione dell’art. 169 del c.c., dove l’usucapente acquista tutto pro bono mentre il vecchio proprietario perde tutto, pro bono. In questo modo, la moltiplicazione con zero del patrimonio del proprietario indifferente secondo la formula “aut cesare aut nihil” contestualmente all’arricchimento del proprietario usucapente crea una chiara diseguaglianza e l’autore del tutto è la stessa legge. Nel caso concreto non è in discussione la perdita del diritto di proprietà su un determinato bene, ai sensi dell’art. 169 del codice civile, poiché una reazione del genere, per i motivi summenzionati, è legittimo e giustificato. Il diritto di proprietà od il suo pacifico e pieno godimento viene toccato nel suo senso astratto, non prendendo in considerazione in maniera uguale le aspettative legittime ed il patrimonio delle parti. Così, se nel caso del proprietario indifferente si trovano facilmente le ragioni costituzionali, legali e sociali per giustificare la perdita della proprietà in maniera involontaria secondo lo schema dell’usucapione, non riusciamo a trovare una ragione valida secondo la quale il vecchio proprietario dovrebbe perdere ogni diritto patrimoniale a titolo gratuito ed il nuovo proprietario, contestualmente, dovrebbe acquistare gli stessi diritti patrimoniali a titolo gratuito. Esattamente questa formula di legge, che non protegge in maniera uguale i diritti patrimoniali dei due soggetti, crea ineguaglianze nel pieno e pacifico godimento del diritto di proprietà. Di conseguenza riteniamo che, se il patrimonio perduto in maniera involontaria per le cause previste dalla legge fosse indennizzato con una somma compensatrice a carico dell’usucapente, garantiremmo una protezione costituzionale e legale uguale e proporzionata a favore delle parti interessate dall’istituto in questione.

7.            L’art. 169 del codice civile, nella parte che non riconosce il diritto soggettivo dell’ex proprietario all’indennizzo all’equivalente della proprietà perduta a causa della legge, viola l’art. 17 della Costituzione

L’art. 17 della Costituzione rappresenta il parametro universale di costituzionalità di qualsiasi fonte ordinaria per quel che riguarda le limitazioni sui diritti e libertà fondamentali dell’individuo[42]. Come anche sottolineato supra, non vi è dubbio che l’usucapione, in quanto modo originario di acquisto della proprietà, viene concepito al servizio della società e dell’interesse pubblico dello Stato. In questo caso, la limitazione del diritto di proprietà (per mezzo dell’usucapione) avviene per legge, esattamente l’art. 169 c.c.a. Ma, se da una parte, si riesce a comprendere ed identificare gli interessi pubblici che legittimano il controllo della proprietà da parte dello Stato per mezzo di questo istituto, non si riesce ad individuare alcun argomento a favore dell’interesse pubblico considerando l’annientamento di qualsiasi diritto patrimoniale dell’ex proprietario, per lo meno il diritto all’indennizzo per lo spoglio della proprietà. Contestualmente a queste ragioni, che porterebbero all’esistenza di una soluzione legale in nome e per conto degli interessi pubblici o per la protezione di altri diritti, nascono i primi ragionevoli dubbi circa le possibili lacune costituzionali della disciplina in discussione. Nel caso concreto, riteniamo che non vi è in gioco alcun interesse pubblico o diritti di terzi che possano legittimare il non riconoscimento del soggettivo diritto all’indennizzo per equivalente della proprietà perduta a causa delle disposizioni dell’art. 168 del codice civile.

Ciononostante, per ritenere costituzionalmente accettabile un qualsiasi intervento nei confronti del diritto di proprietà, non è sufficiente l’esistenza di uno “scopo legittimo” nel quadro “dell’interesse generale” ma è necessario che vi siano rapporti ragionevolmente proporzionati tra le misure intraprese e lo scopo da raggiungere a seguito della privazione del’individuo della proprietà[43]. Tale situazione richiede una distribuzione equa degli oneri sociali e finanziari che non potrebbero essere attribuiti ad un individuo od un gruppo sociale, a prescindere dall’importanza dell’interesse dell’individuo, del gruppo sociale o della collettività in generale. Quindi, va valutato se la rigidità e le misure intraprese per i problemi socio-economici giustificherebbero la perdita del diritto di proprietà da parte della persona fisica[44]. Nel caso dell’usucapione prevista dall’art. 169 del codice civile riteniamo che il vecchio ed il nuovo proprietario si trovano in una situazione di competizione ad oggetto il diritto di proprietà. Quello che aprioristicamente potrebbe accettarsi è che la proporzionalità non è la soluzione che va a favore dell’usucapente e che annienta i diritti dell’ex proprietario.

Per rendere concreti i principi e le argomentazioni astratte sovraesposte, riteniamo che l’art. 169 del codice civile sia in contrasto con l’art. 17 della Costituzione non per i mezzi impiegati, ma per quelli non impiegati nella distribuzione dei diritti fra vecchio e nuovo titolare del diritto di proprietà. Espropriando a causa della legge il vecchio proprietario a favore della titolarità pro bono di un altro soggetto, il precedente proprietario perderebbe tutto pro bono mentre il nuovo titolare acquisterebbe tutto pro bono. Deriverebbe che la legge abbia trattato in maniera sproporzionata il diritto al pieno godimento della proprietà dei soggetti, non impiegando alcun mezzo correttivo i nei confronti del principio di filosofia sociale aut cesare aut nihil. Per individuare lo strumento appropriato ignorato nell’individuazione della formula giuridica costituzionalmente accettabile, dobbiamo necessariamente fare riferimento alle altre formule impiegate dal legislatore nei casi di altri modi di acquisto di proprietà in maniera originale, concretamente l’equo indennizzo o la compensazione per la perdita subita. Solo in questi casi i diritti del vecchio e nuovo proprietario verrebbero soddisfati proporzionalmente, in pieno rispetto dell’art. 17 della Costituzione. Una tale regolamentazione limitativa del diritto di proprietà, lacunosa dal punto di vista costituzionale, compromette l’esistenza dell’interesse pubblico che dovrebbe favorire la promozione della giustizia sociale. Riteniamo, quindi, che il principio della proporzionalità non sia rispettato poiché non risulterebbero impiegati gli strumenti più adatti e meno dannosi a favore del vecchio proprietario.

Riteniamo altresì importante sottolineare anche l’altro elemento di condizionalità costituzionale previsto dall’art. 17 della Costituzione, cioè il diritto al pieno e pacifico godimento della proprietà. La Costituzione pone il limite secondo il quale mai e in nessun caso la limitazione potrebbe ledere il contenuto del diritto, altrimenti cadrebbe nella incostituzionalità. L’art. 169, nella parte in cui prevede la perdita della proprietà per le cause previste dalla norma stessa e non prevede simultaneamente alcun indennizzo a favore del vecchio proprietario, viene a ledere proprio questo principio costituzionale in quanto nega il diritto al pieno godimento della proprietà. La convinzione si rafforza ancor di più quando la legge non prevede nessun altro strumento protettivo, premonitorio o responsabilizzante a favore del proprietario che sta per perdere il diritto di proprietà, in modo da renderlo cosciente della situazione in cui verrebbe a trovarsi[45]. In questo modo, l’assenza correttivi all’interno dell’art. 169 della Costituzione implica la violazione di un'altra dimensione costituzionale: concretamente, la violazione sostanziale del diritto al pieno godimento della proprietà. Di conseguenza, riteniamo che la formula legislativa presente nell’art. 169 della Costituzione che nega sostanzialmente e pro bono il diritto alla proprietà dell’ex-proprietario e attribuisce pro bono tale diritto all’usucapente sia illogica e rigida, quasi nei limiti di una sanzione penale e di una misura draconiana estremamente sproporzionata.

8.             L’art. 169, nella parte che non riconosce il diritto soggettivo dell’ex-proprietario alla compensazione per equivalente per la proprietà perduta, viola l’art. 41 della Costituzione

La formula presente nell’art. 41 della Costituzione stabilisce che il diritto di proprietà possa essere limitato. La terminologia usata ritiene che la proprietà sia garantita ma non inviolabile. Questo diritto viene garantito se, in caso di limitazione della proprietà privata (espropriazione oppure limitazioni equivalenti all’espropriazione), lo Stato si assume l’obbligo di rispettare la limitazione in presenza di un interesse pubblico dietro un equo indennizzo ed in pieno rispetto del diritto del soggetto leso al ricorso contro il provvedimento di limitazione di tale diritto. La Costituzione prevede che l’espropriazione o tutte le altre equivalenti limitazioni andrebbero indennizzati a favore del soggetto espropriato, altrimenti il diritto di proprietà risulterebbe incostituzionale. La dottrina[46] e la giurisprudenza[47] contemporanea del diritto costituzionale offrono una tale definizione del concetto di “espropriazione”, secondo la quale un soggetto potrebbe privarsi del diritto di proprietà a favore di un altro soggetto generalmente pubblico, ma non necessariamente[48].  Si riconosce, quindi, anche l’espropriazione a favore dei soggetti privati sulla base di una politica di una giustizia sociale all’interno della comunità.

Riteniamo che, pur non essendo in presenza di una vera e propria espropriazione, oltre a questa, anche per quanto riguarda le altre limitazioni a danno della proprietà nel largo contesto del controllo dello Stato sull’uso della proprietà, siamo in presenza di effetti equivalenti all’espropriazione. Il regime giuridico dell’espropriazione e delle limitazioni equivalenti dovrebbe essere identico in modo che la limitazione possa essere compatibile con la Costituzione e la cedu[49]. In questo modo, la prescrizione acquisitiva come modo originario di acquisto della proprietà sarebbe una limitazione del diritto di proprietà equivalente con l’espropriazione, per di più previsto dalla legge a favore di un altro soggetto. Così, in condizioni di un’analisi di laboratorio giuridico la legge, per mezzo di questo istituto, ed in presenza di certe condizioni e criteri, espropria un certo soggetto a favore di un altro. Questa conclusione fa sì che non venga valutato od identificato alcun argomento che priverebbe il vecchio proprietario dal diritto di compensazione per equivalente per il titolo di proprietà perduto. Sarebbe ancor più grave questa limitazione del diritto di proprietà se si considerasse che, in questo caso, non esisterebbe alcuna ragione economica, sociale, politica o umana per la quale la compensazione non avrebbe luogo[50]. Riteniamo, in questo caso, che all’istituto di prescrizione acquisitiva presente nell’art. 169 del codice civile, dovrebbero essere accordati i criteri quantitativi e qualitativi dell’equo indennizzo, ed in nessun caso negarsi totalmente tale diritto.

Siamo del parere che l’art. 41 della Costituzione sancisca un “equo indennizzo” nei casi di espropriazione di soggetti privati ma, in nessun caso specifichi i criteri da applicare, gli indicatori concreti per valutare il danno subito o di altro meccanismo applicabile in casi simili. Ciononostante, l’espressione “equo indennizzo” non potrebbe considerarsi frase vuota poiché il costituente ha affidato il compito di dettare i parametri al legislatore[51]. La Costituzione appositamente concede al legislatore lo spazio necessario in modo da non impedire iniziative politiche, economiche, sociali o culturali da parte delle formazioni politiche o dell’esecutivo[52]. Su queste premesse, la legislazione ordinaria dovrebbe prevedere una serie di garanzie procedurali per garantire che la sua influenza sul diritto di proprietà non sia arbitrario, sproporzionato, crei un equo trattamento e che non sia imprevedibile[53].

Fra i criteri costituzionali dell’equo indennizzo e regolamentazione (vedi artt. 41 e 181 della costituzione) risulterebbe che il criterio dell’indennizzo o compensazione a favore del vecchio proprietario possa non essere sempre integrale, ma necessariamente dovrebbe essere equo[54]. Rimarrebbe compito del legislatore perfezionare tale disposizione ed, in assenza, alla giurisprudenza, ai sensi dell’art. 1, secondo paragrafo, del codice di procedura civile, a seconda dei casi. L’ulteriore perfezionamento di tale disposizione ed, in particolare, della prescrizione acquisitiva per quanto riguarda i criteri quantitativi e qualitativi di concessione dell’indennizzo potrebbe essere oggetto di future revisioni legislative o giurisprudenziali.

9.             L’art. 169, nella parte che non riconosce il diritto soggettivo dell’ex-proprietario alla compensazione per equivalente per la proprietà perduta, viola l’art. 1 del primo protocollo cedu

La cedu, nella sua giurisprudenza ha elaborato ed interpretato le intenzioni e le dimensioni dell’art. 1 del primo protocollo, giungendo alla conclusione secondo la quale assetto patrimoniale o diritto di proprietà verranno considerati il patrimonio esistente o le pretese su un tale patrimonio, sul quale esistono sufficienti basi oggettive per creare un’ aspettativa legale per avere uno sfruttamento effettivo ed una potestà di disporre su quel diritto. In tale direzione, la Corte di Strasburgo ha sostenuto che l’art. 1 non protegge i diritti e le aspettative legali delle persone per acquisire una proprietà, ma soltanto le aspettative esistenti su patrimoni esistenti[55].  La giurisprudenza della Corte ha stabilito altresì le tre regole fondamentali di questo diritto[56]: la prima, presente nella prima frase del primo paragrafo dell’articolo afferma il principio del pacifico godimento di tale diritto a favore del titolare; la seconda regola, riportata nella seconda frase del primo paragrafo del medesimo articolo, sancisce l’indennizzo legale e fattuale del titolare elencando anche le condizioni secondo le quali ciò potrebbe avvenire in rispetto delle leggi; la terza regola, stabilita nel secondo paragrafo dell’articolo, riconosce il diritto dello stato di controllare l’uso della proprietà in linea con l’interesse generale dello stato e della società.

Nello stesso modo la Corte edu ha affermato che le tre regole di questo articolo non dovrebbero essere prese in considerazione in modo separato. In particolar modo, la seconda e la terza regola sono strettamente collegate con il diritto di chiunque al pacifico godimento della proprietà e che le misure intraprese dallo Stato in rispetto di dette regole dovrebbero rispettare anche la prima regola. La Corte ha disposto che l’intervento dello Stato su tale diritto, in modo che sia compatibile con tale disposizione, dovrebbe essere ispirata al bilanciamento dell’interesse dello Stato e della società ed il bisogno di protezione dei diritti fondamentali dell’individuo[57]. In questo senso, la Corte di Strasburgo ha stabilito che l’espropriazione fattuale e legale di un soggetto dal diritto di proprietà ai sensi del secondo paragrafo, dell’art. 1 del primo protocollo, in assenza di un indennizzo equivalente e ragionevole, costituisce violazione del primo paragrafo, dell’articolo in questione, qualificando tale intervento come sproporzionato nei confronti del diritto fondamentale al pieno e pacifico godimento del diritto di proprietà.

  La Corte ha altresì statuito che il diritto all’indennizzo relativo alla perdita della proprietà come conseguenza dell’intervento dello Stato non implica necessariamente il diritto alla piena compensazione, fin quanto l’obiettivo legittimo e costituzionale dell’interesse pubblico potrebbe richiedere un indennizzo inferiore al valore effettivo del mercato[58]. Ciononostante, la Corte non ha mai stabilito che, ai sensi dell’art. 1 della cedu, lo Stato potrebbe sacrificare il diritto di proprietà od ogni interesse patrimoniale dell’individuo per puri motivi di politica sociale o economica, nel senso del controllo dell’uso della proprietà e del patrimonio in particolare[59].

  Tenendo in considerazione la soprammenzionata giurisprudenza della Corte di Strasburgo sulla legittimità delle misure legislative dello stato nell’ottica dei principi di diritto internazionale elaborati in ambito del Consiglio d’Europa, riteniamo che la non concessione ed il non riconoscimento, da parte della legislazione civile albanese, del diritto soggettivo dell’ex-proprietario all’indennizzo dovuto per la perdita della proprietà costituisce una soluzione legislativa non proporzionale, che impone un onere eccessivo soltanto su una parte favorendo, dall’altra parte, l’usucapente. In questo modo, la Corte ritiene che la legge materiale civile presenta delle lacune al suo interno e che spetterebbe alla Corte costituzionale intervenire per eliminare la parte in contrasto con la Costituzione ed il diritto internazionale obbligatorio (si vedano gli artt. 5, 17 e 122 della Costituzione).

Il diritto all’ex-proprietario all’indennizzo, pur non essendo previsto dalle disposizioni della legge materiale civile, costituisce e soddisfa tutti i criteri e le condizioni convenzionali e giurisprudenziali per essere considerato un asseto patrimoniale e legittima aspettativa dell’ex-titolare che ha perduto il patrimonio come conseguenza dell’avvenimento oggettivo di taluni fatti giuridici che insieme la legge materiale civile li qualifica come idonei a produrre titolo originario di proprietà. Il diritto all’indennizzo, in questo caso, fonda le sue ragioni non nella proprietà perduta a causa dell’azione della legge e contro la sua espressa volontà, ma in una volontà presunta dal diritto positivo ed imposta legalmente come una situazione di fatto. Proprio per la ragione secondo la quale la legge unilateralmente impone la sua volontà a favore della perdita della proprietà, secondo il principio per il quale “nella circolazione civile, niente è perduto, tutto si trasforma”, non dovrebbe sanzionarsi civilmente l’ex-titolare, oltre che con la perdita del diritto di proprietà, anche con la perdita di ogni relativo diritto patrimoniale.

Su questo punto, la legislazione e la volontà dello Stato parte pare crei una crisi costituzionale e convenzionale, tenendo in considerazione che l’intervento legislativo dello Stato per controllare le risorse patrimoniali limitate e scarse sui diritti soggettivi degli individui non appare ispirato dal bilanciamento promesso dal paragrafo primo e secondo, del primo articolo, primo protocollo cedu. Il non riconoscimento del diritto all’indennizzo a favore dell’ex-titolare impone un onere estremamente eccessivo soltanto su una parte, non compensando, in questo modo, la perdita involontaria della proprietà con un altro diritto equivalente correttivo o riabilitativo, esattamente il contrario, quindi, di quanto stabilito dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo. In questo senso, riteniamo che gli strumenti impiegati e quelli non presenti nelle disposizioni dell’art. 169 del codice civile albanese non bilanciano gli interessi patrimoniali delle parti coinvolte, seppur l’istituto dell’usucapione pretende di proteggere in maniera equivalente l’interesse generale dello stato e della società. Si conclude, quindi, che la negazione estrema, fino all’annientamento di ogni aspettativa legittima della persona che perde il diritto di proprietà a causa dell’usucapione, non riconoscendo nel contempo alcun diritto di indennizzo, come presente nell’art. 169 del c.c., costituisce una violazione dell’art. 1 del primo protocollo cedu.

10.         Il responso della Corte costituzionale

La Corte costituzionale, nella sua sentenza n. 4 del 23.02.2016 decise, a maggioranza dei voti, il non accoglimento della domanda di illegittimità intellettuale dell’art. 169 del c.c., confermando la presunzione di compatibilità costituzionale secolare di questo modo originario di acquisto della proprietà. La Consulta statuì che la prescrizione acquisitiva in difetto di titolo ha come unico elemento fondamentale l’esistenza del pacifico ed ininterrotto possesso del bene immobile per un periodo di vent’anni e che il comportamento dell’usucapente dovrebbe avvenire come se esso fosse il vero proprietario. Per la maggioranza dei giudici, se i criteri imposti dalla legge fossero soddisfatti, il precedente titolare perderebbe il diritto di proprietà sul bene oggetto di contesa, per il fatto che la prescrizione acquisitiva nelle condizioni previste dalla legge comporterebbero la nascita o l’acquisto del diritto di proprietà.

La Corte ritenne che il diritto di proprietà, come uno dei diritti protetti costituzionalmente, non sarebbe violato come conseguenza del non riconoscimento del diritto all’indennizzo a favore dell’ex-titolare sanzionato dall’art. 169 del c.c., e che il titolare di tale diritto è in ogni momento protetto viste le garanzie a suo favore in ogni sua azione fino alla sospensione degli effetti dell’usucapione. I giudici statuirono che la perdita del diritto di proprietà per effetto dell’applicazione dell’art. 169 del c.c., non potrebbe qualificarsi come ragionevolmente infondato. Essi riportarono all’attenzione la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, argomentando che in tale caso sussisterebbe un interesse generale sul termine di maturazione e la perdita del titolo di proprietà alla scadenza di tale termine, e che la richiesta di indennizzo, nel caso una delle parti non ha potuto interrompere il termine di prescrizione, cade in contrapposizione con il concetto di termine, il cui scopo è la continuità della certezza del diritto che l’altra parte non sarebbe citata in giudizio a scadenza di tale termine.

La Corte costituzionale ritenne che, a differenza di quanto preteso dal giudice a quo, l’equo indennizzo è un concetto costituzionale legato ad ipotesi di espropriazione o limitazione del diritto di proprietà per interesse pubblico, secondo il dettato dell’art. 41 della Costituzione. Di conseguenza, a parere della Corte, la perdita della proprietà come conseguenza dell’espropriazione per interesse pubblico non sarebbe identico con la perdita della proprietà per effetto dell’usucapione. Se nel primo caso ci troviamo di fronte ad un rapporto giuridico tra individuo e pubblica autorità dove l’individuo perde la titolarità del diritto per un interesse pubblico ed ha diritto all’indennizzo solo per quanto riguarda la misura della compensazione, nel secondo caso ci troviamo di fronte ad un rapporto giuridico privato tra proprietario e possessore non titolare (Stato o individuo), dove il titolare ha tutti i mezzi a disposizione per pretendere e difendere i suoi diritti.

La Corte, valutando quanto sopra, ha stabilito che non è stato argomentato sufficientemente a livello costituzionale che l’assenza di una disposizione precisa all’interno dell’art. 169 del c.c. per il riconoscimento del diritto all’indennizzo in caso di usucapione sia in contrasto con i principi e gli standard costituzionali citati dal giudice rinviante ed, in questo modo, la domanda non fu accolta[60].

 

11.         Riflessione ex post sulla sentenza della Corte costituzionale

A prescindere dal fatto che la prassi giurisprudenziale europea e costituzionale in Albania si dimostra rigida e conservatrice nei confronti di questo nuovo approccio sul secolare istituto dell’usucapione come modo originario di acquisto della proprietà, riteniamo ed osiamo a prevedere che questo sarà il futuro prossimo o lontano dell’istituto. Le modifiche legislative necessarie saranno implementate dal bisogno di eguaglianza dei diritti, delle obbligazioni e del trattamento uniforme che la legge dovrebbe garantire ai soggetti del diritto. Resta soltanto da vedere chi sarà, tra corti o legislatore europee o nazionali, il primo che inizierà questo percorso di riforma dell’istituto in questione. Potrebbe anche essere una delle Corti costituzionali continentali o il legislatore europeo per poi estendere gli effetti domino su altre realtà. Quello che con certezza osiamo prevedere è che questo cambio di mentalità avverrà entro il primo secolo del terzo millennio.



[1] L’articolo si basa principalmente sulle motivazioni del sottoscritto, in qualità di giudice a quo, nell’ambito dell’Ordinanza di sospensione del giudizio a quo e remissione degli atti alla Corte costituzionale, n. 1079, del 17.03.2015, Tribunale di primo grado, Valona.

[2] Chinè, Fratini, Zoppini, diretti da Alpa e Garofoli, Manuale di Diritto Civile, IV Edizione, Roma, 2013, p. 582.

[3] Si veda Benusi, Sendet, Zotënimi dhe modifikimet e tija, Botim i Ministrisë së Drejtësisë 1931, p. 105.

 

[4] Vedi Sentenza della Corte Suprema, Sezione civile, n.  registro 11115-01734-00-2007, n. della sentenza (307) 00-2010-973 del 29.06.2010.

[5] Vedi Sentenza della Corte Suprema, Sezione civile, n.  registro 11111-00639-00-2006 , n. della sentenza (214) 00-2008-544 del 18.03.2008.

[6] Chinè, Fratini, Zoppini op. cit., p. 585.

[7] Si veda Sentenza della cedu (Grande Camera), caso n. 44302/02, del 30.07.2007, “J.A. Pye (Oxford) LTD e J.A. Pye (Oxford) Land LTD v. Regno Unito”.

[8] Per analogia consultare l’art. 42 della Costituzione italiana che dispone: “La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti” (corsivo nostro). La stessa funzione va attribuita anche all’art. 17 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, stipulata a Nizza nel 2000.

[9] Chinè, Fratini, Zoppini op. cit., p. 577.

[10] Si veda Prescription and Limitation, (Scotland) Act 1973, section 1(1)(a).

[11] Si veda il Report della Commissione parlamentare legislative inglese sulla riforma del Land Act del 1988, in concreto laddove si richiede la riforma dell’istituto della prescrizione acquisitiva. Questa fu anche la posizione del Regno Unito dinanzi alla Corte di Strasburgo nel caso “J.A. Pye (Oxford) LTD e J.A. Pye (Oxford) Land LTD v. Regno Unito”.

[12] Consultare il caso “Stubbings and Others v. United Kingdom”, Sentenza del 22.10.1996 della Grande Camera cedu, Ap. n.22083/93.

[13] La Corte, nell’argomentazione della propria decisione tiene in considerazione la Sentenza della cedu

, grande Camera, nel caso n. 44302/02, del 30.07.2007, “J.A. Pye (Oxford) LTD e J.A. Pye (Oxford) Land LTD v. Regno Unito”.

[14] Si veda la Sentenza della High Court uk del 2002, ukhl 30, [2002] 3 All er 865 ed il Advisory Report of the British Parliament Law Commission on Land Registration Act, 1988, prepared with the Land Registry; Law Com.  N. 254.

[15] Shiko “Adverse Possession”, British Institute of International and Comparative Law, Report by the British Institute of International and Comparative Law for Her Majesty’s Court Service, Shtator 2006.

[16] Reehuis, Slob (ed.), Parlementaire Geschiedenis van het Nieuwe Burgerlijk Wetboek, Boek 6: Algemeen gedeelte van het verbintenissenrecht, Deventer: Kluwer, 1990, pp 830-833.

[17] L’usucapione, per la prima volta, è stata regolata per mezzo di atti onnipotenti del sistema common law, nel secolo XII, in Inghi8lterra.

[18] La denominazione corretta in lingua svedese è “Jordabalk” 1970:994. Traduzione nostra.

[19] Secondo le previsioni normative in Svezia, l’usucapione si denomina “Havd” e sottintende il titolo di proprietà del possessore.

[20] Trattasi non della legge del 2002, attualmente in vigore nel Regno Unito, ma della legge del tempo della nascita della contesa, in concreto la legge sull’usucapione del 1939. Traduzione dell’Autore.

[21] Vi erano due posizioni dei giudici di minoranza.

[22] Traduzione dell’Autore.

[23] Si veda la Sentenza n. 349 del 22.10.2007 della Corte costituzionale italiana.

[24] Il quinto emendamento della Costituzione americana, approvato ed ispirato ai principi e le idee liberali di James Madison, tra l’altro ha riconosciuto anche il diritto all’indennizzo, per la perdita subita, di chiunque sia stato oggetto di espropriazione per motivi pubblici.

[25] Si veda il caso  Pascoag Reservoir & Dam, LLC v. Rhode Island”, 217 F. Supp. 2d 206, 209 (D.R.I. 2002).

[26] Si veda il caso  Texaco v. Short”,454 U.S. 516, 102 S.Ct. 781, 70 L.Ed.2d 738 (1982).

[27] Si veda il caso  Nollan,483 U.S. at 835 n. 6, 107 S. Ct. 3141 ed il caso “Pennsylvania Coal Co.,260 U.S. at 416, 43 S. Ct. 158.

[28] Dick, Making Sense out of Nonsense: a Response to Adverse Possession by Governmental Entities, University of Miami School of Law, in particolare pp. 349-350. Tra l’altro si menzionano i nomi dei principali sostenitori di queste teorie quali: Casanova, Comment, The Possibility and Consequences of the Recognition of Prescriptive Avigation Easements by State Courts, 28 B.C. ENVTL. AFF. L. REV. 399 (2001) e Vann, Annotation, Acquisition of Title to Land by Adverse Possession by State or Other Governmental Unit or Agency, 18 A.L.R. 3d 678 (1968).

[29] Forcello, Adverse Possession and Takings Seldom Compensation for Chance Happenings, p. 686. Si veda altresì Ballantine, Title by Adverse Possession, Harvard Law Review, 1918, p. 135, dove, tra l’altro, si mette in discussione la prescrizione acquisitiva nella parte dove non considera il diritto all’indennizzo del vecchio proprietario, argomentando che non potrebbero essere privilegiati i diritti derivanti dal possesso sui diritti derivanti dal diritto soggettivo.

[30] Si veda per analogia, l’art. 939 del codice civile italiano.

[31] Si veda per analogia, l’art. 940 del codice civile italiano.

[32] Nonostante le opinioni in questa sede espresse, poiché la sentenza della Corte costituzionale è definitiva e non si potrebbe mettere in discussione, esprimiamo il totale disaccordo con la decisione della maggioranza dei giudici nella sentenza n. 3 del 02.02.2009 ed, invece, sosteniamo le tesi dei giudici di minoranza.

[33] Si veda la Sentenza della Corte costituzionale, n. 30, del 01.12.2005.

 

[34] Forcello, op. cit., p. 686.

[35] Ballantine, op. cit., p. 135. 

 

[36] Sentenza n. 24, del 24.7.2009 della Corte costituzionale albanese.

[37] Sentenza n. 10, del 19.03.2008 della Corte costituzionale albanese.

[38] Si veda la giurisprudenza cedu: caso n.  8/74 Procureur du Roi v. Dassonville (1974) ECR 837 ; caso Saeger v. Dennemeyer (1991) ECR i-4221. Si veda altresì la Sentenza n. 10, del 19.3.2008 e la Sentenza n. 24, del 24.7.2009 della Corte costituzionale albanese.

[39] Shiko nenin 14 të K.E.D.Nj.

[40] Consultare il Manuel de droit européen en matière de  non-discrimination. Agence des droits fondamentaux de l’Union européenne, Cour européenne des droits de l’homme, Consiglio d’Europa, 2010.

[41] Si veda il caso “Fabris v. France”, Sentenza del 07.02.2013 della Grande camera, cedu, Ap. n. 16574/08, par. 47. Ancora sull’argomento, i casi: “Van Raalte v. the Netherlands”, 21.021997, § 33, Reports of Judgments and Decisions 1997‑I; “Petrovic v. Austria”, 27.031998, § 22, Reports 1998‑II; “Zarb Adami v. Malta”, no. 17209/02, § 42, echr 2006‑VIII e Konstantin Markin v. Russia [GC], no. 30078/06, § 124, echr 2012.

 

[42] Sentenza della Corte costituzionale albanese n. 30, del 01.12.2005. Raccolta delle sentenze della Corte costituzionale, 2005, p. 254. Si veda altresì, la Sentenza della Corte costituzionale albanese n. 18 del 14.05.2003.  Raccolta delle sentenze della Corte costituzionale, 2003, p. 100.

 

[43] Si veda il caso “Immobiliare Saffi v. Italy”, sentenza del 28.07.1999 della Grande Camera cedu, Ap. n. 22774/93, par. 49 - 57.

[44] Si veda l’opinione della minoranza nella Sentenza n. 35, del 10.10.2007 della Corte costituzionale albanese.

[45] Si vedano, per esempio, le misure di garanzie inserite dalla riforma della Legge sulla proprietà terrestre nel 20002 nel Regno Unito. Proprio la mancanza di tali garanzie ha spinto la quarta sezione della cedu e la minoranza della Grande Camera nel caso “J.A. Pye (Oxford) LTD e J.A. Pye (Oxford) Land LTD v. il Regno Unito” ad arrivare alla conclusione che si era in presenza di una violazione dell’art. 1, primo protocollo cedu.

[46] Paladini, Diritto Costituzionale, Padova, 1991, p. 689.

[47] Si veda la Sentenza n. 35, del 10.10.2007 della Corte costituzionale albanese.

[48] Si vedano altresì le disposizioni del quinto emendamento della Costituzione statunitense.

[49] Si veda il caso“James and Others v. the United Kingdom”, Sentenza del 21.02.1986, cedu, Series A n. 98.

[50] Sentenza n. 349 della Corte costituzionale italiana, cit., p. 16. Si veda altresì il caso “Former King of Grecce and others v. Greece”, Sentenza cedu, del 23.11.2000, par. 87.

[51] Sentenza della Corte costituzionale portoghese, del 12.04.1995.

[52] Sentenza della Corte costituzionale albanese, n.3 del 20.02.2006, Racc., 2006, p.32.

[53] Caso “Jahn and Others v. Germany”, Sentenza del 30.06.2005 della Grande Camera cedu., Ap. n. 46720/99, 72203/01 e 72552/01, par. 91. Ancora il caso “The former King of Greece and Others v. Greece”,, cit., ed il caso “Zvolský and Zvolská v. the Czech Republic”, Sentenza del 2.11.2002, Seconda Camera cedu, Ap. n. 46129/99, par. 67.

[54]Carss-Frisk, E drejta e pronës; Manualet e të drejtave të njeriut, n. 4; Guida all’applicazione dell’art. 1, primo protocollo cedu, 2001, p. 27.

[55] Si veda il caso “Kopecký v. Slovakia”, Sentenza del 28.09.2004 della Grande Camera cedu, Ap. n. 44912/98, par. 35. Ancora Carss-Frisk, op. cit, p 19.

[56] Consultare il caso “Anheuser-Busch Inc. v. Portugal”, Sentenza del 11.01.2007 della Grande Camera cedu, Ap. n. 73049/01, par. 62.

[57] Si veda il casoBeyeler v. Italy”, Sentenza del 05.01.2000 della Grande Camera cedu, Ap. n. 33202/96, par. 107.

[58] Si veda il casoPapachelas v. Greece”, Sentenza del 25.03.1999 della Grande Camera cedu, Ap. n. 31423/96, par. 48.

[59] Si veda il caso AGOSI v. the United Kingdom”, Sentenza del 24.10.1986, par. 52, Series A, Ap. n. 108.

[60] Il giudice di minoranza ritenne che la domanda pregiudiziale di incostituzionalità era palesemente infondata. A suo parere, l’istituto dell’indennizzo da espropriazione ed usucapione sono due istituti diametralmente opposti e non vi sarebbe luogo di alcuna omissione legislativa all’interno dell’art. 169 e, di conseguenza, qualsiasi tentativo in questa direzione sarebbe superfluo e non necessario. 

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